Il Vino che piace ai poeti (E lasciateli divertire) di Flavia Gilberti

di Flavia Gilberti

Premessa

È il 21 giugno.  Le cicale franciacortine cantano,  il sole è caldo e mi vien di far mia qualche riga di Virginia Woolf che ben si sposa con l’estate di oggi: “Il mio spirito è avido soltanto di verdi campi, di sole, di vino; di starmene seduta a  far niente”. Una cosa però mi va di fare: ripescare qualche pezzo di prosa e poesia che si riallaccia al vino. Lo faccio senza miracolosi fili logici, nessi ricercati e messaggi da lanciare. Lo faccio per il gusto di farlo, per stare in compagnia di qualche autore di casa, per vederlo all’opera con il vino, per lasciarlo parlare e divertire. Non ricaverete nessuna dottrina da queste righe, se non un modo di vedere il vino che può essere vicino a voi, oppure agli antipodi.

Perciò, se amate la precisione maniacale, le etichette, le schede analitiche, o siete soliti rimanere incantati dai sommellier che sono capaci di scovare 800 profumi compreso quello di animale da bosco (ma l’avranno mai annusato un animale da bosco?) nel vino, scappate da qui.

Buona estate, comunque.

Il Vino che piace ai poeti ( E lasciateli divertire)

Immaginatevi una bella tedesca (originaria di Monaco e un po’ schiva, appena sotto i trenta, con la pelle bianca come un bianco d’uovo) intrattenersi con un poeta genovese sotto il sole delle 11 di un lunedì mattina: Parliamo, per piacere, dei piaceri della vita le dice lui; il primo piacere è chiavare, certo: e poi, per me, dormire nel sole (a torso e a piedi nudi), e il terzo è bere vino (francese possibilmente). La reazione dell’amazzone teutonica la lasciamo inventare a voi, ma la conclusione del suo interlocutore ce la teniamo invece stretta: ho concluso che il paradiso è chiavare nel sole, forse, pieni di Saint-Emilion. Conclusione semplice e schietta (qualche moralista sta già storcendo il naso?) che qualche collega di Sanguineti aveva già abbracciato molti secoli prima…poesie, sanguineti

XIII secolo d.C- Toscana. Il frivolo Cecco Angiolieri si aggira per le taverne di Siena; mentre gli stilnovisti pendono dalle labbra della loro donna angelo, egli  si perde in grossolane e divertenti situazioni (giochi, burle, zuffe) affermando che solo tre cose gli son gradite: la donna, la taverna (metonimia per dire “vino”) e il dado: Tre cose solamente mi so ’n grado,/ e quali posso non ben men fornire:/ ciò è la donna, la taverna e ’l dado; queste mi fanno ’l cuor lieto sentire

Tre piaceri il primo, tre cose gradite il secondo; e per entrambi il vino fra di esse.

Insomma, questo vino ai letterati italiani piace, tanto che pure chi è estremamente sensibile e impegnato civilmente (con quella fine arma ironica mai arrogante) rende sacri i venturi giorni e li consacra a Bacco. Che fare quando l’ingrata Venere insegue il tempo dei fiori e ci abbandona, quando l’età avanza e le belle più non ci guardano? Non le lacrime, signori… Degg’ io di lagrime/ bagnar per questo il ciglio?/ Ah no; miglior consiglio/è di goder ancor…
Così Parini risponde alle prese in giro della vecchiaia, con la gola al vino e pochi pensieri leggeri, che forse faranno tornar le belle, pian piano, a brindar con lui: E noi compagni amabili/che far con esse allora?/ Seco un bicchiere ancora/ bevere; e poi morir.

Ben più sfrontato, nel secolo successivo, è Emilio Praga, re degli scapigliati ed  erede  del dubbio e dell’ignoto.  Ai suoi occhi gli spettacoli del vino son grandiosi, miracolosi, divini. Il vino ha una consistenza di santità, le bottiglie che lo contengono sono urne fantastiche e quel contenuto è magico, di inestimabile origine, certo. Ubriacarsi come un idiota è per lui condizione desiderabile: offre l’opportunità di scacciare le brutture dell’anima dal “canile” rabbioso nelle quali sono custodite (il suo corpo), offre lo slancio per liberarsi dalle catene poste ben strette ai piedi, e soprattutto al cervello, dal “buon senso” della società che lo circonda. Ben venga, sì, il liquido rosso che gorgoglia nel suo cranio se egli può così liberarsi da un destino ripugnante, se può credersi  Senza marchio alla fronte, e ceppi al piede…poesia e vino

Ubriacarsi (mai a caso, condicio sine qua non il vino buono) è il mezzo per distogliersi dall’obbrobrio dell’uomo sobrio che di ogni ne combina, là, nel mondo fuori.  Poche ore sono più piacevoli di quelle passate con il vino, il quale arreca il più profondo godimento: distaccare i moti della propria anima dall’agitarsi meschino del mondo. L’inferno può pure arrivare perché  io, dice il poeta, vi scenderò col mio bicchiere in mano!

A qualcuno potrebbe sembrare semplicistico affogare il dolore con del vino, ma Praga è così, non riesce ad accettare i casi e i pericoli comuni che la maggior parte della gente conosce e soffre. Solo questa presa di coscienza basta a perdonarlo.

Questa condizione di abiura al tic tac preciso della ragione, offerta dal vino, intriga anche il Vate (150 anni, auguri monsieur) ma in una direzione ben diversa da quella degli scapigliati. Non ha più importanza la perdita dei sensi  finalizzata al ripudio del  mondo circostante;  c’è solo da dedicarsi  all’abbandono nei pressi di quel piccolo orticello che tutti dovremmo coltivare:  l’amore sensuale.  Chi ha letto i romanzi di D’Annunzio, Il Piacere in particolare, sa che il vino è mezzo che ricorre spesso in metafore, similitudini e personificazioni, quando c’è una donna nei paraggi.  E succede anche in poesia: l’uomo si fa muto coppiere che versa  a stille il vin dolce ed ardente, godendo di quel fatato momento in cui la donna beve, che è proprio il momento magico in cui il vino si fa suo compagno, mentre egli la guarda prima di toccarla. È quel momento che è un attimo, ma ha la durata dell’eterno, è l ’istante  in cui il desio lo prende d’infranger le membra bene amate. Di questa magia il primo, muto, fortunato spettatore è proprio il vino, unico corpo di vita a godere di quell’attimo che non si è ancora fatto carne, ma già è tutto.

C’è una certa propensione, nei poeti, ad amare ciò che sta un attimo prima dell’atto che accade, un amore del pre-, che si ama ricordare nel post– ed è quasi più prezioso dell’ in. Succede nell’atto d’amore e parallelamente nella vita pratica, anche in quella del vino, di guardare a ciò che sta prima. Ancora D’Annunzio lo fa. Certo è godibile bersi il prodotto, ma già amare ciò che lo precede (grappolo, vite, mosto) è aspetto necessario per completezza d’amore. Il grappolo ha già in sé i connotati meravigliosi che porterà con sé il vino nel bicchiere e, guarda caso, ha l’aspetto di una femmina divina che si rivela per la prima volta nella sua fisicità ad un giovane ragazzo: E il grappolo più grande/ colsi avidamente,/che pesava d’ambrosia/come la mammella/ineffabile d’una dea/data all’adolescente…

Tale aspetto sensuale e portentoso  del vino, prima ancora di farsi, è rintracciabile anche in Cesare Pavese. Ne “La luna e i falò” vediamo spesso Anguilla e Nuto che si scambiano idee, ricordi e impressioni sulle strade verso Canelli ed Alba, stanno alla finestra bevendo un bicchiere o nei luoghi vicino alla piana del Belbo. Fra i mille discorsi che i due amici si scambiano trapela questo per  voce di Anguilla: …vennero come negli anni passati sia lei che Irene nella vigna bianca, e io la guardavo accovacciata sotto le viti, le guardavo le mani che cercavano i grappoli, le guardavo la piega dei fianchi, la vita, i capelli negli occhi… donna e grappoli ancora insieme, sensuali e incantatori, fino a stordire chi li guarda. Si può addirittura fare a meno del vino stesso per perdersi, bastano i chicchi d’uva che si confondono con le chiome di Irene, sullo sfondo di una valle nella quale bisogna averci fatto le ossa per amarla davvero, come il vino e la polenta, conosciuti quando si era ragazzi.Cesare Pavese, vino, poesia

A tale immagine mi vien voglia di partir per le langhe, trovarmi con Nuto, Anguilla, Irene; tutti quanti insieme a giocare, correre per  le vigne e fare un capitombolo. Magari aspettar sera, e poiché il vino ci sarà, riempir la nostra coppa  cantando come pazzi, attendendo  l’alba lunare, quando a canzone finita i nostri sensi se ne saranno andati.

Al tenue risveglio sarà Nuto, il più timido della brigata, a leggere qualche verso per il buongiorno, in attesa che la gente si risvegli. Lo farà in piedi, guardando oltre i colli e le pianure, in  direzione Trieste, dove a lui pare che la pensino come qui:

                                        La vita è così amara;

                                        il vino così dolce;

                                        perché dunque non bere? 

Advertisements

5 thoughts on “Il Vino che piace ai poeti (E lasciateli divertire) di Flavia Gilberti

  1. Spero non di disturbo questo mio intervento ipertestuale:

    ma per le vie del borgo
    dal ribollir de’ tini
    va l’aspro odor dei vini
    l’anime a rallegrar.

    Carducci, “San Martino”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...