Cielo grigio su, cielo grigio su…

Aprile 2013. Conseguo la Laurea Magistrale in Viticoltura, Enologia e Mercati Vitivinicoli presso l’Università degli Studi di Udine; il tutto, posso dirlo con un certo orgoglio, senza andare fuori corso, sempre facendo il pendolare e lavorando nei week-end.

E adesso?

C’è la crisi. E’ un refrain costante, lo senti dire tutti i giorni.
Ma all’improvviso realizzi che la crisi c’è davvero, non è un brusio da telegiornale, e le aziende vitivinicole italiane sono in difficoltà, combattono quotidianamente con la burocrazia, l’erario, le insolvenze e non sono troppo inclini ad assumerti.

Tocca fare come il nonno, si emigra; lui in Argentina, io in California.

Inizio a prendere contatti, muovendomi in autonomia; è risaputo che lavorare negli USA, anche solo per un breve periodo, è materia assai delicata e complessa, ma ci provo da solo.
Dopo poco tempo realizzo che non c’è niente da fare, bisogna appoggiarsi ad organizzazioni internazionali che dietro (lauto) compenso ti trovano l’azienda ospite e si smazzano buona parte delle questioni burocratiche. Io devo solo metterci il volo e le braccia.

Il tempo scorre lento, non manca molto alla vendemmia ed ancora non so nulla; poi, a fine giugno, arriva una mail del Production Manager di una grande azienda californiana, che mi invita ad unirmi al team per la stagione vendemmiale. Accetto al volo, non ci penso due volte, anche se la paga non è lautissima.

Il mese di luglio vola tra documenti da compilare, tour eterni per uffici e ambasciate, liste di roba da mettere in valigia. La perseveranza paga, alla fine tutto va a posto, prenoto l’aereo e dopo una toccata e fuga in Toscana con la mia signora, sono in volo in direzione San Francisco.
La mia destinazione finale è Windsor, una piccola cittadina nella California settentrionale, lontano dalle spiagge alla Baywatch e dalle metropoli come Los Angeles e San Diego; è il 23 agosto, appena in tempo per l’inizio della vendemmia.

Faccio conoscenza con la mia “host family” che mi affitta una stanza nella sua bella casa da american dream. Con il tempo il rapporto diventerà qualcosa di più, per qualche verso sarà davvero come avere una famiglia adottiva.
Con me c’è anche un ragazzo pugliese, Carlo: condivideremo la casa e il lavoro.
All’inizio la diffidenza nordica si scontra con la solarità meridionale, ma si intuisce che andrà a finire bene, da estranei si diventerà amici fraterni.

Dopo una settimana abbondante di acclimatamento si inizia a ballare.
L’azienda è grande, la più grande in cui abbia mai lavorato; ad occhio siamo sui 6 milioni di bottiglie o, come preferiscono dire qui, circa mezzo milione di casse. Il core business è composto da vini varietali a base Pinot nero e Chardonnay, provenienti da diverse AVA californiane, e una quota minoritaria di Pinot grigio.
L’organizzazione aziendale è gerarchicamente rigida, ed è presente un numero impressionante di ruoli, che ad un occhio “europeo” risultano ridondanti e in sovrapposizione: ad un(a) Director of Winemaking si affiancano un Associate Winemaker, un Assistant Winemaker ed un Harvest Oenologist, oltre ad un Production Manager e un Lab Manager, senza contare il (la) General Manager della cantina; alla fine della vendemmia non mi è ancora del tutto chiaro chi faccia cosa.
Le maestranze in cantina sono prevalentemente, con un paio di eccezioni, di origine ispanica; nella posizione che io ricopro, quella di Intern, ci sono altri 11 ragazzi e ragazze provenienti da mezzo mondo: Portogallo, Cile, Argentina, Uruguay, Bulgaria.

IMG_1810

La cantina è composta da due grandi edifici separati: nel primo sono situati i tank in acciaio per la vinificazione (circa un centinaio di diversa capacità) e una parte delle barrique per l’affinamento; mentre nel secondo si trovano gran parte delle barrique ed alcuni serbatoi per i blend.

Il totale dei legni raggiunge il mostruoso numero di 20.000 unità, utilizzate sia per le fermentazioni che per l’affinamento.
I serbatoi destinati alla fermentazione dei rossi sono circa i tre quarti della capacità totale della cantina e si tratta esclusivamente di “open top” tank, praticamente dei giganteschi bicchieri d’acciaio, sormontati da pachidermici follatori montati su rotaie.Noto non senza una punta d’orgoglio che presse e filtri sono prodotti da aziende italiane.

I primi giorni sono quasi noiosi, non c’è ancora uva in arrivo e tutti sono impiegati nell’organizzazione e nella pulizia della cantina prima del grande via.
Approfitto del tempo per conoscere meglio l’ambiente e le persone che mi circondano…quando saremo nel mezzo della tempesta voglio sapere di chi mi posso fidare e chi no.
Continua…

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