CENTRALI A BIOMASSA : UNA MINACCIA PER L’APPENNINO

Ricevo e pubblico questo comunicato (anche se abbastanza lungo) che mi è stato inviato da un membro del comitato spontaneo NO CENTRALE BIOMASSE Rodengo Saiano, che in Franciacorta lotta con costanza e concretezza contro la realizzazione del medesimo impianto.

Grazie a Monica.

G.A.

I cittadini di Palanzano e Vaestano, organizzatisi in associazione ambientale, si oppongono fermamente a che venga costruito un gassificatore in località Nacca di Vaestano che si alimenterebbe con 8.500 t. annue di cippato di legna e con 2.500 t. annue di digestato di letame.
Oltre per le emissioni inquinanti e le ceneri, sono preoccupati per il loro patrimonio boschivo.
Le 8.500 t. annue di cippato che finirebbero nel gassificatore corrispondono ad 1 Km2 di bosco che ogni anno sparirebbe. Al sindaco di Palanzano, Maggiali, che ha concesso da tempo la DIA senza minimamente tener conto della loro opinione, hanno intimato che se non revoca l’autorizzazione alla ditta privata che l’ha richiesta si rivolgeranno al TAR.
Il sindaco di Monchio, comune finora considerato virtuoso, ha annunciato che intende ricavare 150.000 euro di incentivi dalla produzione di energia elettrica con la centrale a cippato.
Attalmente la centrale è  sottoutilizzata. Funziona al 20% e brucia circa 3.000 quintali di cippato con gravi problemi dovuti alla cattiva combustione. Funzionando in cogenerazione per produrre energia elettrica, arriverebbe a bruciare dieci volte tanto, circa 30.000 quintali di legna,  tanto scarso è il suo rendimento e quello della combustione del cippato fresco. Si tratterebbe di 1/3 di km2 di boschi da tagliare ogni anno per farla funzionare.
Che aziende private mirino a speculare sulle energie rinnovabili non ci sorprende più, capita ormai dappertutto e i cittadini si costituiscono ovunque in comitati per contrastarle.
Ma che gli stessi enti pubblici locali svendano le risorse della montagna per quattro soldi ci sorprende e ci preoccupa, anche perchè temiamo che le centrali termiche che stanno sorgendo un pò dappertutto nella nostra montagna potrebbero seguirne l’esempio, come temiamo.

Noi di Reteambienteparma sosteniamo, infatti, che sono inquinanti ed antieconomici anche i piccoli inceneritori sorti per produrre solo energia termica. Per intenderci, quelli sotto il Mw di cui Regione e Provincia stanno finanziando l’installazione in tutto l’Appennino.
Tre sono già funzionanti, a Monchio, Palanzano e Borgotaro e 5 sono già stati finanziati.
Dall’Olio, funzionario della Provincia e candidato alle primarie del Pd, ha firmato un documento che comproverebbe la larga disponibilità di legna utilizzabile dal punto di vista energetico nonostante i massicci tagli dovuti alla speculazione sulla legna da ardere, arrivando ad affermare che di tali inceneritori a cippato se ne potrebbero installare, senza problemi, addirittura una trentina nei borghi del nostro Appennino.
Gli argomenti addotti per giustificare tale scelta sono ormai dei mantra.
Frasi fatte, ripetute ad ogni piè sospinto e ritenute certezze intoccabili.
Sarebbe il caso, invece, di sottoporli a giudizio critico.

– il primo mantra è dato dalla certezza che la combustione delle biomasse non contribuisca all’effetto serra. Viene detto che la stessa CO2 assorbita durante la crescita viene restituita durante la combustione. Cioè sarebbero impianti a somma zero di emissioni CO2.
In astratto è vero : la CO2 emessa è quella incorporata nel legno.
Ma non si considera il fattore tempo. In natura le piante hanno una vita di molte decine di anni e ne impiegano altrettanti, una volta morte, a seccarsi, marcire, diventare humus e rilasciare CO2.
Nel concreto, dalla combustione industriale di cippato di legna viene emessa anidride carbonica in quantità tale che gli ettari di bosco, tagliati per rifornirla, impiegheranno anni prima di avere la massa arborea sufficiente a ricatturare la stessa quantità di CO2 di prima.

 il secondo mantra è dato dalla certezza che una centrale termica a cippato, fornendo teleriscaldamento in sostituzione delle vecchie caldaie a legna delle case, abbia emissioni meno nocive di queste e che l’aria dei borghi in inverno diventi addirittura più salubre.
Sbagliato. La gente ha già provveduto in questi ultimi anni a dotarsi di moderne caldaie funzionanti sia a pellet che a legna, con abbattimento dei fumi. La caldaia è programmata per accendersi automaticamente col pellet ed è poi rifornita manualmente di legna durante la giornata. Il pellet ha un contenuto idrico dell’8%. La legna usata è secca, stagionata due anni, ha un contenuto di umidità inferiore al 20% e produce basse emissioni, ulteriormente abbattute dal filtro della caldaia. L’acquist,poi, di nuove caldaie è conveniente perchè è detraibile al 55% dalla dichiarazione dei redditi.
La centrale a biomassa, al contrario, brucia cippato fresco con umidità del 50-60%. Produce una cattiva combustione con eccesso di fumi e con residui di ceneri anche del 5%. Supera ampiamente il range massimo di 100 mg/Nm3 di polveri previsto dalla normativa nazionale. Infine,  dalla combustione di sostanze vegetali ed animali, come da quella del petrolio, si generano idrocarburi ciclici aromatici, che combinandosi col cloro presente nell’aria, anche per la sola depurazione degli acquedotti, si generano diossine.
L’ingegner Saviano della SIRAM, la ditta costruttrice della centrale a cippato dentro l’ospedale di Borgotaro, ha dovuto inventarsi alchimista.  Ha dovuto servirsi della caldaia a metano, già esistente, per dosare la quantità di calore di questa con quella della caldaia a cippato in modo che la stessa non si dovesse accendere e spegnere a seconda dell’input del termostato, ma rimanesse sempre accesa a circa il 70% della sua potenza e avere la minor quantità di emissioni e di ceneri possibile per un ospedale. Non solo, ha dovuto approviggionarsi di cippato di legna stagionata, per non servirsi più di cippato fresco,  di così difficile combustione e così inquinante.

– Il terzo mantra è dato dalla certezza del risparmio con la centrale a cippato.
Forse è vero rispetto al gasolio che si usava prima, ma non rispetto ad altre possibilità.
Il costo di una centrale come quella di Palanzano, con due caldaie da 350 Kw l’una, è di 426.000 euro e il costo di quella di Monchio, da 926 Kw, è di 650.000 euro. Il costo aggiuntivo della rete di teleriscaldamento è di 500 euro al metro. Monchio ha già speso 100.000 euro solo per una parte della rete di teleriscaldamento. Il comune di Palanzano, viste le conseguenze nel bruciare cippato fresco : grandi emissioni di fumi e grosse quantità di ceneri, è passato a bruciare pellet. Costa di più ma rende molto di più, ha emissioni e ceneri 10 volte inferiori al cippato fresco.
Forti di questa esperienza, avrebbero risparmiato molto di più se avessero messo piccole caldaie a pellet in ognuno dei 5 fabbricati del comune, senza bisogno dei costi del teleriscaldamento. Una caldaia automatica a pellet da 60 Kw di potenza, capace di riscaldare una superficie di 800 m2, costa 36.000 euro( iva e installazione comprese), detraibili al 55% in 10 anni. Il costo reale diventerebbe di 16.000 euro.
Con neanche 100.000 euro avrebbero risolto il problema e avrebbero potuto destinare il resto dei finanziamenti  regionali ad interventi di ristrutturazione per il risparmio energetico, creando così anche lavoro.

– il quarto mantra è che non si intacca il patrimonio forestale perchè il cippato deriva solo dalla pulizia dei boschi.
Falso.
La pulizia dei boschi la si faceva una volta quando la legna era poca e la gente tanta.
Ora non la fa più nessuno, tantomeno i boscaioli o le cooperative di taglio.
Se una cooperativa di taglio dovesse  basare il suo lavoro e gli introiti dalla  raccolta delle ramaglie abbandonate sul posto dai boscaioli, fallirebbe. Tale raccolta èantieconomica.
Il cippato fresco, infatti, deriva proprio dal taglio meccanizzato del bosco. Dall’esbosco a pianta intera, con cui il tronco diventa tondame da lavoro e i rami e il cimale, una volta tagliati, vengono subito cippati con foglie e tutto il resto. Per un tale taglio meccanizzato è prevista anche l’apertura di nuove strade. Si assisterebbe, quindi, ad un’ulteriore rimaneggiamento del bosco e ad una sua maggiore esposizione al taglio generalizzato in atto per la speculazione sulla legna da ardere che ha già superato la sostenibilità e che sta intaccando la rinnovabilità.
Una cooperativa di pulizia del bosco, quindi, non pulirebbe un bel niente,  tagierebbe soltanto.

– Il quinto mantra è che l’investimento strutturale nel teleriscaldamento sia necessario nei piccoli borghi perchè gli anziani non sono più in grado di essere autonomi nemmeno a casa loro.
Tutta da ridere. Lo vadano a raccontare a chi, ad 80 anni, va ancora in giro a funghi.
Per chi non ce la fa, poi, ci sono già  in ogni borgo le case di riposo attrezzate.

Sono necessari, invece, investimenti strutturali per creare lavoro, cosa che le centrali a cippato non fanno minimamente. Investimenti per la ristrutturazione dei borghi finalizzata al risparmio energetico ed alla ricezione agrituristica ed ospitativa, capaci di creare lavoro nell’edilizia e nell’indotto e a seguire nel turismo, ormai moribondo.

Ma nella nostra montagna, altrettanto grave dell’abbandono dei borghi e della mancanza di lavoro è il taglio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere. Le tonnellate di cippato che bruceranno nelle decine di future centrali termiche si andranno a sommare alle migliaia di tonnellate di legna che ogni anno vengono portate via su camion, con grave dissesto per i boschi, i versanti dei monti e le strade delle valli.
Su circa 300.000 tonnellate potenzialmente prelevabili dai boschi del nostro Appennino, stando ai dati delle comunità montane, nel 2009 ne sono state effettivamente tagliate 190.000, sotto la voce di autoconsumo.
Ma questa parola, in borghi semiabbandonati, è ormai un eufemismo.
Era valida quando le case erano tutte abitate, ma non certo ora che lo è una casa su quattro.
Tutta quella legna viene portata via dal nostro territorio e venduta a caro prezzo chissà dove.
Il prezzo di mercato della legna da ardere stagionata 3 mesi è di 11 euro al quintale, arriva anche a 18 euro se stagionata 2 anni.
Di quei soldi in montagna resta ben poco.  Gli anziani dei borghi che fanno tagliare i loro boschi di proprietà incamerano solo 1.000 euro all’ettaro.
La gran parte dei soldi del taglio finisce giù in città. 
A coloro che vi si sono trasferiti da tempo e che hanno conservato la proprietà della casa e di appezzamenti boschivi. Certo, qualche boscaiolo in ogni borgo mette in tasca un pò di più, 4 o 5.000 euro per ogni ettaro tagliato, ma col sudore della fronte non si arricchisce di sicuro.
Nè quel pò di euro in più che girano per i borghi ne cambiano l’assetto economico.
I soldi veri finiscono nelle tasche dei commercianti e dei grossisti della filiera della legna da ardere.  Gente che non tornerà certo ad investirli lassù.
I dati degli ettari richiesti al taglio nel 2011 non sono ancora disponibili, ma non lo sono nemmeno quelli del 2010, nonostante siano stati richiesti per un anno intero.
Tutti i boscaioli dicono che si è tagliato molto di più, forse molto più del doppio e che sono nate delle aziende che hanno assunto in nero extracomunitari che tagliano a più non posso e pagati un tanto a m3.
A confermare l’enormità dei tagli e il mancato rispetto spesso delle regole minime sono le parole stesse del sindaco Bovis di Langhirano ad un’assemblea aperta del Pd sullo stato della montagna del settembre scorso : ” Se dovessimo punire quest’anno chi ha sgarrato dalle regole dei tagli, dovremmo comminare ammende per alcune decine di migliaia di euro. Ma non so se è il caso di farlo : alcune aziende fallirebbero.”
Ma se i tagli hanno ormai superato la sostenibilità e stanno intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi, non si può più accettare che le autorità amministrative impongano il silenzio ai funzionari preposti. La risorsa verde dei boschi non è “il nuovo petrolio su cui siamo seduti”, come affermato da un funzionario della Provincia, ma una risorsa preziosa che va salvaguardata proprio nell’interesse della montagna, di chi vi abita e del suo futuro possibile.

“Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità
della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni
e le sue intenzioni. Cerca di sottrarsi alla visibilità del
pubblico, perchè questo è il modo migliore per difendersi
dallo scrutinio critico.”                   ( Max Weber )
Parma 1-06-2012
Reteambienteparma
Serioli Giuliano

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One thought on “CENTRALI A BIOMASSA : UNA MINACCIA PER L’APPENNINO

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