Profumi di Mosto 2009: d’accordo su tutto tranne…

E’ un settembre ancora caldo, che mi permette di muovermi in vespa dalla Franciacorta alla Valtènesi attraversando la mia città. La natura in questa coda d’estate è fantastica. Il verde delle foglie di vite si “aggrappa” agli ultimi raggi di sole prima di vestirsi di rosso e oro, per poi abbandonare nude le piante. Nelle terre del vino della mia provincia si respirano i profumi della vendemmia e attraversare le colline in vespa, con il mio “caschetto” arancio, è l’apoteosi della libertà dei sensi. rootprofumi_di_mostoIl consorzio del Garda Classico identifica come suoi i profumi del mosto facendone un’interessante manifestazione itinerante per le cantine del territorio. Così, ben 23 aziende saranno impegnate a dare ristoro a tutti gli avventori che, con un biglietto da 20 euro (acquistabile in una delle aziende aderenti) potranno muoversi  sulle dolci morene gardesane visitando ogni singola azienda. “Profumi di Mosto” si svolgerà domenica 11 ottobre dalle ore 11 fino alle 18 per poi invitare tutti quanti alle 18e30 presso il municipio di Polpenazze per un brindisi conclusivo con gli spumanti prodotti in Valtènesi (??) e per la presentazione del libro “Cuore divino” ovvero una raccolta di fotografie fatte lo scorso Vinitaly utilizzando lo spazio del consorzio del Garda Classico come set e che vede ritratti diversi produttori e personaggi del mondo del vino tra i quali molti amici, come Marina Cvetic, Silvano Zamò, Franco Ziliani e Andrea Arici per citarne alcuni. Un’iniziativa davvero interessante, per conoscere da vicino il territorio gardesano e la sua produzione di vini rossi, denominati “I rossi della Valtènesi”. Sicuramente un’occasione importante per conoscere da vicino i produttori e per degustare la miglior produzione della Valtènesi. Ma c’è un “ma” forse di poco conto, ma non posso non sottolinearlo.

Ora, sono organismo non votante, ma se dovessi votare quel partito piuttosto che quell’alto e questo dovesse produrre cose poco chiare, che si mostrano confuse agli occhi di tutti, non riuscirei mai a stare zitto per qual si voglia convenienza. Così, come non approvo manifestazioni che osannino le produzioni franciacortine di vini “fermi” passati dalla denominazione “Terre di Franciacorta” rosso o bianco, alla meno romantica “Curtefranca”,  perché inconcepibili nell’identità che si è voluta costruire il territorio, non posso esimermi dal sottolineare come la stessa cosa mi infastidisca in una zona come la Valtènesi, che sta cercando, con le unghie e con i denti, di dare maggior senso alle proprie produzioni di vini rossi. Domanda: a che serve scrivere nel comunicato stampa che il brindisi finale sarà fatto con i “famosi”(famosi l’ho aggiunto io) spumanti prodotti nel territorio della Valtènesi?? Era necessario scriverlo? E’ necessario che vi siano? Che cosa vuole produrre questo splendido territorio? Bollicine, rossi, bianchi, passiti, birra?? Scusate, ma non sarebbe stato meglio continuare, e chiudere la manifestazione, magari con i rossi o, perché no, con i Chiaretto oggi come oggi anima pulsante del territorio?

Io personalmente ho una visione diversa di quello che dovrebbe essere il vino nella mia provincia. L’insieme delle identità presenti, quali il Garda Classico, la Franciacorta, il Botticino, il Capriano del Colle e la Valcamonica, quando deciderà la strada da percorrere, che si sostengono a vicenda per dare visibilità all’intero territorio. Un sistema vino in grado di dialogare con incisività con le istituzioni e i comuni della provincia, per salvaguardare il paesaggio e le sue diverse culture, per comunicare al mondo l’importanza che ha e che può avere la provincia bresciana nella produzione di vino. Un sistema vino non più individualista ma collettivo nei confronti di un interesse comune. Territori come la Franciacorta, il Garda e le altre zone, compresa la nostra città, uniti per creare un sistema turistico in grado di far conoscere, e riconoscere, l’intero territorio fatto di grandi peculiarità e forti identità. Pensate che uniti la provincia non vi ascolti? Non credete sarebbe meglio che ognuno costruisse la propria identità per poi farne una comunicazione di maggior risalto e in misura proporzionale per tutti, così da non scontentare nessuno? Credo che  muoversi insieme sarebbe utile sia per Davide che per Golia. Non credete?

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18 risposte a "Profumi di Mosto 2009: d’accordo su tutto tranne…"

  1. Caro Giovanni,
    tanti anni fa mi occupai dell’aspetto “enogastronomico” di una bella rassegna (anche se poco confortata dal tempo che bello com’era convinse molti bresciani ad andare per laghi e monti e non chiudersi in un cinematografo) dedicata a Bruno Bozzetto, rassegna nata sull’onda della “nomination” all’Oscar che il suo cortometraggio “Cavallette” ricevette in quel periodo.
    Il produttore di bollicine che si offrì come sponsor, oltre a non farmi nemmeno annusare il contenuto di una sua bottiglia, riuscì a magnificare i suo prodotti, e questo mi sta benissimo, vantando la collocazione geoclimatica dei terreni, delle vigne e dicendo che praticamente nessun produttore confinante aveva la sua stessa fortuna e di conseguenza produrre dei vini buoni come i suoi, e questo mi sta meno bene …
    Cosa voglio dire? Talvolta ho l’impressione che molti badino unicamente a coltivare il proprio orticello non volendo capire l’importanza di un associazionismo non solo di bandiera e non cieco alle evidenze, o semplicemente riconoscendo il valore della condivisione di un territorio, di un’identità. I risultati si vedono sulle tavole mondiali dove la presenza dei nostri vini è affidata alla lungimiranza di un importatore locale o all’intraprenza del singolo produttore (di solito con spalle ben coperte e budget disponibili più che sostanziosi).
    Che sogno se, pur nel rispetto delle proprie ed uniche caratteristiche, ogni viticoltore sapesse far parte della sovraidentità (perdonami il neologismo) del proprio territorio, avendo il frutto della sua terra come riferimento e contestando chi vuole che in quel loco si faccia di tutto e di più (sai che vantaggio avere un “range” esteso, per proporre al ristoratore o all’avventore di turno dal rosso al bianco passando dal rosè e dagli spumanti di ogni sorte e tipo, senza ovviamente dimenticae passiti, mutizzati, botritizzati e distillati …).
    Un abbraccio.

    1. Perfettamente d’accordo con te Carlos. Proporre al ristoratore bresciano(per cominciare) non solo una tipologia di vini, ma le diverse identità fatte dai territori, in grado di esprimersi singolarmente in un unico insieme. Come dici tu “che sogno se…”

  2. Bella e lodevole la tua visione della “brescianità enoica” ma parecchio utopica, almeno vedendo chi oggi ha in mano i fili della macchina burocratica. ma poi, la voglia di impegnarsi sarà di tutti? Capiranno l’importanza di una rivalutazione (doverosa)del territorio? Capiranno che porterà vantaggi a tutti? Io sarei felice se questo accadesse e sarebbe divertente vederti alla guida di una iniziativa simile, anche perchè, son certo ti troveresti a sopportare cose che per uno come te sono ora inconcepibili. Per quanto riguarda profumi di mosto concordo con te. Avrebbero potuto brindare con del chiaretto che per altro qualcuno spumantizza anche. Oppure giustamente invitare i vicini di casa per brindare con loro e con i loro vino ad uno splendido evento del garda classico e instaurare un rapporto di buon vicinato.

    1. Alberto, innanzitutto grazie per il tuo commento. Sono contento che tu mi segua e che abbia colto “al volo” il nocciolo della questione. La vedo dura che io possa in alcun modo “guidare” una simile rivoluzione, ma concordo con te sul fatto che sarebbe estremamente divertente, anche per la mia ulcera!

  3. Giovanni, sono convinto che l’esplorazione di tutte le forme di vinificazione (bianchi, rossi, fermi, mossi, passiti, acerbi,ecc) sia un segnale che qualche cosa, a livello enologico, si sta evolvendo.

    Mi piace pensare che un produttore, o per estendere il concetto un’intera zona viticola, un’intera provincia, per capire la propria identità debba prima di tutto escludere cosa non vuole essere.

    Secondo me l’esplorazione enologica nei nostri territori è frutto di maturità e intraprendenza, si cerca capire quali siano le vere potenzialità del territorio, per poggiare le basi di un’enologia più duratura, meno attenta alle mode e, con dei buoni comunicatori, capace invece di influenzare le mode.
    Cambiare,evolvere, per capire che la tradizione può racchiudere in sè la chiave per il successo.

    Insomma, questa enologia bresciana sta definendo limiti e confini delle proprie potenzialità e, zona per zona, si stanno delineando le peculiarità che ci distingueranno nel prossimo ventennio dalle altre regioni, da altre zone viticole, da altre nazioni.

    La franciacorta è arrivata prima, sta deliberatamente lasciando la produzione dei rossi per affermarsi nelle bollicine, come fosse un processo naturale.
    Le altre zone, giungeranno a maturità e delineeranno le proprie peculiarità, soprattutto dopo aver SPERIMENTATO cosa NON vogliono essere. Non è una questione di “improvvisarsi spumantisti” o “improvvisarsi produttori di supertuscans”, ma al contrario vi risiede, secondo me, l’intraprendenza tipicamente bresciana, nel provare tutte le vie per poi delineare i paletti che possano affermare la NOSTRA enologia.

    E’ un argomento, quello che hai proposto, molto interessante e al quale gli addetti ai lavori stanno già delineando delle risposte; per riprendere il commento di Alberto, si necessita di una valutazione (leggasi come rivalutazione) del territorio.

    Vorrei anche buttare un sasso a favore dell’enologia della Valcamonica, secondo me ancora sottovalutata dai più

    buona giornata
    Davide

  4. Bravo Davide per essere stato così lucidamente propositivo. Credo in oltre sia necessario decidere cosa non si vuole essere, in tempi non troppo lunghi e con una certa consapevolezza. Sono anni che si sperimenta di tutto, sia in Franciacorta che altrove, ora è il momento di fare delle scelte. L’enologia in Valcamonica necessita di “un’idea guida”… Ne parleremo più avanti.

  5. Bene sperimentare, provare e riprovare. Non accontentarsi di una singola prova, magari viziata dal caso o dalla poca esperienza in quella specifica direzione ma … ma giunge il momento in cui bisogna decidere, imboccare la strada migliore per quel campo, quella terra, quelle vigne, quel produttore. E a chi starà pensando che la mia è sola poesia, per giunta nemmeno originale, dico che no non lo è: a conferma concludo dicendo che a un certo momento bisogna cessare la fascinosa negazione montaliana ” … ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e a costo dell’impopolarità dire quello che siamo, quello che vogliamo.

  6. Trovo inconcepibile che non vi siano produttori(sempre che i signori Carlos e Davide non lo siano) che abbiano qualcosa da dire a riguardo. Se una cosa del genere fosse successa in Francia, i produttori del territorio sarebbero insorti per difendere le proprie scelte, oppure per giustificarsi dando una spiegazione del fatto. E il consorzio che in alcuni casi mostra “lingua biforcuta”? Tu continua così, ad esprimere i tuoi punti di vista senza timore alcuno, il consumatore è attento anche e soprattutto a queste cose, ai modi di fare e alle risposte che non riceve mai.

  7. Alberto, in Francia queste cose non succedono. In ogni modo il presidente del consorzio mi ha risposto in una mail, anche se sarebbe stato opportuno rispondesse qui(come gli ho detto). Altri mi invitano a parlare di vino e quando lo faccio non intervengono nemmeno(per il loro interesse poi!)… mah…

  8. Un sistema-Brescia sarebbe un grandissimo segnale di civiltà, di imprenditorialità lungimirante, di valorizzazione della nostra provincia.
    Mi metto nei panni dell’eventuale fruitore del sistema-Brescia e mi direi “ma guaarda questa città, questa provincia che mi da un’offerta a 360°… che bravi!!!”.
    E’ un po’ come avere un’unico fornitore di servizi: una fattura, un interlocutore…
    Caro Giovanni, sarebbe un sogno che però vedo molto difficile da realizzarsi.
    In primis per la menatalità ancora “contadina” della stragrande maggioranza dei produttori (almeno parlo per quelli della Franciacorta visto che ne faccio parte…) che credono che il proprio orticello sia, forse, il migliore e che nessuno abbia l’autorità di metterci becco: parafrasando il mitico film di Bertolucci “Io mi muovo da solo”.
    Facendo così, però, si sprecano mezzi, risorse, soldi e idee che farebbero, invece, la felicità e la fortuna di tutti noi…
    Ma purtroppo “non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire”…

  9. Matteo, apprezzo molto il tuo intervento, una visione imprenditoriale interessante. Devo però sottolineare che si, spesso è vero che la mentalità “contadina” possa essere poco propositiva e conseguentemente poco incline a fare sistema, ma uno dei mali di oggi è anche la mentalità esclusivamente imprenditoriale che si applica al prodotto vino. Esistono industriali(chiamiamoli così per capirci meglio) lungimiranti, che capiscono che il valore intrinseco del proprio vino sia derivato dal territorio, inteso come percezione da parte del consumatore di attribuire, per esempio, al nome Franciacorta(territorio) il nome franciacorta(vino). Esistono invece improvvisati produttori di vino che questo concetto non lo capiscono o non vogliono capirlo, rapportandosi al vino come se lo stesso fosse una plasticosa stampata. Quindi svendono il prodotto che porta, come il tuo, lo stesso nome sputtanando il territorio intero. Anche un comportamento del genere, una mancanza di rispetto nei confronti di chi con il vino lavora e non gioca, risulta poco incline a qual si voglia tipo di aggregazione. Comunque un progetto simile esiste già, è nel mio computer, ma prima di presentarlo dovrei prepararmi per una battaglia tipo “tutti contro uno”… e io vent’anni non li ho più! 🙂

  10. Gentili Signori e amici
    sono assolutamente d’accordo su molte delle cose espresse .

    Tranquilli , nessuna confusione a Profumi di Mosto , non facciamone un dramma per un brindisi finale nel quale vogliamo uscire dalle scontatissime righe che dovrebbero prevedere un Valtènesi o il Chiaretto , tutti quanti avranno già avuto modo di apprezzare questi vini durante la giornata.
    Non me ne vogliano la Franciacorta o il Prosecco se come bolla berremo la piccola e non “famosa” produzione del territorio ! Mi sembra coerente…

    Vorrei spezzare una lancia a favore dei produttori della Valtènesi , tanti di noi non interagiscono con il blog perchè non ne hanno veramente il tempo ( soprattutto in periodo di vendemmia ) e tanti si vergognano ingiustamente delle proprie capacità comunicative. Si , ci sono anche quelli a cui non importa niente , .

    Buona giornata a tutti .

  11. Signora Cristina, son certo che questo articolo di Arcari non sia stato fatto per demonizzare le vostre scelte o prendervi in giro – so per certo quanto tenga a quel territorio e a molte persone che ne fanno parte- ma credo vi abbia servito un “assist” per un’attenta e importante riflessione fatta di 3 elementi. Scelta, identità e territorio bresciano. In ogni modo grazie per il suo prezioso intervento. Mi spiace per quelli a cui non importa niente.

  12. Capisco il tuo disappunto Alberto, il tu deriva dal condividire lo spazio di un amico – Giovanni – , ma dopo tante prove chi non vuol partecipare perde il diritto alla mia comprensione. Forse sotto sotto, mi spiace ancora ma … ho imparato a pensare, e
    non solo a dire, che è un problema loro non più mio, non più nostro.

    P.S.: non sono un produttore di vino, lo bevo, ne parlo, talvolta ne scrivo, cercando
    sempre d’imparare e rendendomi ogni volta conto del poco che so.

  13. Io invece penso, come abitante di questa provincia, che quando un ente formato da persone parla a nome di un territorio (un territorio che non appartiene solo al consorzio e ai suoi consorziati) parla a nome anche mio, quindi il problema automaticamente mi coinvolge. Amo la mia provincia tanto quanto Giovanni (anche se ho qualche anno in più) e mi piacerebbe che quantomeno non si scartassero a priori idee, suggerimenti e lucide analisi come in questo caso.

  14. Dunque: questo post non voleva di certo essere critico, ma bensì propositivo. Se poi non ci sono riuscito mi scuso, ma questo era il mio intento.
    @Carlos: d’istinto mi verrebbe voglia di fare come dici tu, fottermene, ma io, pur non avendo morali credo nella mia provincia e finché ne avrò le forze continuerò con la mia linea. So che mi costerà parecchio, per molti sarò scomodo, ad altri meno, altri ancora già mi evitano. Un prezzo accessibile se si crede in ciò che si fa.
    @ Alberto: uno deve fare la gavetta e ci sta che “all’inizio” non ti si fili nessuno, poi con un carattere come il mio, mi rendo conto che l’impresa diventi titanica. In ogni modo non mi demoralizzo mai. Mi spiace che tu non voglia “uscire allo scoperto”, son certo che le tue parole(in quanto tue e non solo giuste) le terrebbero molto in considerazione. 🙂

  15. Ho letto con interesse il post di Giovanni e il succesivo dibattito.
    Mi riferisco alla questione “Profumi di Mosto” ed alle considerazioni espresse (non mi soffermo – almeno per ora – sul tema del “sistema provincia”, dato che non mi piace discutere di due cose contemporaneamente, e dunque spero che Giovanni lo riprenda più avanti, stand alone).
    Credo che la sottolineatura originaria vada presa in seria considerazione, soprattutto in vista dell’edizione 2010, quando “finalmente” dovrebbero essere disponibili i primi assaggi dei rossi “progettuali” nati in Valtènesi sulla scorta di quell’ipotesi di riorientamento per la quale ho qualche responsabilità.
    Per quanto mi riguarda, leggo il post proprio nel senso indicato da Giovanni nell’ultimo commento: ci ho visto intenzione propositiva, espressa in una sede del tutto adeguata, ossia un blog nato – se non ho capito male – per aprire un dibattito sui temi vitivinicoli bresciani.
    Il fatto che i produttori non intervengano direttamente non significa nulla: sono certo che molti di loro leggono questo blog, e questo già di per sé contribuisce alla riflessione.
    Le idee attecchiscono quando e dove meno te l’aspetti, come certi semi che magari finiscono tra i rovi e pensi che siano morti e invece ne viene fuori una rosa magnifica. L’idea, quella della rosa, non è mia: è di Piero Chiara, illustre lombardo d’altro lago.

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