La maggior parte del vino prodotto in Texas è texano quanto Beppe Grillo è leghista.

In Italia, prima dei disciplinari del ‘67/ ’68 si poteva scrivere sull’etichetta di un vino prodotto sulle colline di Botticino, “Barolo” solo perché lo stesso era fatto con uve nebbiolo. Confusione, concorrenza poco corretta e assoluta incapacità di comprendere il valore di un territorio… Mentre in Francia era già realtà riconosciuta e compresa da tempo, era già un sistema economico funzionante.

Una sorta di truffa legalizzata dove a farne le spese erano certamente i produttori piemontesi, quelli che producevano barolo a Barolo, e i consumatori.

In Texas la situazione è ancora peggiore per i consumatori di vino made in Tex, perché la maggior parte delle aziende sono vere e proprie industrie che approfittano di un sistema legale che gli consente di acquistare vino in altre zone degli Stati Uniti (leggi California), vino da imbottigliare, senza doverne dichiarare la tracciabilità e scrivendo in etichetta “vino prodotto in Texas”. Questo perché coltivare uva in Texas non è cosa semplice, in quanto il clima è estremamente ostico e per via della malattia di Pierce che prolifera con il caldo e l’umidità. Quindi piuttosto che sbattersi per trovare soluzioni valide che abbiano una precisa concomitanza con il territorio, preferiscono la strada più semplice acquistando vino dove produrlo risulta relativamente facile.

Una sorta di frode legalizzata che trova nei consumatori le vittime ignare di tutto e che rende la cultura vitivinicola un qualcosa d’impenetrabile e priva di futuro.

Vi rimando a questo eloquente e dettagliato post di denuncia di Jeremy Parzen, che per primo ha messo in luce quest’agghiacciante vicenda.

Buona lettura.

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