“Just my imagination” (da un articolo di John Prescott)

Il lento tempo agostano è l’occasione per ingozzarmi di frivolezze e ignoranza. A tal proposito leggevo un articolo di John Prescott, direttore del TasteMatters Research & Consultingautore e docente all’Università di Firenze che, sintetizzando, indaga meccanismi legati alle preferenze sensoriali e ci spiega perché ci piace quello che ci piace.

Sono incappata in uno dei suoi articoli e ho pensato di tradurne alcuni passaggi con la speranza di ‘fare cosa gradita’. I temi trattati sono ormai noti agli addetti ai lavori ma la maggior parte di noi ignora certi mondi (e proprio perché li ignora spesso professa castronerie) ma soprattutto, giungo in soccorso di quanti fossero assaliti dall’irrefrenabile desiderio di sfogliare Novella 2000 e l’edicolante avesse esaurito le copie. Lettura da ombrellone per eccellenza insomma, da gustare con idonea bevanda ghiacciata a piecere:

brain

 

“Ogni studente del primo anno di psicologia impara la differenza tra sensazione e percezione, anche se questa distinzione o non ha alcun impatto a lungo termine è aperta al dibattito. Gli studenti di psicologia sono probabilmente come tutti noi che tendiamo a pensare che le nostre percezioni sono in qualche modo un quadro reale del mondo esterno e che le nostre cognizioni – ricordi, pensieri e fantasie – appartengano ad un’altra area del cervello che in realtà non interferisce molto con ciò che noi percepiamo.

Eppure sono le nostre cognizioni (“top-down process”, come dicono gli psicologi) che ci danno il senso di ciò che percepiamo. Se gustiamo qualcosa, ad esempio, l’esperienza dell’assaggio sarà esaminata in funzione del modello mentale che abbiamo già di quel gusto – essenzialmente un’ aspettativa di quel gusto sulla base della nostra memoria, di esperienze simili o altre fonti di informazione (pubblicità, imballaggio, e così via). Questo ci dice due cose: che non possiamo capire quello che stiamo vivendo e godendo (o meno) senza conoscere questi processi.

Più in particolare ci dice che portiamo con noi modelli mentali delle nostre esperienze, e questo solleva il problema di quanto siano reali queste rappresentazioni interne di ciò che c’è là fuori. Più di recente, e in particolare in relazione ai gusti e gli odori, abbiamo avuto qualche prova concreta di esperienze sensoriali “immaginate”. Nella prima metà degli anni 1990 ci sono stati una serie di studi pubblicati in quello che era conosciuto come psicofisica della memoria.

L’idea era quella di interrogarsi su che cosa sarebbe accaduto se un’immagine mentale delle sensazioni (memorie), si fosse combinata con effettive sensazioni fisicamente presenti, valutando poi l’intensità della combinazione.  Se in apparenza può sembrare uno spreco di tempo, in realtà si rilevò un modo per capire quanto si avesse consapevolezza di queste interazioni tra sensazioni immaginifere e reali.

Un esempio è dato dallo studio svolto da Dick Stevenson che ha esplorato quest’idea combinando miscele di sapori agrodolci a sensazioni calde di capsaicina (da peperoncino). Mescolando il gusto immaginato (ad esempio l’acidità), con il gusto dolce fisicamente presente, ha dimostrato lo stesso modello di soppressione (meno acidità, meno dolcezza) come accade quando i due gusti sono mescolati insieme e assaggiati nella realtà.

Più interessante è il fatto che quando i partecipanti hanno immaginato l’aggiunta di una sensazione piccante ai gusti dolce o acido, solo la dolcezza è stata valutata come meno intensa. Questo è esattamente ciò che accade nella realtà – la capsaicina deprime solo la dolcezza. Ma soprattutto, i partecipanti sono stati interrogati circa la loro conoscenza di tali interazioni e hanno ritenuto che qualsiasi gusto sarebbe stato soppresso dalla piccantezza. In altre parole, portavano informazioni implicite sulle interazioni di cui non erano a conoscenza consapevolmente.

Qualche anno dopo in un interessante esperimento delle interazioni di sapori e odori congruenti – ad esempio, la dolcezza e l’aroma di vaniglia – un gruppo della McGill University in Canada ha rilevato che gli odori immaginati potevano migliorare la percezione del sapore dolce, esattamente come avviene nella realtà. Ed esattamente nello stesso modo di un odore fisicamente presente, quello immaginato doveva essere congruente. Così, l’odore di fragole immaginato era efficace per aumentare l’intensità della dolcezza percepita (perché l’odore di fragole porta con sé la qualità della dolcezza, o meglio la memoria di questa dolcezza nelle nostre esperienze precedenti) ma un odore di prosciutto immaginato, che è incongruente con la dolcezza, non lo era.

questa la lascio qui che magari vi è venuta sete..

 

Sembra insomma che siamo in grado di evocare in modo efficace reali stimoli sensoriali dalla fantasia. La cosa più affascinante però è capire come questi siano in grado di influenzare il nostro comportamento, tra cui potenzialmente le nostre preferenze alimentari. Immaginate di succhiare un limone e le ghiandole salivari inizieranno a produrre saliva. Allo stesso modo, pensare al cibo in prossimità della cena stimolerà la produzione di succhi gastrici.

Una dimostrazione del potenziale impatto delle immagini mentali sul consumo di cibo reale è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science nel 2010, in cui si è evidenziato che sia gli input sensoriali (percepisco un odore, vedo un immagine) sia le immagini mentali, possono suscitare risposte simili in tutta una serie di comportamenti che sono associati ad esempio il desiderio di mangiare e al senso di sazietà.

Insomma più capiremo i processi cognitivi che alimentano le nostre percezioni, emozioni e motivazioni, più capiremo nostre scelte alimentari. Cosa abbiamo nel cervello è importante tanto quanto quello che abbiamo in bocca. “

Trovate l’intero articolo QUI 

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