My name is Tanino

Ultimamente il tempo per scrivere scarseggia e siamo sempre più presi (parlo di tutti noi che riempiamo questo spazio) ma, dopo la bella intervista del buon Beghi a Maurizio Zanella, ho deciso di fare il doppio turno. Invito tutti quindi a un’attenta lettura e anche a un secondo passaggio e non solo per il momento di fine giornalismo fatto d’incalzanti domande a toccare tutte le criticità emerse negli anni, ma anche per le risposte di Zanella che non ne respingono con fermezza una sola. Insomma, riprendo qualche punto random, come se Beghi mi stesse facendo domande sulle risposte di Zanella. Quelli che ometto sono già esplicati in sei anni di post su questo blog e potete cercarli.

MY_NAME_TANINO001Non dico che le politiche applicate da Zanella siano sbagliate, dico che sbagliato sia investire in un’unica direzione. Il territorio deve crescere culturalmente insieme come un organismo unico (Unione di Passioni) e per farlo ha bisogno di strumenti fruibili da tutti. Mi pare invece che il Presidente ammetta che all’estero prima “devono crescere le aziende più strutturate per dare spazio, sul mercato interno, alle aziende piccole”. Dalla strategia emerge un atto di bontà insomma che a questo punto, suppongo, avrà determinato lo stop alla crescita di queste aziende da “prateria”. Comunque pare quasi che il successo di tante piccole non sia il frutto dell’impegno e degli ivestimenti che si fanno ogni anno per migliorarsi, ma dello spazio lasciato libero da altri. Chi può davvero credere a questa storia? Ti prego…

Va ammesso però che i risultati che si stanno ottenendo in Giappone siano molto buoni.

La storia dice che nel 2009 la Franciacorta consolida i dati dell’anno precedente con circa 9,5 milioni di bottiglie vendute. Poi è entrato Berlucchi con qualche milione di bottiglie a determinare una forte crescita. Poi, grandi aziende sono cresciute e altre sono nate.

Per un territorio giovane che fino a prima di Zanella “non aveva fatto niente all’estero” (vero) e “pochissimo in Italia” (vero) si trattava di un dato straordinario. Un risultato da trattare con i guanti bianchi, una partita a scacchi da giocarsi per anni con pochissime e oculate quanto incisive, mosse. È anche la prova tangibile che a volte è meglio stare fermi per osservare a lungo, prima di lanciarsi in avventure sconosciute e magari controproducenti.

La differenza nel prestigio di un territorio rispetto a un altro, non è il posizionamento economico della bottiglia di vino (quella è una conseguenza) ma il suo contenuto fatto di fattori culturali e umani che lo rendono inequivocabilmente unico come il territorio dal quale proviene. Il prezzo va in base alla domanda che un Consorzio deve saper costruire e di un’offerta di materia prima che deve saper controllare, altrimenti ci sarà sempre chi specula o qualche incapace che vende a prezzi che umiliano chi produce qualità prima di raccontare storie che minano l’attendibilità del territorio.

Zanella non può pensare che sia giusto applicare a un territorio da 15 milioni di bottiglie, esclusivamente le stesse politiche di colossi quali Champagne o Prosecco per promuoversi.

Fino al 2009 si è investito per rendere il tempo del successo più breve e ci sono riusciti e questo va riconosciuto, ma il successo ora deve essere consolidato e servono urgentemente contenuti che già esistono e devono solo essere portati alla luce. La moda e il lifestyle non rappresentano un contenuto.

Non so quanti produttori che oggi pagano al Consorzio 1800 euro l’anno (1600 i non consorziati) per ogni ettaro che coltivano, siano pienamente entusiasti di come sono stati investiti i loro soldi. Questo territorio si è piegato a un’egemonia d’idee pensate dal presidente e avvallate dal cda, che hanno funzionato per pochi e non hanno fatto il bene di tutti.

In merito a “SoloUva” quello che ci tengo a dirti Zanella, è che rispetto a quel “verbale di dieci anni fa” non è importante che con Giuseppe Vezzoli, Nico Danesi e Andrea Rudelli, dal 2008 abbiamo rischiato le nostre produzioni anno dopo anno e buttato ettolitri di vino. Non è importante che ci sia una certificazione a tutela del consumatore. Non è importante che a quel punto in una bottiglia di Franciacorta ci sia solo franciacorta e non zucchero dal Brasile. Non è importante che la ricerca e lo sviluppo siano stati finanziati privatamente. Non è importante che grazie a questo metodo come leva, stiamo portando la Franciacorta negli Stati Uniti sempre a spese nostre.

Certo comprendo anche il momento di debolezza per  non essere stato tu per primo a mettere in pratica quell’idea, ma ti va sempre riconosciuta la paternità e il successo, grazie a Ca’ del Bosco, di questo territorio. E poi non è grave, vedrai che dopo un po’ passa e te ne farai una ragione. La cosa importante che emerge invece, il punto di criticità, è che evidentemente non hai capito il senso di questo metodo e orienti il pensiero solo allo zucchero che si dovrebbe ottenere con una macchina da 5 milioni di euro. Maggior maturità, maggior diversificazione e più identità talmente palese da rendere banali i confronti? Tu invece vuoi fare la “banca del vino” dove voglio vederti a tenermi da parte i miei 12 ettolitri.

Noi ci siamo limitati a dimostrare che per andare in macchina non si deve necessariamente avere la Bentley (e nemmeno per avere una bella donna) oppure non ci si muove. È questo il limite che ha paralizzato il Consorzio, per non passare dall’idea di dieci anni orsono, ai fatti? Non c’era la Bentley?

Come sai il metodo è a disposizione gratuita ed è di una duttilità disarmante. Lo usiamo per fare 2mila bottiglie in Langa come 500mila altrove. Sono certo che la tua azienda riuscirà a renderlo migliore, come dici tu, portando ancora valore aggiunto al territorio, perché tanti la seguiranno come hanno fatto in passato. Questo è il senso di ciò che abbiamo voluto fare (gratis). Abbiamo fatto una cosa per tutti: tu? Mi spiace vederti rosicare nel pretendere la paternità di una cosa che non hai fatto. Sappi che ne abbiamo in cantiere un’altra; mi mandi un elenco delle cose “già pensate in passato” e mai realizzate?

Le due aziende con le quali collaboro da sempre, Arici e Camossi, ho voluto fortemente io che s’iscrivessero al Consorzio perché credevo in un progetto di coesione, fatto di valori e di cultura che è stato, a mio avviso, disilluso nel peggior modo possibile.

Hannah Arendt nel suo libro “La Crisi della Cultura” scrisse: “la società di massa non vuole Cultura, ma svago”. Presa alla lettera.

Nonostante ritenga che Zanella sia l’uomo giusto per rappresentare questo territorio anche in futuro (limitandolo) spero che il nuovo corso cambi profondamente idee su come promuovere il territorio prima del vino, perché è questa la differenza tra un produttore di rubinetterie nel vercellese e un produttore di vino: il territorio.

Ps: oltre a verificare con attenzione quanto si sia investito per aver ottenuto cosa, è importante notare quante volte parla dello champagne dopo aver dichiarato non essere un punto di riferimento.

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3 thoughts on “My name is Tanino

  1. Scusa per il ritardo, ma hai ragione, il tempo scarseggia: ma voi in Franciacorta pagate un tot ad ettaro? pensavo un tot per quintale di uva o ettolitro di vino

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