Slow Wine 2011. Carlin tuonò: “Il vino deve rimanere un prodotto agricolo. Che i giovani tornino alla terra!”

È drammatica la situazione agricola in Italia(e nel Mondo) secondo Petrini: s’invecchia e il ricambio generazione è pressoché inesistente. Solo il 7%(se non ricordo male) di chi lavora la terra ha meno di trentacinque anni.

È perfetto il pensiero di Petrini che trema all’idea che non ci sia futuro a vantaggio di una pesante svalutazione del lavoro e della dignità contadina e conseguentemente dei suoi frutti.

Ma quali strumenti si possono adottare per correre in soccorso di questa emergenza?

Etica? Informazione? Formazione per chi informa?

Il problema è grave e deve trovare risposte immediate. Agricoltura e giovani, un connubio che si sta distanziando sempre più, lasciando spazio a una sterilità emozionale nei confronti del lavoro agricolo.

Credo fortemente che l’agricoltura(parliamo di quella legata al vino ma non solo…)non sia più in grado di emozionare, incuriosire e affascinare per essere scelta come attività primaria. Negli ultimi tempi ci si è limitati a far passare una comunicazione nella quale si è sempre spacciato un giudizio soggettivo per la verità assoluta, per la strada maestra. Un’incognita rischiosa e troppo pericolosa, che incute solo timore in chi produce.

Intraprendere la carriera contadina oggi è difficile e il confronto con i colleghi e pseudo tali, non avviene sulla base dei risultati perseguiti nella trasformazione dell’uva in vino, bensì sul raffronto dei giudizi di qualcuno che spesso, non conosce neppure il valore del lavoro della terra.

Il mercato moderno trova nell’edonismo la chiave del successo ed è su questa base che l’industria, priva di cultura agricola, ha deciso di investire per ricavare. Niente tutela, salvaguardia o rispetto. Solo business.

Lo squalo è più grande, potente e più appetibile per una comunicazione che molto spesso è solo interesse che crea inevitabilmente disinformazione, perché omette i valori più profondi del fare vino.

L’industria che usa l’agricoltura per “mangiarsela”. L’ignoranza che si divora la cultura, in una logica di mercificazione che non tiene conto di nulla. Nemmeno degli uomini.

Sulla base di questo (e non solo), come può un giovane appassionarsi ad un agricoltura che nella sua componente informativa, tiene sempre meno in considerazione il valore intrinseco che si cela dietro al vino? Come si può continuare a fare agricoltura onesta e rivolta al futuro, se gli strumenti che vengono messi in campo non tengono in considerazione ciò che il vino da sempre rappresenta?

In ogni caso credo che questa nuova guida possa tracciare un solco importantissimo, perché finalmente si racconta il vino partendo da aspetti oggettivi e lo fa con l’umiltà necessaria e con il rispetto dovuto nei confronti di chi produce e di chi “consuma”.

Uno strumento vero e proprio, uno “stimolante” nell’emozionalità di chi produce e di chi si appresta a degustare. Un modo costruttivo di mettere a confronto realtà produttive. Un sistema che si prefigge di informare prima che valutare.

Non credo, come sostiene Petrini, che gli esami siano finiti o che debbano necessariamente finire, ma sono certo che sia la materia d’esame e conseguentemente chi esamina a dover cambiare radicalmente. Altrimenti il futuro non sarà mai dei buoni, giusti, puliti e giovani.

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