Il modello francese che proprio non vogliamo capire.

La mattina non sono mai di buon umore a meno che non abbia riposato con quel gruppo di Top, che tanto mi hanno fatto sognare alla fine degli anni ’80 ma non è mai successo, quindi quando mia madre mi piomba in casa alle otto del mattino e mi riporta di aver letto che l’annata è stata straordinaria e l’euforia alle stelle, mi incazzo. Certamente non con lei ma con l’informazione che, di fatto, non dice nulla di errato ma allo stesso tempo nulla di preciso, di approfondito, niente che possa contribuire a far comprendere a chi si trova al di fuori del “mondo del vino” ciò che sta realmente accadendo.

Siamo italiani, esseri abituati a farsi comandare, a delegare competenze, doveri e soprattutto responsabilità a fronte di un modo di fare le cose, spesso frettoloso, confuso e caciarone.

A nessuno viene mai in mente di chiedersi: “ma quanto vale unitariamente il mio prodotto?”. Nel paesello siamo ancora fermi a rincorrere le quantità, convinti, che una buona massa critica porti inevitabilmente alla creazione di un mercato che non aspetta altro di essere saturato, mentre l’unico risultato derivante da azioni tanto stupide altro non è che l’inflazionarsi del prodotto, con un conseguente calo nella percezione qualitativa da parte dei consumatori.

Se dovessimo fare una media del valore dell’uva in tutta Italia e raffrontassimo i dati con quelli della Francia, riusciremmo a capire il perché di tanti annosi problemi che ruotano attorno al vino e alla nostra vita.

Esempietto: chi possiede un ettaro in Champagne da trent’anni(mi riferisco a un contadino) e decide avere una sussistenza data dal commercio d’uva, quest’anno ha prodotto 125ql/ha a un prezzo medio di 5,50euro(?) al chilo per un fatturato di 68750euro. Ipotizziamo una spesa media per ettaro di 6000euro -compresa la vendemmia- e il calcolo é immediato.

Chi ne possiede uno in Franciacorta e ha avuto la fortuna di venderla (110ql/ha), ha sostenuto la medesima spesa ma fatturando 11000euro.

La differenza è lampante. Nel primo caso si vive bene, nel secondo si muore. Pensate ad avere una rendita simile… a chi verrebbe in mente di vendere la terra (guadagnando 60mila euro l’anno)o a quale inetto assessore comunale passerebbe per il cervello di rendere edificabile quell’area, per poi avere una quantità d’immobili inutili e vuoti?

Tutelare il territorio oggi, significa trovare un’economia diversa da quella ormai eccessiva e prepotente del cemento. Serve un sistema economico che parte dal basso, che nasce dalla terra. In Italia l’agricoltura non vale una cippa sia in valore sia in prestigio. I giovani non possono essere stimolati da un sistema che ogni giorno si rivela fallimentare e che quindi non può sviluppare l’indispensabile ricambio generazionale.

L’agricoltura –quella vera- sta morendo e io vorrei tanto che si cominciasse a dire le cose come stanno, invece di sbandierare stupide e fuorvianti notizie.

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6 thoughts on “Il modello francese che proprio non vogliamo capire.

  1. Ho poco più di un ettaro in franciacorta dal quale mio nonno ci faceva vino per se e anche mio padre.Nel 2004 ho ripiantato tutto e messo chardonnay perché mi avevano garantito il ritiro dell’uva.quest’anno ho dovuto regalarla perché sul mercato ce ne era molta. questo mi hanno detto. lo scorso anno l’ho svenduta. posso continuare così ancora un anno facendo sacrifici ma poi dovrò arrendermi. piuttosto che vendere la terra taglio tutte le viti e ci faccio erba per le bestie così che almeno loro abbiano da campare.

    1. potremmo cominciare dal fermo totale del cemento nelle aree produttive per poi passare alla reale attribuzione del giusto valore all’agricoltura… passare da una cultura che premia le quantità a una che riconosce il valore intrinseco -non solo economico- di un bene…

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