Con “Solaris” oidio e peronospora saranno un ricordo (la risposta sovietica)

Ogni volta in questo periodo dell’anno i trattorini cominciano a mettersi in moto creando rallentamenti mortali. Francamente odio l’odore del gasolio più di quello dello zolfo ma mi rendo conto che le due cose siano complementari o quasi.

Penso ai trattamenti, penso che a inquinare non siano solo certi prodotti usati per salvaguardare il frutto ma anche il gran movimento dei trattori.

E poi penso al tempo adoperato per i trattamenti e a come sarebbe bello impiegarlo per fare altro. Penso all’uomo esposto. Penso ai costi e alla paura che mi fa un trattore su un terreno scosceso.

Il paradiso al quale ambire sarebbe quello di limitarsi a potare, legare e raccogliere per poi approfondire tutta l’arte che serve per rendere le cose in vino.

La scienza che avanza è alla costante ricerca di prodotti efficaci che non arrechino danno all’ambiente. In alcuni casi funziona, mentre in altri si considera poco –a fronte di un successo- l’eccessivo dispendio di mezzi e di uomini per la stesura di una coperta protettiva temporanea.

La cosa ideale sarebbe quella di avere un frutto capace di resistere alle svariate malattie, in grado di ridurre al minimo l’intervento meccanico e il suo conseguente potere inquinante.

A quanto pare in Alto Adige qualcuno è riuscito a realizzare tutto questo, creando un incrocio tra diversi ceppi di vite –e non stiamo parlando di OGM ma di innesti- con un nome evocativo quale “Solaris”. La pianta resiste a oidio e peronospora azzerando l’intervento in vigna o quasi.solaris, space, film

Bé fantastico, però mi chiedo se Solaris piantato altrove dia i medesimi risultati! Al contempo, non credete possa essere una strada (quella di avere un Solaris nei territori del futuro) percorribile per migliorare l’ambiente nel quale viviamo? Oppure è uno strappo mostruoso con la cultura storica del fare vino? Oppure?

ps: grazie a Raffaello Vezzoli per la segnalazione

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5 thoughts on “Con “Solaris” oidio e peronospora saranno un ricordo (la risposta sovietica)

  1. Questo vitigno può essere la soluzione a moltissimi problemi. Dubito fortemente però che la genetica di laboratorio non c’entri nulla

  2. Ho conosciuto Morandell diversi anni fa, almeno 6.
    Bella visita in cantina e gita a mille metri e passa per vedere il vigneto piantato a Solaris.
    Il vino a quel tempo non era ancora pronto, però c’era gia il bronner, che vinificato secco non mi diede particolari emozioni, salvo poi sentire la versione dolce siete claire: un monumento.
    Assaggio poi i suoi vini ogni anno a fine agosto, quando in un confortevole termorinfrescato autosalone multi marca di Bolzano più di 60 produttori alto atesini e qualche ospite extra regione propongono le proprie nuove annate.
    All’assaggio del bronner “secco” però mi viene subito una domanda: vale la pena coltivare un vitigno che mi permette di non fare trattamenti, che cresce e matura senza problemi di malattie e di gelate etc etc se poi a livello gustativo non mi rimane un impressione migliore di un pinot bianco ordinario? Per carità, ok non inquinare, ok tutto quello che volete, ma se poi il risultato non mi da niente da ricordare?

    1. Non conosco Morandell e purtroppo non ho assaggiato il vino per potermi confrontare direttamente con te. Però darei qualche possibilità al vitigno, come hai fatto con il Bronner che in un’altra forma ti ha entusiasmato.
      Sarebbe interessante provarlo vinificato anche da altri -questo senza nulla togliere alle capacità di Morandell naturalmente- o in altre forme appunto.
      Comunque un gran traguardo che potrebbe aprire le porte ad altre sperimentazioni per la nascita di altri vitigni a “impatto zero” o quasi.

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