“Bollicizzazione” italiana: finirà com’è finita con il Merlot?

Come dimenticare gli anni dell’euforia del vino quando l’italiano medio, abbagliato dall’eldorado del vino francese, pareva aver capito tutto e piantava cabernet e merlot anche nel ventre della moglie?

La formula era semplice: nel Mondo si vende bordeaux, che è fatto con i due vitigni sopra citati quindi, pianto le stesse uve e vedrai che funziona!

Ogni azienda nel listino aveva un merlot, un cabernet o un taglio bordolese. La moda non aveva attaccato (o almeno, non così tanto) le Langhe in quanto rappresentavano già una profonda identità vitivinicola.

Altro discorso va fatto per Montalcino, dove qualcuno si era venduto l’anima alla parkerizzazione e mi torna in mente Alice Feiring. Nei territori in cui l’identità di prodotto non esisteva –e ancora non esiste- il fenomeno del “bordolese style” e della tendenza di mercato, ha fatto –e continua a fare- più vittime della peste.

Tornando alla scelta di cosa e come produrre, non trovate che un fenomeno simile si stia prospettando anche nella produzione di metodo classico?

Puglia, Sicilia, Marche solo per citarne alcune… oggi il mercato vede di buon occhio le bolle ed io sono sufficientemente curioso e pronto da degustarle allegramente tutte provenienti da ogni parte del globo ma, non credete che oltre a disorientare il consumatore che identifica il territorio con il prodotto e viceversa, il tutto possa finire com’è finito il “bordolese style” degli anni ’90, in altre parole con un costante inflazionarsi dell’identità dei territori e dei vini?

Se negli anni ’90 era l’euforia del mercato a generare scelte che poi si sono rivelate fallimentari, oggi tali politiche le possiamo attribuire alla disperazione?

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51 thoughts on ““Bollicizzazione” italiana: finirà com’è finita con il Merlot?

  1. Purtroppo sta già succedendo…… vedo sempre di più ristoranti storicamente “bollicinai”che vendono sempre meno bollicine, che non si sanno spiegare il perchè !!!! spesso dando la colpa al prezzo , invece io credo come Te che sia colpa di questa inflazione di bottiglie che provengono da tutte le zone d’italia spesso con risultati mediocri ,bisognerebbe fare come in Francia , ma questo è un altro discorso.

  2. E vogliamo parlare della tendenza “Bourgogna”…oggi chi non beve e ama Pinot Noir non è un bevitori che si rispetti e molti produttori con un pò di altitudine e terreni appena sassosti piantano questo vitigno che da vini a dir poco spersonalizzati per non dire che non sanno nè di Pinot nè di tradizione.
    Per quanto riguarda le bollicine oggi è impensabile creare in Italia un’altra Franciacorta, anche se in quel caso lo scimmiottare i francesi ha portato ad un marchio oggi riconoscibile e riconosciuto dal mercato e peraltro di successo benchè le eccellenze non siano la maggioranza, ma non si può avere tutto dalla vita.
    In ogni dove ci saranno persone (produttori) che sfruttano l’onda, la moda e produttori con un etica e una filosofia ben riconoscibile…altrimenti non avremmo tutte quelle aziende che hanno una gamma commerciale che va dal bianco leggerino al passito, passando per rosato, rosso in acciaio e rosso da barrique, senza nessun filo logico e col solo fine di soddisfare un mercato che non è in grado più di assorbire questi eccessi senza senso.
    Io sono per la specializzazione, meglio poco e giusto, e non per la massificazione ma non escludo la sperimentazione nel rispetto della tradizione e del territorio e non delle mode perchè poi alla fine le bottiglie restano in cantina e i conti in banca di color rosso fuoco e le cattedrali nel deserto vengono svendute!

    claudio tenuta

    1. D’accordo con te sui bevitori de “il Pinot Nero è il mio preferito”, meno sul fatto che la Franciacorta abbia “scimmiottato” i francesi. Abbiamo preso un metodo, il 66,6% dei vitigni ma siamo ben consci (almeno io) che non possa esserci, tra i due territori, altro punto d’incontro se non la CO2 che si percepisce in bocca. Per il resto è lo stesso confronto che si potrebbe fare tra Barolo e la Valtellina sul medesimo vitigno.
      La Franciacorta è un territorio con una tradizione bollicinara ancora acerba, ma rappresenta un insieme di aziende che producono tutte la stessa tipologia di vino.
      Il post si riferisce ad aziende che fino a ieri hanno prodotto tutt’altro in un territorio che di fatto non produce metodo classico e che continua, nel suo insieme, a non produrne.

  3. Assolutamente Giovanni,
    Champagne e Franciacorta non sono minimamente avvicinabili per qualità, emozioni e storia, nonostante i passi da gigante di alcuni illuminati produttori franciacortini, mentre come penso a te facciano sorridere tutti quei metodo classico sparsi un pò la e qua nella nostra penisola senza capa nè coda!
    Voglio però allargare il discorso, ma il 95% dei consumatori di vino e non quel 5% nel quale ho la presunzione di inserirmi e inserirti, ragiona pensando al concetto di tradizione, territorio, tipicità…oppure considera prima di tutto il fattore prezzo e poi la piacevolezza spesso molto discutibile e poco altro?
    Perchè la vera questione è questa, sono pochi i bevitori consapevoli e ancor meno quelli che vanno oltre la roteazione del calice e basta.

    1. D’accordo su emozioni, fascino, storia.. meno sulla qualità: il divario qualitativo di un tempo non c’è più, c’è solo una netta diversità organolettica.
      Non mi fanno sorridere “tutti quei metodo classico sparsi un pò la e qua nella nostra penisola” che degusto sempre con curiosità, solo mi preoccupa vedere lo stesso fenomeno che si è visto vent’anni fa per i tagli bordolesi che hanno invaso l’Italia.
      Più che il vino a preoccuparmi sono come al solito gli uomini, che decidono di attuare certe scelte.
      Allarghiamo il discorso: perché -purtroppo- siamo solo il 5%? Perché chi potrebbe informare correttamente, contrastando una politica della scelta basata solo sui prezzi, cercando di formare il consumatore medio, non lo fa?

      1. .ciao giovanni,mi introduco nella vostra conversazione cercando di risponderti sulla base della mia recente esperienza lavorativa,che tu hai avuto il modo di conoscere….. l’informazione precisa e corretta su ciò che viene versato nei bicchieri e su tutte le materie prime,accuratamente scelte, e utilizzate per la preparazione di ogni piatto proposto era proprio nella filosofia dell’EX-osteria terra……. immagino tu sappia che fine ha fatto!!!!!!! purtroppo non viene capita,o per lo meno da pochi,troppo pochi!!!! per noi è stato motivo di grande dolore…. forse nelle città,dove il “mercato” è più ampio,dove,forse,c’è un pò più di apertura mentale,ripeto FORSE,potrebbe funzionare…

      2. In base anche ad alcuni recenti assaggi, paragonando fra loro prodotti di prezzo simile, trovo che la differenza qualitativa media tra Champagne e Franciacorta sia abissale, e non lo dico per esterofilia. Per il resto sono d’accordo, non ha molto senso inventarsi Metodo Classico in ogni dove (e, aggiungo, usando uve non adatte a questo scopo) solo per seguire una moda.

  4. Gio che dire, hai ragione non basta, purtroppo ha ragione anche Claudio, alla fine siamo in pochi a capire e la risposta è sempre la stessa “ma io lo vendo!”.
    il problema è che non capiscono che potrebbero vendere meglio e con meno fatiche (e inquinamento) un prodotto più buono, perchè più adatto al clima, alla terra, etc.

  5. Enrico,
    chi fa impresa deve purtroppo pensare ai bilanci…io faccio il bancario (purtroppo/per fortuna in questi tempi?!?) e se i bilanci non quadrano sono caz…, l’apporto di Greta mi rafforza in una mia piccola conclusione personale: “spesso la qualità e il rispetto di tradizioni, natura e quant’altro non paga”, non paga soprattutto perchè il consumatore medio e non è disprezzativo e infarcito di informazioni ma poi compra male affidandosi alla GDO slow-easy-fast o a ristoranti-pizzerie-produttori che fanno scarsa qualità ma si sono costruiti una credibilità sul nulla o meglio sulla capillarità.
    Quanti piccoli ristorante di qualità resistono rispetto a pizzetterie o osterie anonime che comprano materie prime scadenti??? Quante serate di degustazioni si fanno con vini veri, sinceri rispetto a quelle dei grandi colossi aziendale???
    Giovanni, anch’io sono un curioso è mi piacciono le novità quindi provo le bollicine più disparate o Muller Thurgao di Sicilia (assurdo) ma se devo scegliere compro piccole realtà trentine (c’è anche lì una certa tradizione) o di franciacorta per non dire Champagne, ma quanti lo fanno??? Quanti piccoli produttori ricercano la verità piuttosto che il business, l’etica prima che il guadagno, questo porta a tagli bordolesi che nessuno vuole più o bollicine marchiggiane o toscane che tra qualche anno saranno fuori mercato.
    Ciò che si può fare e parlarne ed estendere la discussione il più possibile per alzare l’asticella del consumatore e mettere fuori mercato chi non persegue una certa logica-etica produttiva ma poi che altro si può fare…è il mercato che decide e io mi sento in minoranza, ma molto in minoranza anzi posso sembrare ai più un eno-fighetto snob che seguo la moda del piccolo è bello o del naturale è meglio o tradizionale è da preferire, ma chi lo dice o no?

  6. @greta: proviamo a vederla al contrario e con un esempio che non sfiora minimamente il caso dell’ex osteria terra.
    Da produttore di vino che si rapporta con il consumatore, mi piace agire con uno schema preciso.
    Primo, devo creare un prodotto che mi piace e devo fare in modo che le persone, lo acquistino perché il loro palato e il loro olfatto lo trovano gradevole e non perché gli racconto che non faccio trattamenti, che non uso la solforosa…che non diserbo… che è bio…
    Me ne frego -immedesimandomi nel consumatore medio- se prima di portarmi la lasagna mi racconti che è fatta con il pomodoro dell’orto, la carne di un contadino che ha solo una mucca e il grano di un campo bio, ecc.. se l’insieme non mi soddisfa io ne mangerò un’altra e da un’altra parte e dalla tua poesia ne scaturirà un cattivo ricordo che si ripercuoterà inevitabilmente sui prodotti usati per la composizione della lasagna.
    Sta all’etica e alla professionalità di chi compone la lasagna preoccuparsi non solo di trovare prodotti, chiamiamoli bio (per semplificare) che produce il contadino, a chilometro zero, ecc. ma di trovarli buoni!
    Per il vino vale lo stesso: lo produco vino rispettando i parametri di leggi che magari trovo antiquate, anti-ecologiche, nocive, ecc? Posso produrlo altrettanto buono o forse anche meglio, eliminando tante sostanze che ritengo nocive per la mia salute e per la terra? Benissimo, ma il mio vino deve continuare a piacere.
    Questo per dirti che la comunicazione di certi aspetti, di certe pratiche risulta per noi indimostrabile verso il consumatore medio e che quindi andrebbe fatta dopo che si è dimostrato il risultato. Invece, la si comunica preventivamente, quasi come se fosse una giustificazione nel caso in cui il vino -o il piatto- non dovessero soddisfare a pieno i sensi dell’avventore.
    Alla fine produciamo vino e cibo che per prima cosa devono essere buoni.
    Finché l’intenditore di vino, scrive dello stesso partendo dalle pratiche che utilizza in cantina e in vigna il produttore e, facendosi soggiogare dalla poesia ne scrive come se fosse dinnanzi a un’opera d’arte e poi il consumatore si fida, prende una boccia che puzza di piedi ammuffiti e lo rovescia nel cesso, cosa volete che pensi di quelle pratiche? Non è un bel modo di comunicare per istruire, ma una strada per sputtanare anche le cose buone, sane e giuste che si possono davvero fare per giungere a un risultato.
    Bisogna dimostrare di ottenere un grande risultato che sia alla portata del consumatore medio che usa solo i suoi sensi, per poi (solo poi) istruirlo sui come e i perché e sull’etica che accompagna quella produzione. è solo così che si può formare, cioè partendo dal risultato.

    1. sono d’accordo!!!!!! soprattutto per quanto riguarda il vino!!!!!!!!! ….che,per inciso.io adoro…
      spero che avremo occasione di riparlarne di persona,per l’appunto,a tavola,con un buon bicchiere in mano ( ..di un vino prodotto da uve e metodi tradizionali,autoctoni e “NO GLOBAL”…. ) potremmo organizzare una tavola “forum” coinvolgendo carlo ,antonio e un pò di amici…

  7. C’è una tendenza in atto più che una moda, verso il consumo maggiore di vini frizzanti. E’ normale che qualche produttore provi a fare la propria proposta. La tradizioni in fondo sono nate dalle innovazioni più riuscite.
    Con la competizione che c’è al giorno d’oggi chi propone delle schifezze non andrà avanti molto.

    1. Mah, io non la trovo una così normale che chi produce barolo o nero d’avola (per dirne due) si metta a produrre metodo classico. A me suggerisce due cose: il produttore non crede alla storia e alla tradizione della sua terra, oppure non è stato in grado di costruirsi la propria identità e ogni volta che il vento cambia direzione, lui lo segue.
      Non si può produrre tutto e ovunque.

      1. concordo con te giovanni!!! per curiosità li assaggio anch’io ma resto fortemente legata alle tradizioni e alla consapevolezza dettata dalla storia… basta fare tutti tutto uguale!!!!!! che ,per altro,uguale non potrà mai essere diventando,invece,una brutta copia…

      2. Greta, non pensi che questa tua frase “basta fare tutti tutto uguale!!!!!! che ,per altro,uguale non potrà mai essere diventando,invece,una brutta copia…” sia applicabile anche alla Franciacorta?

  8. Ciao Giovanni, ciao a tutti, provo a dire la mia. Penso che la disperazione non sia la causa di questo proliferare di MC, voglio pensare che sia una delle motivazioni forti del generare novità, non sempre buona e lontana da creare identità che ha bisogno di tempo convinzione credibilità, e non sia solo l’effetto di moda passeggera se lo è ma anche di conoscenza e tanta sperimentazione come è nel campo del vino. Come te, come tutti, anch’io sono curioso e mi piace assaggiare, e citando da un post qui letto un concetto che condivido pienamente: la miglior comunicazione è l’assaggio, trovo che molti prodotti in questione non siano all’altezza e penso avranno difficoltà ad affermarsi, tralasciando prezzi e qualità credo di dedurne, confrontandomi, che molti vitigni nostrani utilizzati non siano proprio adatti. Se ne accorgeranno?

    Alessandro

    1. Il discorso è questo, ossia che se il Bruno Giacosa (per dirne uno) mi presenta un metodo classico non lo fa di certo perché non vende i suoi vini di Langa e sono convinto che lo faccia(come ha fatto) per creare una novità e per stupire ancora..
      se a farlo è l’azienda che non è capace di vendere un anonimo quanto banale nero d’avola a tre euro(sempre per dirne una) fatico a credere che la produzione di bolle sia mossa dalla volontà di generare qualcosa di nuovo.

      1. Ci tengo a precisare che il post che ho citato di questo blog è “Terre di vite: belle persone, ottimi vini, stupenda location!”.

        Certo il metodo corrispondente non vuol dire uguaglianza di prodotti, ho scritto un’ovvietà; l’dentità per chi produce questo vino moderno penso sia molto difficile da creare. Basta, scusami mi fermo qui, non so rispondere.

        Ti faccio una domanda io: da un buon Trebbiano toscano con acidità e mineralità spiccata ce lo faresti un MC?

        🙂

  9. La spumantizzazione del nebbiolo sembra un po’ azzardata anche a me, ma se un’azienda vinicola compra delle uve o vigneti in zone adatte e prova a creare il proprio “frizzante” perché storcere subito il naso. Non dimentichiamoci che la stessa Franciacorta ha iniziato con i metodo classico intorno al 1960.

    1. Noi, in passato, abbiamo spumantizzato Nebbiolo in zona prealpina e non è venuto malissimo… Altro discorso per la Barbera con la quale abbiamo ottenuto -per diversi anni- risultati stupefacenti… Il mio “storcere il naso” non è legato al prodotto in se ma all’identità produttiva di un territorio. Dai, per quanto pochi nel mondo del vino, 50anni non sono uno scherzo.

      1. attenzione che quei 50 anni sono cominciati da zero pure loro.
        torno da un giro in Toscana dove ho asaggiato tra le altre cose un MC rosé da 100% sangiovese. Per carità, i vini buoni sono fatti diversi, ma non era tutto da buttare. Si tratta della prima volta che qualcuno in Chianti spumantizza sangiovese in rosa e io non me la sentirei di affossarlo subito.
        Son più dell’idea di affossare un prodotto se dopo tanti anni ancora trovo che la sua qualità media sia decisamente trascurabile.

        Piccola provocazione: chi e perchè stabilisce dove si deve fare cosa?

  10. @Francesco Beghi: ritengo fondamentale due cose, anzi tre, a fronte della sua esperienza che l’ha vista mettere in fila alcuni champagne e altrettanti franciacorta.
    Definire cosa lei intende per qualità.
    Rapportare percentualmente la sua esperienza perché a spanne, 390milioni di bottiglie non sono 11 milioni, così come 35mila ettari non sono i 2400.
    E in terza battuta faccia i nomi, perché se le preparo io una batteria di 20 champagne e 20 franciacorta, le posso dimostrare come la sua valutazione viri di colpo.

    1. non esagerare, di Franciacorta portane solo una decina.
      Però sarebbe meglio se metà li metti tu e metà li mette Beghi.

      Info please: dove trovo le note di deg. di Francesco Beghi? Mi dicono che
      ha stroncato alcuni nrinomati vinelli ultimamente, ma non trovo niente.

      1. @il chiaro: ardel che! 🙂
        ti rispondo qui anche al commento sopra..
        hai visto ancora dei 50 anni partire da 1??
        Cazzate a parte, non voglio affossare alcun vino, la mia riflessione non discute qualità o caratteristiche organolettiche di un MC prodotto in Sicilia piuttosto che in Valle d’Aosta… credo anche che possano esistere territori ancora inesplorati, capaci di offrire ottimi spunti di riflessione in chiave MC…
        ma siccome è sempre l’uomo a decidere “dove si deve fare cosa” e nel caso della “merlottizzazione” ha fatto una cazzata epica(da quello che risulta) e l’ha fatta un po ovunque, mi chiedevo se non fosse il caso di pensarci.

      2. Caro Il Chiaro, sarei curioso di sapere chi le ha detto ciò! 🙂
        Non ho un blog mio, anche se ci sto pensando; mi è capitato di scrivere qualcosa su Facebook e, pochi minuti fa, una lunga risposta a Giovanni Arcari.
        Per il resto, i miei testi si trovano sulle varie guide del Gambero Rosso, con le quali collaboro da 11 anni.

        Francesco Beghi

    2. Egregio Arcari, intanto mi scuso per il tono eccessivamente tranchant del mio intervento: visto così, sembra che io esalti tutto ciò che viene dalla Champagne e sottostimi la Franciacorta tout court, il che non è assolutamente vero; posso organizzare tranquillamente anch’io una degustazione in cui 20 Franciacorta surclassano 20 Champagne, ci mancherebbe altro. La mia riflessione deriva dal fatto che, per professione e per passione, mi capita di fare molti assaggi. Rimanendo in tema di bollicine, anche di altre zone come Oltrepò Pavese, Trento ecc. Spesso mi imbatto quindi in nomi nuovi, o perlomeno da me non conosciuti: piccoli recoltant-manipulateur in Champagne, cantine emergenti in Franciacorta, al di là dei soliti noti. Ebbene, mi è capitato di assaggiare molti Champagne piatti, banali, insignificanti ma quasi mai tecnicamente discutibili; ma quando trovo del buono, c’è da levarsi il cappello, come la prima volta che ormai parecchi anni fa assaggiai l’intera gamma di Paul Bara o di Bruno Paillard o di Pol Roger. Recentemente sono stato molto colpito da Léclapart, per esempio. E sto cercando di procurarmi Roger Coulon di cui ho letto un gran bene anche per il rapporto qualità/prezzo.
      Parallelamente – parlo degli ultimissimi tempi, quindi di assaggi delle ultime settimane – ho avuto a che fare con Franciacorta – comprati da amici bresciani o bevuti in ristoranti bresciani – che hanno pur ricevuto recensioni lusinghiere, e le delusioni hanno ampiamente superato le soddisfazioni. Lei mi ha chiesto dei nomi. Ebbene, gliene faccio tre: Il Contestatore de Il Pendio, Derbusco Cives Rosé 2006, Arici Dosaggiozero 2005. Dei primi due ho fatto fatica a mandar giù un sorso, del terzo un bicchiere. Mi spiace dirlo ma, pur essendo tre prodotti completamente diversi tra loro, li ho trovati pieni di difetti e per nulla piacevoli. In questo suffragato dall’opinione dei miei due amici bresciani, appassionati e competenti. Il primo, preso al ristorante, l’abbiamo cortesemente mandato indietro. Sul secondo stendo un velo pietoso (31 euro!). Il terzo era pieno di sentori poco gradevoli. Ripeto, mi spiace scrivere queste cose perché so quanto duro e faticoso sia il mestiere del vignaiolo, per il quale porto sempre il massimo rispetto. Fortunatamente, ci sono stati anche assaggi positivi: Arici Dosaggiozero non millesimato, semplice ma piacevole; Battista Cola Extra Brut 2007, convincente; meno interessante il Rosè di Camossi, che io ho trovato piuttosto piatto e banale mentre ai miei amici è piaciuto, ma perlomeno non aveva difetti. Niente per cui perdere la testa, comunque. Cosa che invece avviene con certi Champagne. E non ho parlato di grosse delusioni franciacortine avute anche con prodotti di cantine affermate dal prezzo talvolta assai elevato.
      Detto questo, per dimensioni, quantità di bottiglie prodotte e storia, è ovvio che sia ingeneroso tracciare un paragone tra le due zone. Però a mio avviso la Franciacorta di strada deve farne ancora tanta.

      Cordialmente

      Francesco Beghi

      1. Egregio Beghi, grazie per l’egregio.
        Essendo filo Eastwood, parto con una premessa emblematica: “le opinioni sono come le palle. ognuno ha le sue” e non è certamente mia intenzione discutere i suoi personalissimi gusti.
        In una dozzina d’anni in cui operiamo in Franciacorta, abbiamo potuto vedere e partecipare (nel nostro piccolo) all’evoluzione tecnica di questo territorio.
        Non è mai stato un confronto tra noi e noi ma, un mettersi in discussione con tecnici transalpini -uno dei quali collabora anche con un’azienda da lei citata- che nel 2002 sogghignavano e bisbigliavano tra loro in francese mentre oggi si complimentano con noi in italiano. Loro portano basi francesi e noi mettiamo le nostre.
        Non è un traguardo ma una soddisfazione che non ci vede di certo sazi ma, che palesa che siamo sulla strada giusta anche se sappiamo di essere solo all’inizio di un percorso.
        In merito ai suoi assaggi e parlo esclusivamente per quello che mi riguarda, ossia Arici, per noi è stato invece un grande risultato quel 2005.
        Ritengo sia impossibile valutare un MC prescindendo dalla data di sboccatura e se l’ha degustato ultimamente dovrebbe essere sboccato o a novembre ’08 o primi mesi ’09. ne abbiamo fatte 900 bottiglie -un’esperimento- provando a lavorare in riduzione estrema e non sto a dirle cosa non abbiamo aggiunto a quel vino. Certo, non avevamo l’ardire di produrre un Krug.
        Bara è stato uno dei primi ad avermi letteralmente stupito e che tutt’ora bevo con grande ingordigia. Paillard, con il quale mi sono incontrato lo scorso anno per disquisire appunto di quanto sia fondamentale la data di sboccatura, anche. Non concordo con lei in merito Léclapart che pur degustandolo annualmente(grazie al Mongia) continua a non essere di mio gusto e non entro in dinamiche tecniche, ma mi esprimo solo con l’Eastwood pensiero come ha fatto lei.

        Grazie per il suo contributo alla discussione affatto tranchant.
        Giovanni

  11. @toscanaccio: domanda da un miliardo la tua! troppe le variabili in campo per un territorio, il tuo, che non conosco.
    ti posso dire che le esperienze sul trebbiano, che sono state portate avanti in Lugana, ci hanno mostrato che si presta ad affinamenti brevi di 9/12 mesi sui lieviti. oltre non è il caso di andare

    1. Non discuto, non sono un produttore, ma ti posso dire in questo momento sto bevendo un Trebbiano toscano rifermentato 24 mesi, o più non ricordo, il brut “base” ne fa 18, e ti posso assicurare che la piacevolezza di beva c’è tutta. Oh, di piacevolezza di beva sto parlando, e direi che c’è il prezzo pure, posso garantire per la qualità e la fattura più che buona, nulla a che vedere con i MC di cui sopra, chiaro. So però che è sceso un enologo franciacortino e questo fa ben sperare per il futuro. L’azienda è nella piana di San Miniato. L’identità territoriale.. pur limitata si può creare nel tempo, voglio pensarlo. Ma non è questo l’esempio.
      @il chiaro, anch’io sono per non affossare chi prova a fare MC, comunque resto dell’idea: l’assaggio non (mi)tradisce; il mercato è quello che decide nel bene e nel male alla fine. Ho avuto modo ad una degustazione professionale, ma non solo in questa occasione, di assaggiare più prodotti di più regioni e paesi e certi MC al gusto non mi sono piaciuti anzi peggio li ho scordati subito.

      1. Ripeto, non conosco il tuo territorio e non ho mai bevuto un trebbiano toscano MC. La mia esperienza si riferisce solo ai lugana.
        Senza dubbio che l’identità territoriale si crea nel tempo(i francesi insegnano che ne serve tanto) ma se un territorio da anni produce Chianti e da domani si mettesse a produrre MC avrebbe buttato via tempo e pure storia e tradizioni.. ma questo è un esempio di massima, impossibile pensarlo nella realtà… almeno spero! 😉

  12. Caro Giovanni, abbiamo già alcuni punti in comune: Clintwood-pensiero, l’ingordigia per Paul Bara, il rispetto per Bruno Paillard e per l’importanza della data di sboccatura (infatti lui è uno dei pochi in Champagne a metterla). Quanto ad Arici, devo chiedere venia: ho sbagliato l’annata. Mi è venuto il dubbio, e ho verificato che quello assaggiato era il 2007. Ribadisco peraltro di aver riscontrato sentori che non ho trovato piacevoli. Disponibilissimo comunque a un eventuale incontro per discuterne assieme.

    Francesco

      1. Calma & gesso: sto parlando del Dosaggiozero millesimato bianco, ovvero chardonnay. Io ero convinto fosse il 2005, ho telefonato all’amico bresciano che lo ha comprato il quale mi ha detto, sbagliando anche lui, 2007… Invece era il 2006. Mi scuso per l’imperdonabile imprecisione, succede quando non si prendono appunti e si ha una certa età, inoltre eravamo a cena da un amico comune produttore anche lui di M.C. e c’era un po’ di confusione.

        Chiedo ancora venia.

        Francesco

  13. Concordo con te, Giovanni. Però mi viene da pensare a la crisi del Chianti.., e voglio pensare che il Chianti Classico è altra cosa anche se ne producono di MC anche lì, e che la “bollicina” è entrata di fatto a far parte della gamma di vini di ogni azienda, quasi. Si ritorna alla tua domanda di partenza: moda? Euforia? ..

    Ps: l’identità me la spiego male 😦

      1. Mah, per ora quello che abbiamo trovato al top è stato il 2004 sboccato a febbraio ’08, bevuto il 5 dicembre scorso per il compleanno di Nico.. anche se presentava ancora -appena stappato- una leggera riduzione, segno che può cavalcare ancora il tempo.
        Se erano riduzioni, quelle che ha sentito, ci può stare e comunque lo degusteremo insieme appena ci sarà l’occasione…

  14. @Beghi: non frequento facebook (ho provato, ma non mi piace perchè non funziona come vorrei io), ma ho agenti segreti sparsi per tutta Italia che mi tengono informato di novità, critiche, passaggi di mano e altre amenità che riguardano il mondo del vino.

    Se si organizza una tavola rotonda in BS e prov. dove si beve e non si parla vengo anche io (sempre che i miei agenti segreti mi diano le giuste info :-))) )

    1. Curioso. Beh, comunque come è giusto elogiare i prodotti di valore, trovo altrettanto giusto e lecito criticare anche pesantemente (senza volontà di offendere) i prodotti che si ritengono negativi. L’unica vera stroncatura che ho recentemente pubblicato su Facebook è quella del Derbusco Cives Rosé, probabilmente l’assaggio con il peggior rapporto qualità/prezzo di tutta la mia vita.

      1. Francesco, come le ho scritto sopra ritengo che la sua opinione meriti rispetto come quella di chiunque altro e anche se lei (come chiunque altro) dovesse dirmi -in francese- che i vini che produco le fanno letteralmente cagare, la cosa non smuoverebbe le corde della mia anima, soprattutto se intenta a degustare un vino buono e a contemplare il culo di una splendida donna. 😉
        Rimaniamo nell’ambito delle opinioni, dei gusti personali e della soggettività misurata dai sensi… Più o meno tutto quello che serve per decidere se un vino piace o meno, ma nulla di provabile e lontano da una verità assoluta che non esiste, o meglio, esiste solo nei confini della tecnica… ma noi si parla d’altro, di gusto.
        Sul mio blog, con nome e cognome, può scrivere quello che vuole e a prescindere dal condividere o meno la sua opinione, troverò il suo pensiero intellettualmente onesto e limpido, come ho fatto ora.

  15. @ giovanni.davvero divertente il tuo “stile” linguistico :-),la dialettica propria di concetti e termini tecnici ben inserita nel linguaggio nostrano,chiaro,passionale da bar con gli amici…. .-)

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