Lunedì speziato in quel di Egna: in scena il Pinot Nero.

Centoquindici per la precisione. Una nutrita compagine italiana e poi Francia, Germania, Svizzera, Austria, Belgio, Olanda, USA, Argentina, Chile, Zuova Zelanda e sud Africa. Protagonista l’annata 2011.

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Le giornate altoatesine del Pino Nero prendono corpo sul finire degli anni ’90 con l’intento di animare il paese di Egna e di dare voce a questo vitigno e alle sue espressioni. Nasce con questo incipit l’associazione che dal ’99 organizza l’evento e che ospita, dal 2002, anche il Concorso Nazionale del Pinot Nero (qui la Classifica). Peter Dipoli, vicepresidente dell’associazione, noto esperto nonchè vignaiolo, ribadisce che “l’obiettivo del concorso non è quello di premiare un ottimo vino rosso, quanto piuttosto di individuare fra tutti i concorrenti, che si confrontavano quest’anno per l’annata 2011, l’interpretazione di questo vitigno che più riesce a cogliere la caratteristica che ne fa un mito per tutti, produttori e appassionati: la capacità di esprimere il terroir di elezione.” E aggiunge “Certamente la Borgogna è lontana, e non ha alcun senso confrontare un Pinot nero altoatesino con uno francese della stessa annata, perché questi ultimi iniziano ad essere buoni quando quelli nostrani sono già maturi. Ciononostante il vitigno, che a me piace definire ‘climatico’, ha trovato nel territorio e soprattutto nel microclima di alcune zone della bassa provincia di Bolzano le condizioni ideali per esprimere tutto il suo potenziale genetico” (Qui l’intera intervista).

Un plauso al metodo di valutazione adottato per il concorso che, da quanto descritto nel sito, sembra avere ben presente il concetto di soggettività di giudizio. Le validazioni dei dati attraverso la validazione costante dei giudici è quanto di meglio (doveroso, necessario) si possa adottare in occasioni simili. Direi doveroso ogni volta che un dato ha un peso, qualunque sia.

WP_20140512_005L’evento, arrichito da visite, degustazioni guidate e seminari, si è concluso lunedì 12, con la consueta degustazione dei partecipanti al concorso affiancati da una selezione internazionale. Banchi d’assaggio minimal e ragazzi pronti a servire i campioni disposti sui tavoli con etichette in vista e numerate secondo l’elenco che ci viene consegnato all’ingresso. Una sala ampia, nessun vociare, nessun produttore dietro il banchetto.

Dopo i primi 30 assaggi la salivazione è azzerata e la lingua effetto carta vetrata reclama una pausa a base di speck e pane di segale (siate benedetti) serviti nell’area ristoro vicino alla sala.  Riprendo di slancio ma poso le armi dopo circa una sessantina di calici. Assaggiati buona parte degli italiani, la selezione francese e parte di quella tedesca.

Le impressioni? Metto le mani avanti Faccio prima alcune necessarie premesse:

– assaggiare svariati campioni in batteria è un esercizio faticoso. Io ne ho assaggiati la metà e nonostante le pause la capacità di discriminare compiutamente un campione dall’altro alla fine si abbassa drasticamente (voi ci riuscite? Facciamo una prova? ;)) ;
– controllare le temperature di servizio è impresa complessa in un contesto simile. Va da sé che anche quelle siano tra le variabili che incidono se non sono adeguate;
– modalità di assaggio e contesto incidono;
– assaggiare “in prospettiva” è faccenda per illuminati. Il triplo carpiato con avvitamento lo lascio a chi ne sa più di me. Penso comunque che ciò che sarà lo possa dire solo il tempo. Spesso il vino si fa beffe dei pronostici;
– E poi ci siamo noi e la nostra relazione con quei calici (e qui dovremmo aprirne mille di parentesi). In sintesi, il giudizio monocratico può rappresentare solo sè stesso.

Ciò detto, trovo sia ancora complicato riuscire a sganciarsi dai riferimenti d’oltralpe (nostra culpa). Che lo si voglia o no, lo spazio campionario mentale torna lì. Vuoi per la nostra scarsa attenzione (snobbismo?) verso le espressioni italiane di questo vitigno, vuoi perchè a mio avviso è ancora sfocato il percorso che racconta il Pinot nero di casa nostra.

Ho un pò faticato a scorgere un fil rouge chiaro in questo senso. Si è davvero capito dove e come farlo esprimere al meglio? Lo si sta comunicando nel modo giusto? Le condivisibili dichiarazioni di Peter Dipoli stridono a mio avviso con alcune spremute di legno presenti ai banchi d’assaggio (solo per fare un esempio). Ma gli assaggi felici non sono mancati, tutt’altro. Nella mia “top twenty” (QUI la lista completa) avrei certamente aggiunto anche i signori: 07, 09, 77, solo per citarne alcuni.

 

InstagramCapture_993ca164-7c4d-410e-a37d-7109e9d6d58e_jpgBellissima infine l’idea della cartella stampa versione pocket (ovviamente riutilizzabile che le usb non son mai troppe). E grazie sempre a Laura “lasbalchi” Sbalchiero per la sua attenzione a tutto. Perchè se sono i dettagli a fare la differenza, bisogna avere delle cose “dentro” per saperli cogliere. Bisogna essere.

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