C’era una volta il Central

Il Central Otago, per i locali semplicemente “Central”, è la casa del Pinot Noir neozelandese nonché la regione viticola più meridionale di tutto il globo terracqueo.
La regione è prevalentemente montagnosa, con un grande numero di laghi, contornati da catene montuose a perdita d’occhio; è un posto che si potrebbe definire “wild”, che trasmette stupore ad ogni kilometro, ma che ti fa anche sentire piccino e decisamente poco importante nel bilancio del mondo.
Il cuore del Central è la città di Queenstown, che giace sulle sponde di un enorme lago a forma di “Z”, il Wakatipu; un tempo villaggio di pastori, minatori e cercatori d’oro, oggi Queenstown è uno strano incrocio tra la peggiore Ibiza e Cortina, traboccante di gioventù da tutto il mondo, molesta e spendacciona, ma anche di turisti più tradizionali, attratti dalle immensità naturalistiche dell’area e dalle piste da sci disseminate tutte attorno.

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Le prime tracce di viticoltura nell’area risalgono al 1864, ad opera di un immigrato francese che aveva fatto fortuna con la corsa all’oro, ma lo sviluppo del settore propriamente detto è una questione recentissima : i primi impianti sperimentali risalgono agli anni ’70 e per dare un’idea dell’evoluzione dell’area basti pensare che nel 1996 in Central erano presenti undici cantine e poco più di una novantina di ettari vitati, mentre ai giorni nostri le cantine si avvicinano al centinaio, e gli ettari vitati superano i 1500.

Come detto il vitigno principe è il Pinot Noir, che costituisce più dell’85% delle superfici, seguito da Pinot Gris, Riesling e qualche piccolo appezzamento di Chardonnay e Sauvignon Blanc. La scelta del Pinot Noir ha ovviamente una motivazione pedoclimatica e di opportunità, piuttosto che di tradizione.
La latitudine del Central è praticamente speculare rispetto all’Equatore a quella di Borgogna, Valle del Rodano settentrionale o Willamette Valley, ed il clima ne ricalca alcuni aspetti. Il Central Otago è l’unica regione della Nuova Zelanda a clima semi continentale, con escursioni termiche giornaliere e stagionali che non si trovano in nessun’altra area della terra dei kiwi: le estati sono piuttosto calde ed asciutte, gli inverni rigidi, con neve e gelate frequenti, che possono presentarsi anche in primavera e in autunno; le precipitazioni sono in generale moderate nel corso dell’anno.
La stagione vegetativa della vite è perciò prolungata, con vendemmie che possono terminare all’inizio di maggio, mentre nelle altre zone della Nuova Zelanda tutta l’uva è in cantina generalmente entro metà aprile; sono stato in Central nella seconda metà di maggio, e qualche azienda stava finendo la raccolta dei Riesling “late harvest”.

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Essendo una zona ricca di ghiacciai e laghi di origine glaciale, la maggior parte dei suoli è costituita da depositi alluvionali o di origine eolica, con strati superficiali caratterizzati da una tessitura limosa e strati profondi costituiti da materiale più grossolano; la zona più occidentale del Central è caratterizzata da suoli di origine morenica. Per ottimizzare l’irraggiamento la maggior parte dei vigneti di pinot nero sono posti su pendii orientati verso nord, mentre le varietà bianche occupano solitamente i fondo valle.

Ho girovagato per diversi giorni in lungo e in largo per il Central Otago, da solo e con amici, facendo tappa credo in una ventina o più di cantine, accompagnato da un tempo uggioso e tipicamente autunnale che invogliava a fermarsi sempre un attimo in più in ogni azienda. L’ accoglienza ricevuta è stata molto variegata, andando da un caloroso benvenuto unito ad una lunga chiacchierata, arrivando a sbrigative mescite e poche stringate nozioni da parte del responsabile della “cellar door”.

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Devo essere onesto, non ho trovato nessun vino che mi sconvolgesse, a causa anche di un mio non grandissimo feeling con il Pinot Noir, ma vorrei tuttavia segnalare tre bevute che mi hanno spinto a prendere appunti, o a comprare bottiglie.
Il primo è Karearea, un Pinot Noir del 2010 prodotto da una delle più grandi (e belle) cantine della zona,Peregrine. Naso di ciliegia, con una traccia terrosa, di sottobosco, nota legnosa della barrique nuova presente ma non invadente; acidità importante, tagliente, corpo snello e finale lunghissimo. Veramente buono.
Il secondo è un Pinot Noir del 2012 proveniente da una delle sottozone più calde del Central, Bannockburn, prodotto da Akarua. Macerazione prefermentativa di 5 giorni e svinatura a freddo, presenta un naso speziato e caldo, con indizi di frutti di bosco ma anche tabacco, supportato in bocca da un tannino rotondo ma un po’ troppo asciugante. Fuori dal coro.
L’ultimo Pinot Noir è ancora del 2012, prodotto da Gibbstone Valley, una delle prime aziende a lanciarsi nell’avventura del Central; proviene da un singolo vigneto, Glenlee, piantato nel 2002 ed è forse un contraltare al precedente e più esuberante Akarua. L’ho trovato austero, quasi freddo, ma con una facilità di beva disarmante, agevolata dalla trama setosa del tannino. Bottiglia che apri e finisci senza rendertene conto.

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Limitatamente a quello che ho visto ed assaggiato mi sento di affermare tranquillamente che la produzione del Central Otago è più che valida , ma manca ancora di una propria identità, che sia comune a tutti i produttori e che non sia un mero tentativo di imitazione (o un’ispirazione molto marcata) di altre zone viticole più blasonate (sensazione peraltro comune a tutte le zone viticole neozelandesi che ho visitato).
Come mi ha detto una persona che di vino ne sa parecchio più di me, l’impressione è che i kiwi “arrivino alla risposta senza porsi la domanda, semplicemente prendendo soluzioni di altri e applicandole al proprio sistema”.


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2 thoughts on “C’era una volta il Central

  1. Sono stato qualche settimana fa nella cantina di Gibbstone Valley e ho avuto modo di degustare il loro Pinot Nero. Devo confermare che non è stato niente male. Grazie per questo interessante post!

  2. Contento che sia piaciuto anche a te! Gibbston è una delle poche aziende che ho visitato in Central che applica un tasting fee, ma secondo me è più che giustificato.

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