“Metodo Classico” e territorio. Slowine coglie nel segno

Non posso che rendere atto a Fabio Giavedoni di aver espresso una delle più intelligenti osservazioni che abbia mai sentito fare in merito al metodo classico. La cosa bella è che non si è fermato come fanno tanti alla “sparata”, ma ha pure cercato di confutarla (leggete qui e anche qui).

All’osservazione bene espressa, non ho purtroppo letto risposte altrettanto argute. Andando un poco più in là dalla semplice passione mi sarei aspettato che qualche “enostrippato” snocciolasse conoscenze sul metodo, invece delle solite fantasiose teorie e il nome di qualche profeta.

Riassumendo il concetto di Fabio emerge che il metodo (classico) risulta più incisivo -nella determinazione degli aspetti organolettici di un vino- rispetto alle peculiarità espresse dalla vigna. La cantina vince sulla vigna come lo stile dell’azienda sul territorio, per farla ancora più breve.

Non potrei non essere maggiormente d’accordo con lui e lo scrivo dalla posizione di uno che lo produce.

Prima che iniziassimo a comporre un’idea per Colline della Stella, già mi era chiara la profonda distanza organolettica tra un nebbiolo di Langa e uno valtellinese. Poi da lì le differenze dei suoli e le decisioni del produttore a esprimere ulteriore unicità.metodo classico, franciacorta, spumante

Mi era chiaro anche l’intervento dell’uomo diventato cultura nella produzione in Champagne. La sapienza e l’arte del “vin de reserve” e l’abilità nel comporre tagli, del fare cuvèe, con vini vecchi per marcare a calce il gusto di ogni champagne. Maestri.

Quello che non mi era molto chiaro invece era l’applicazione del metodo classico in Italia. In un territorio decisamente più eterogeneo rispetto alla Champagne non trovavo altrettanta variabilità di gusto.

Certamente a noi mancano tre secoli di cultura per produrre “vin de reserve” e per poi imparare a usarlo e quindi questa strada non l’abbiamo nemmeno presa troppo in considerazione e con Andrea Arici abbiamo iniziato ad applicare l’idea che producendo vini con il metodo classico dovessimo occuparci di giocare con le sue variabili possibili. Brut? Extra Brut? Dosaggio Zero? Quanti grammi di zucchero? Tutto questo per mantenere il più possibile inalterato le peculiarità del vino, le stesse che si esprimono dopo la fermentazione alcolica. Un modo di applicare il metodo per esprimere il vino e non il contrario.

La cosa si è poi evoluta con Camossi e oggi le differenze tra i due sono inequivocabili e di mezzo ci sono le necessariamente differenti scelte stilistiche accomunate però nel fine unico di mantenere le diversità già esistenti e di valorizzarle.

“Mantenere il più possibile” ho scritto sopra e non a caso, poiché ci dobbiamo ricordare tutti che nel metodo classico interviene anche lo zucchero raffinato. In Champagne è aggiunto per entrambe le fermentazioni, mentre in Italia esclusivamente per la rifermentazione in bottiglia.

Lo zucchero può alterare e uniformare alcuni aspetti organolettici del vino? Questa sarebbe stata una gran domanda degna del bellissimo post di Giavedoni! Oppure una buona affermazione per iniziare un ragionamento.

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4 thoughts on ““Metodo Classico” e territorio. Slowine coglie nel segno

  1. secondo me non è del tutto vero, Cavazzani e Fregoni affermano appunto il contrario; che sia un vino tecnologico è senza ombra di dubbio, ma da un terroir tagliato dalla A4, che di terroir non ha niente, cosa ci si può aspettare? lavorare con i residui zuccherini dici, a me sembra un approccio professionale semplicistico; un po’ di tempo fa scrivevi di voler proporre diciture in etichetta di sottozone tipo Champagne (cru e quelle cose lì) ed era interessante, Arici è anche in una zona collinare che a me piacerebbe studiare approfonditamente e che invidio! no mi spiace, senza una meticolosa viticoltura non ci si può aspettare, secondo me, di creare perle enologiche, ma solo vini mediocri. in attesa di riscontro, sinceramente saluto. massimo

    1. Massimo, io delle teorie senza riscontro di qualcuno mi sono davvero frantumato le palle. Cominciamo a ragionare sul fatto che per produrre metodo classico si debba, in tutta Italia, raccogliere uva quasi matura. Detto questo chiediamo a Cavazzani e Fregoni di partire da qui con il ragionamento. Lo zucchero al quale faccio riferimento non è quello introdotto all’atto della sboccatura ma quello utilizzato nella fase di rifermentazione

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