Science of soil health: per una nuova rivoluzione dell’agricoltura [di Andrea Fasolo]

Conosco Andrea da qualche anno e seguo con curiosità e stima il suo percorso. Andrea è un giovane enologo, laureando in agronomia, uno con la mente aperta, che sa coltivare il dubbio. Il Mantova Food & Science Festival è stata l’occasione per rincontrarsi e fare due chiacchiere. Le tematiche affrontate nella tre giorni scientifica hanno toccato i temi più disparati, molti potremmo ricondurli ad un unico concetto: sostenibilità. E proprio confrontandomi con Andrea su questo tema, ho pensato sarebbe stato utile ospitare un suo contributo. Quindi vi lascio alle sue parole e lo ringrazio per averle condivise con noi:

Nam dum maiora paramus
hunc tibi devoveo studii iuvenilis honorem. Petrarca, Epystole

Mentre sto preparando cose maggiori,
accogli questo omaggio, a te dedicato, della mia Musa giovanile

 

Il viaggio in Francia di fine inverno ha rappresentato una sorta di passaggio, un varco: conclusione di un percorso e inizio forse di un altro; un percorso di conoscenza attraverso tante idee, una in particolare: fare una (nuova) buona agricoltura. Qui di seguito un viaggio attraverso riflessioni ed esperienze da molte parti del mondo particolarmente in fermento su questo tema.

Per alcuni anni mi sono interessato e ho studiato l’agricoltura biologica, poi ho conosciuto da vicino l’agricoltura conservativa, e ho capito che in fondo è spinta dalla ricerca degli stessi risultati – la fertilità della terra, ma si dota di strumenti diversi (o meglio non si priva di molti). Subito un pensiero: è possibile unire i due sistemi? È possibile per chi fa agricoltura conservativa usare meno prodotti fitosanitari e concimi, e per chi fa agricoltura biologica disturbare meno il terreno sfruttandone pienamente le potenzialità? Ci può essere un dialogo tra questi mondi che mirano allo stesso risultato?

Negli ultimi mesi è diventata molto frequente la parola “agroecologia” sulle riviste e i siti che si occupano di nuove forme di agricoltura. Può sembrare un’unione piuttosto azzardata: non penso sia così, anche se può essere ancora un livello insufficiente. Com’è insufficiente l’agricoltura conservativa quando si limita a togliere il piede dalle lavorazioni meccaniche senza premere su un altro pedale: l’acceleratore della fertilità biologica. «Se, da qualche anno, una visione strettamente “non lavorazione del terreno” dell’agricoltura conservativa è stata necessaria per mostrare e dimostrare i vantaggi della non-lavorazione, oggi il successo tecnico richiede d’andare molto più lontano. Lo sviluppo di agrosistemi «ecologicamente intensivi», molto produttivi con poche risorse, non necessita solamente di proteggere il suolo e di ridurre la meccanizzazione, ma inoltre, di far crescere la fertilità e l’autonomia della terra.» Questa l’introduzione all’intervista a Dwayne Beck su TCS n° 50 del lontano 2008: credo sia molto efficace.

La fertilità – fisica, chimica e biologica – passa per lo sviluppo del volano dell’autofertilità, un concetto che, spiega l’agricoltore e ricercatore Beck, ingloba da una parte il volume di sostanza organica prodotta e apportata (residui colturali, coperture vegetali, ammendanti organici e concimazione) e dall’altra la velocità e la capacità di riciclaggio di un’attività biologica potente e diversificata. Questo concetto di sviluppo del volano dell’autofertilità può essere comparato a quello della palla di neve: più il sistema suolo pianta è alimentato in un ciclo biomassa prodotta > materia organica restituita > umificazione/mineralizzazione > riciclaggio > biomassa > materia organica e avanti così, più il sistema diventa performante, con una capacita di digestione e di nutrizione delle culture che aumenta in volume e velocità. In sostanza una spirale che continua a girare sempre più forte e a rilasciare sempre più energia.

Detto in altre parole: più produciamo intelligentemente della biomassa all’interno di un sistema, più la sua autonomia e stabilità aumenta. Questo sistema non si può intendere effettivo che dal momento in cui il suolo è ben strutturato e organizzato, tant’è vero che, come l’immagine di un motore, il suolo ha bisogno di carburante (sostanza organica) e ossigeno per funzionare. E il più delle volte il vero fattore limitante è il carbonio: arrivato quello, aumentano in maniera impensabile le riserve di azoto e altri elementi nutritivi! Ovviamente tutto gratis (a parte il costo delle cover crop…). Mi piace vedere che qualcuno molto prima di me (dicembre 2015) aveva pensato questa stessa immagine del motore, che non deve viaggiare più lento (meno lavorazioni, magari addirittura meno rese) ma più veloce perché con più efficienza!

Infatti l’intensificazione della produttività non deve essere confusa con l’intensificazione dell’utilizzo dei mezzi tecnici, bensì dei vantaggi delle relazioni ecologiche tra organismi viventi, che possiamo intelligentemente sfruttare a nostro favore: meno input, più relazioni (tra piante e con i microrganismi, innanzitutto). Possiamo infatti dare al suolo i mezzi per produrre il massimo ecologicamente oppure fargli consumare questo suo potenziale, e progressivamente quindi dovremo compensare con lavorazioni del terreno, fertilizzanti, prodotti fitosanitari le sue deficienze. Questa intensificazione ecologica degli agrosistemi, di cui avevo già parlato l’estate di qualche anno fa (sempre 2015), sembra essere la sola via d’uscita per una popolazione umana in continua crescita su un pianeta fragile. Ridurre le lavorazioni deve essere uno strumento, non un fine in sé, come lo sono la scelta delle tempistiche di lavoro, la consociazione o la trasemina di colture diverse nello stesso momento.

E se, come sottolineava Archambeaud in quell’introduzione, non è solo questione di lavorazione, la Svizzera ha lanciato un progetto, Biodivsol, per sostenere gli agricoltori non più sugli impegni (semina la cover, non arare più, concima con particolari prodotti e non con altri) ma sulla base dei risultati ottenuti, come l’aumento di sostanza organica e l’incremento di fertilità. Non bisogna focalizzarsi sugli strumenti (biologico vs conservativo) ma sui risultati!

da campo con sovescio

Intensificazione ecologica per un suolo più sano e per una produttività agricola sufficiente a sostenere l’umanità crescente (sostenibile?) sono anche al centro di un recente articolo dove si discute della convinzione che l’agricoltura biologica sia a tutti i costi più sostenibile (la storia non ha insegnato nulla? Esclusi gli ultimi 100 anni, tutte le disgrazie causate dall’uomo erano in regime di agricoltura biologica, quindi non c’entra la tecnica) e al contempo specularmente vi siano altri miti che negano la possibilità di costruire la fertilità del suolo usando meno chimica.

Il prof. Montgomery, dell’università di Washington, ha viaggiato per le aziende agricole di tutto il mondo, durante la scrittura del libro Growing a Revolution: Bringing Our Soil Back to Life. Ha scoperto gli enormi progressi fatti dagli agricoltori che hanno iniziato a praticare quella che viene definita agricoltura rigenerativa, ovvero un’evoluzione dell’agricoltura conservativa. Come si può sostenere infatti quel motore sporco e arrugginito, che consumava troppo e correva poco, di cui si parlava sopra? Bisogna prima ripulirlo e riattivarlo, e poi si può parlare di “sostenibilità”.

Il professore smonta una serie di miti, a partire dal fatto che sia l’agricoltura su larga scala a sfamare il mondo, che se ha pur una sua logica d’essere, perché deve essere per forza essa la prospettiva dell’agricoltura mondiale? E le aziende vaste sono veramente più efficienti nel produrre cibo per l’uomo? L’agricoltura convenzionale produce più del biologico, ma è questa la sola che può sfamare l’umanità se basta aggiungere le cover crops nel biologico per ridurre il gap di resa al solo 10% (di nuovo il grande dilemma delle rese più basse), mantenendone i vantaggi ecologici? Senza tenere conto dell’enorme dramma di tutto il cibo buttato ogni anno (o sprecato per sovralimentare una popolazione che soffre appunto di troppo cibo). La relazione tra questi argomenti è molto forte e rispondere con semplicità a una può generare parecchi problemi altrove.

«Non vedo più il dibatto sul future dell’agricoltura come un semplice convenzionale vs. biologico. A mio modo di vedere, abbiamo ipersemplificato la complessità della terra e sottoutilizzato l’ingegnosità degli agricoltori. Vedo invece adottare pratiche agricole che costruiscono un suolo sano come chiave di un’agricoltura solida e resiliente. E gli agricoltori che ho conosciuto hanno infranto questo codice, adattando ai loro suoli, ambienti e condizioni socioeconomiche le tecniche di non lavorazione, colture di copertura e rotazioni complesse. Che siano biologici o che utilizzino ancora fertilizzanti o agrofarmaci, le aziende che ho visitato che hanno adottato questo insieme di pratiche, tutte riportano rese che somigliano o superano quelle dei vicini “convenzionali”, dopo un breve periodo di transizione (quello per scrostare il motore, N.d.T). Un altro messaggio era tanto semplice quanto chiaro: gli agricoltori che hanno rigenerato i loro suoli usano meno input per produrre con rese superiori, il che si traduce in maggiori profitti.»

frumento su cover permanente di leguminose a Vallevecchia

E sulla stessa linea di pensiero un giovane agricoltore statunitense che parla dell’altrui percezione del proprio lavoro e del dibattito tra bio e convenzionali: «Sfortunatamente la conversazione intorno alla produzione di cibo raramente ruota intorno al suolo, alla luce, al carbonio. Invece, è diventato un altro dibattito profondamente polarizzato. […] Entrambi i campi tendono ad attaccarsi indirettamente, chiudendosi in circoli ristretti e accondiscendenti e senza conoscere l’altro. In altre parole, ambo le parti sono diventate sostanzialmente dei sistemi mono-culturali: le altre specie sono competitrice e devono essere eradicate. Quello di cui ha bisogno il mondo è invece la policoltura. Una terra come la mia cover crop, con radici superficiali che trattengono il terreno, radici profonde che raggiungono minerali intoccabili, radici vigorose che spaccano il terreno e radici estese che forniscono cibo per miliardi e miliardi di microrganismi connessi in vaste reti di micorrize che trasportano azoto, fosforo, potassio da pianta a pianta in base a che lo necessita. Una terra che permette all’acqua viva di infiltrarsi e rifornire le falde profonde, attrae insetti benefici a pattugliare la zona e fornisce rifugi per gli uccelli del cielo.»

Un lavoro condotto da tre ricercatori dell’Isara-Lyon nel 2011 ha classificato in 4 gruppi gli agricoltori sulla base dell’atteggiamento nei confronti di alcune tematiche, come la lavorazione del terreno, l’utilizzo di prodotti chimici, l’indipendenza da sistemi agro-industriali. Com’è ovvio aspettarsi, ci sono le due frange integraliste: la prima vede nella semina su sodo l’appartenenza a una tecnica irrinunciabile, l’altra invece nell’autonomia del sistema policolturale-zootecnico biologico l’unica forma di agricoltura sostenibile. In mezzo, due gruppi parzialmente sovrapposti che vedono nell’agricoltura conservativa l’appartenenza a una filosofia che si basa sui risultati, come quanti praticano agricoltura biologica credendo nelle prestazioni del sistema.

Questi agricoltori spesso collaborano, scambiano esperienze o attrezzature e lavorazioni. Talvolta convivono nella stessa azienda, in una sorta di Jekyll e Hyde agrari: bio per la parte orticola, conservativa nel seminativo, come ho visto appunto in Provenza. Insomma, sulla comune zolla della Science of soil health, dopo la rivoluzione verde e gli enormi progressi scientifici in campo, forse è tempo di dare vita a una nuova rivoluzione agraria, basata sulle relazioni e il rispetto, e non sulla divisione e l’imposizione: dopo la green revolution, qualcuno la vorrebbe chiamare brown revolution, ma soil health revolution non sarebbe forse più bello?

1)      Proteggere il suolo

2)      Minimizzare il disturbo del suolo

3)      Biodiversità delle piante

4)      Continua presenza di piante e radici vive nel suolo

5)      Introdurre gli animali.

Sono i 5 comandamenti di questa rivoluzione: li lascio così forse potremmo tutti avere il paradigm shift di cui parla Buz Kloot in uno dei suoi celebri video sul tema, e che ringrazio assieme ai tanti (alcuni citati in quest’articolo) che hanno contribuito al mio di shift: F.S. e Z.Z. per la loro capacità di guardare oltre e quei prof. incontrati in questi anni di transizione (e rigenerazione) che mi hanno trasmesso la passione dello studio e della ricerca. Virgilio si augura che un giorno la coltivazione della terra non aprirà più ferite in essa e tornerà quindi un’età dell’oro. Quell’età forse è cominciata da alcuni anni e continuerà a crescere assieme al rispetto per la terra e la sua fertilità.

Fonti: L’effet boule-de-neige de la matière organique…, Archambeaud, 2008; La Suisse veut rémunérer l’humus, Diss 2017; Healthy soil is the real key to feeding the world, Montgomery, 2017; I farm 600 acres with the help of N.T. Wright and the Rodale Institute. And I know we need a Christian food movement, Payne, 2017; Agriculture biologique et agriculture de conservation: ruptures et transversalités entre deux communautés de pratiques, Philippe Fleury, Carole Chazoule, Joséphine Peigné, 2011; NRCS-USDA; Zolle, Bocchi, 2015.

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