Noi, straordinari e imperfetti.

De gustibus..

Le esperienze alimentari dell’infanzia, quella torta che “come la fa mia nonna nessuno mai”, quella birra assaggiata in quel pub londinese. Momenti spesso condivisi, che si fissano nella nostra memoria e vanno a comporre quel puzzle esperienziale chiamato “gusto” al quale attingiamo quando dobbiamo orientarci -quindi scegliere- tra ciò che ci piace e suo contrario. Ma se è vero che il gusto in senso lato è rappresentato da ciò che ci fa compiere determinate azioni piuttosto che altre, è altrettanto vero che questo processo non è avulso da “interferenze” ambientali, fisiologiche e psicologiche.

dare il buon esempio: lo sto facendo bene.
dare il buon esempio: lo sto facendo bene.

Qualche esempio? Vi è mai capitato di riassaggiare un prodotto a distanza di tempo e trovarlo decisamente meno “emozionante” o al contrario più interessante? Quando ci è impossibile riscontrare (e quindi descrivere) una effettiva minore o maggiore qualità del prodotto in questione, quali potrebbero essere le cause associabili alla sensazione del “me lo ricordavo diverso”?

Forse scordiamo che l’atto del cibarsi non è governato dal solo bisogno primario di apportare nutrienti all’organismo, ma in esso è contenuta la ricerca del piacere, dell’appagamento dei sensi (non venite a raccontarmi la “fola” che bevete birra per dissetarvi, l’acqua esiste ancora ;)). In questa ricerca, nella relazione tra ciò che è detto sensazione (quanto arriva in termini di stimoli sensoriali ai nostri organi di senso) e ciò che è definito percezione (il processo di interpretazione e rielaborazione di questi stimoli), siamo un elemento attivo e nella nostra rielaborazione del percepito siamo soggetti a variabili come: cultura, memoria, attenzione, linguaggio, contesto, momento fisiologico e psicologico (e altre ancora).

tajarin al ragout – trattoria La Coccinella, Serravalle Langhe (CN)

Potrebbe insomma capitare di riassaggiare un piatto o una bevanda a distanza di tempo e trovarli diversi per il solo fatto che il contesto e il momento psicologico in cui si sono assaggiati sono cambiati? Sì, è possibile (nasi “assoluti”, a voi non capita eh? 😉 ). Ovviamente anche il momento fisiologico è determinante. Essere raffreddati, in trattamento con medicinali o stanchi, altera le nostre capacità percettive (tipo dopo aver assaggiato svariate decine di vini per stilare una guida o per un concorso enoico?Sì, tipo..).

Più semplicemente siamo in continua evoluzione. Cambiamo e di conseguenza anche il nostro modo di interpretare la “realtà”. Siamo mutevoli, influenzabili e pure “infinocchiabili” (parlerò più avanti delle sinestesie) ma è altrettanto vero che nessun naso elettronico o altro marchingegno ci possono sostituire nella mirabolante arte dell’assaggio. Sistemi sensoriali e cervello sono strumenti impareggiabili. L’ ottimizzazione delle tecniche di assaggio ed il ricorso alla statistica permettono di dare risposte esaustive, attendibili e rappresentative della realtà. Quantomeno di quella valutata in quel momento.

E tra (irragiungibili) assolutismi e relatività penso a quanto mi annoierei se  tutto fosse sempre uguale a sè stesso.


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