Ristoranti VS Cantine con Ristorante. (qualcuno s’incazza)

Raccolgo lo sfogo di alcuni ristoratori (l’ultimo giusto ieri) che trovandosi in territori a forte vocazione vinicola, hanno deciso con fermezza di non acquistare vino da aziende che svolgono anche attività di ristorazione nella medesima zona.

Sarò breve e conciso, nella speranza di non essere frainteso lasciando(se ci saranno)spazio ai commenti.

Alcuni denunciano la cosa come una forma di concorrenza poco ortodossa, certi ritengono poco elegante che l’azienda proponga il vino a ristoranti limitrofi alla stessa(nello stesso territorio). Altri ancora, giudicano l’atteggiamento come un netto conflitto d’interessi, e illuminati, decidono di dare il voto a qualcun altro. 😉

Non voglio in alcun modo entrare, personalmente, nel merito della questione, ma se osserviamo la storicità dell’aspetto, non mi stupisco che un’azienda possa anche offrire ristoro agli enoici avventori… Ma qual è il limite invalicabile che il ristoratore non riesce proprio a tollerare? Da cosa si sente “ferito”? In cosa si sente circuito?

E il cliente da ristorante che ne pensa?

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12 thoughts on “Ristoranti VS Cantine con Ristorante. (qualcuno s’incazza)

  1. Collegi, sentirsi feriti perché una zona vitivinicola organizza eventi durante l’anno a scopo promozionale mi sembra semplice… Difficile invece é saper proporre “bene” la Franciacorta nel resto dell’anno.

  2. Da facebook:
    Stefano: Forse la paura di farsi fare i conti in tasca sui ricarichi delle bottiglie!
    Però sulla bilancia dei meriti e dei demeriti c’è ben altro, se una cantina riesce a dare il servizio che dà un ristorante che ben venga; ma se non riesce, stà comunque alla discrezione dell cliente(che non capisce i costi di un ristorante e i conseguenti ricarichi, sempre che rimangano nell’onestà di un normale ricarico) a decidere dove andare ad appoggiare le chiappe!

  3. A parte che bisognerebbe specificare meglio cosa si intende per vocazione vinicola…Io assaggio Franciacorta da oltre vent’anni (certi millesimi sono ben impressi nella memoria…)e mi sento di dire che la vera vocazione dei franciacortini è soprattutto il marketing (ovvero quella vinicola e soprattutto viticola si è persa un po’ strada facendo…). In nome del mercato si sono fatte e si fanno scelte economiche importanti (leggi ristrutturazioni e promozioni) e troppo spesso si è soprasseduto sulla ricerca della vera espressione del territorio (a parte una manciata di eccezioni). Forse è questo il morbo incurabile: ci si preoccupa di essere troppo simili al vicino vincente nelle vendite e non a quello bravo in vigna e meno interventista in cantina…e si cade inevitabilmente nella spirale dell’erba del vicino (che è verde solo di disponibilità economiche). In sostanza sono davvero pochi ad avere un’identità propria, distinta e riconoscibile. Volete i nomi? Gigi Balestra, Faccoli, Andrea Arici, Casa Caterina…e poi? Qualcosa qua e là, qualche 2005, qualche sboccatura felice, troppi dosaggi mal concepiti…troppo voler essere piacioni verso tutti…ma fin che dura…!

    1. È un altro discorso, ma ti rispondo con piacere.
      Il marketing, che io preferisco chiamare comunicazione, è lo strumento grazie al quale si è venuti a conoscenza di territori e vini straordinari quali i borgogna, gli champagne…
      La comunicazione funziona quando è sostenuta da quello che trovi nel bicchiere ed è oggi necessaria per far conoscere aziende per lo più sconosciute al “popolo”.
      Il marketing più importante lo fanno le persone come te, consumatore evoluto, entusiasta delle proprie scoperte, valutate con attenzione e passione.
      Sicuramente, durante il tuo girar per cantine, ti sarai fatto un’idea tra un vino e l’altro e avrai riconosciuto chi comunica il vero e chi meno, chi ha investito in fumo e chi ogni anno sperimenta costantemente.
      La manciata di eccezioni che hai selezionato, per me che alla Franciacorta e a questa Provincia dedico tempo ed energie, oggi va decisamente allargata e te lo posso dimostrare. La Franciacorta ha le idee ben chiare del “fare territorio”, arte appresa dai francesi (mica dai Samoani con tutto il rispetto per loro, naturalmente), con un unico neo, ossia quello di averne capito il metodo e la misura solo quarant’anni fa.
      Se in un territorio per anni ti specializzi in un metodo, inevitabilmente impari a gestire la terra e la vigna in base al vino che dovrai realizzare. È stato così per tutti, anche per la straordinaria Borgogna. Il vino lo fa l’uomo, così come l’uomo decide i confini politici di un territorio e la tipologia di vino da produrre.
      In ogni caso non fare di tutta l’erba un fascio, non giudicare con “rabbia” un territorio che non è proprio quello che dipingi tu.

    2. quoto e riquoto. (ma Casa Caterina e il buon Aurelio sono ancora in produzione?)
      Io credo che dopo 40 anni che si fa vino in Franciacorta si dovrebbe aver capito che questa zona non funziona qualitativamente se non in alcuni casi e annate sporadiche.

      tornando in tema: i ristoratori si lamentano perchè vedono nel ristorante “vinificatore” una concorrenza al proprio lavoro: “ma come mi vendi il vino e poi mi porti via i cienti? Allora venditelo da solo il tuo ruttante che io vado avanti con i franzosi!”
      Come dar loro torto?

      1. Chiaro credimi, è impossibile definire qualitativamente l’intero territorio franciacortino. Per quanto piccolo risulta troppo frammentato, geologicamente e climaticamente parlando. Se invece ti riferisci a chi non ha ancora imparato che il vino dev’essere espressione di una volontà(di chi decide di fare vino e della natura), è un altro discorso. Io credo che dopo quarant’anni si dovrebbe capire questo, e a capirlo non dev’essere solo chi produce, ma anche chi consuma.

  4. Scusate, ma cercherei di riportare il discorso sulla strada indicata da Giovanni … Confesso non mi sia facile capire cosa, in particolare, possa indispettire o peggio, il ristoratore. Fatta questa premessa credo possano essere fatte alcune considerazioni come:
    . il periodo certamente non facile per la ristorazione tende ad aumentare la sensibilità degli operatori nei confronti di realtà alternative, dai bar che propongono “pranzi” veloci con primi surgelati alle fiere, sagre e incontri con menu a prezzi più che “popolari”
    . per quanto poco conosca la realtà della “ristorazione” in cantina non mi pare esistano casi clamorosi per cui la gente vi si precipiti a fiotti
    . esistono di fatto ristoranti classici, dove per classico intendo una struttura nata per dedicarsi esclusivamente alla ristorazione, che non avendo identità alcuna temono comunque qualsiasi tipo d’interferenza
    . ancora una volta sta alla “cultura” delle persone, tasto dolente quanto pochi, scegliere in base alla validità della proposta e non per moda o comodità
    La lista potrebbe allungarsi, includendo ad esempio le motivazioni che spingono una cantina ad attrezzarsi in quel senso, ma l’intento era quello di dare un semplice LA alla discussione.

    1. Carlos, la parola concorrenza non fa piacere ai ristoratori (come a tutti gli imprenditori del resto) soprattutto se fatta da un fornitore, uno che quindi parte avvantaggiato sul costo di una delle componenti del prezzo finale. Mi sembra semplice.

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