Ricevo dall’amico Riccardo Vendrame la petizione in favore dell’identità del famoso vino calabro Cirò. Una storia già vista ma non per questo meno importante. La cosa che più mi delude dell’Italia enoica è la totale incapacità di promuoversi e di costruirsi un’identità che conseguentemente porterebbe ad un interesse e alla creazione di un mercato. Mi chiedo perchè non si voglia investire e non ci si voglia impegnare in questo. Spesso viene scelta la strada che pare la più semplice, ma che invece si rivela con il tempo la più assurda e la meno remunerativa. In Italia abbiamo dei patrimoni inestimabili quali i vitigni autoctoni, ma dico (!), non possiamo imparare a lavorare quelli per creare prodotti unici e buoni?
Per chi volesse aderire, può firmare QUI.
In difesa dell’identità del vino Cirò.
Da mesi si discute sull’opportunità di modificare il disciplinare di produzione del Cirò DOC. Attualmente il disciplinare prevede l’utilizzo del Gaglioppo nella misura minima del 95% e del Greco Bianco o Trebbiano per il restante 5%.
Nella proposta di modifica avanzata dal Consorzio di Tutela del Cirò e Melissa si prevede la possibilità di utilizzare oltre al Gaglioppo tutte le varietà a bacca rossa autorizzate dalla Regione Calabria nella misura massima del 20%. Tra queste varietà sono presenti vitigni internazionali quali Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot che nulla hanno a che vedere con la tradizione vitivinicola del Cirò.
Bisogna chiarire subito che la denominazione di origine (DOC) è un bene collettivo. Un bene pubblico e proprio per questo normato da apposite leggi dello Stato. La DOC infatti rappresenta il vino di un territorio delimitato ed esprime le caratteristiche di tipicità di quel determinato “terroir”.
Queste caratteristiche includono, oltre alle condizioni pedoclimatiche, la storia, la tradizione e la cultura vitivinicola di un territorio, definendo l’identità del vino prodotto in quel territorio, in questo caso del Cirò, come prodotto unico ed irripetibile.
L’utilizzo di varietà internazionali (in quantità rilevanti come proposto nella modifica) porta ad uno svilimento dell’identità territoriale e all’omologazione del prodotto.
Perché allora un consumatore del nord Italia o estero dovrebbe ricercare il Cirò se le sue caratteristiche sono simili a mille altri vini? Perchè dobbiamo decirotizzare il Cirò? Perchè dobbiamo parificare la DOC Cirò alle IGT presenti sul territorio? Perché centinaia di produttori devono rinunciare alla loro identità di Cirotani?
Oltretutto per rispondere ad una presunta esigenza di mercato e di gusto globalizzato, le aziende vitivinicole dispongono già delle denominazioni IGT, che prevedono ampiamente l’uso di varietà internazionali.
La globalizzazione può rappresentare un’opportunità se permette la conoscenza e il confronto di prodotti e culture differenti, è deleteria invece se propone l’appiattimento dei valori e la perdita di identità.
Si può e si deve ri-guardare il territorio: averne riguardo e tornare a guardarlo; riallacciare con il presente saperi sapori e risorse del passato, senza nostalgie, permettendo una continuità con il futuro.
Ri-guardando nei vigneti del cirotano si riscontra che il Gaglioppo è sempre stato predominante, tanto che in altre zone della Calabria veniva denominato anche come “Cirotana”. In un passato non tanto lontano poi, erano presenti in piccole quantità altri vitigni (Greco nero, Malvasia nera, ‘Mparinata, Pedilongo, ecc.) che davano al vino maggiore complessità organolettica e miglioravano la tonalità del colore.
Recenti ricerche scientifiche hanno evidenziato le potenzialità enologiche del vastissimo patrimonio ampelografico calabrese, a dimostrazione che il ricorso alle varietà internazionali non è una scelta obbligata.
La forza del vino italiano, quindi anche del Cirò, risiede nella complessità e nella varietà del patrimonio ampelografico autoctono che rappresenta una risorsa da valorizzare piuttosto che da sacrificare.
Chiediamo pertanto che in un’eventuale modifica del disciplinare del Cirò Rosso Doc vengano autorizzate oltre al Gaglioppo esclusivamente varietà autoctone calabresi in quantità massima del 5%.
Firmato, e credemi, credetemi, non per malsani e in questo caso anche stupidi, desideri di protagonismo bensì perchè ho eletto questa “difesa” a simbolo della Ragione e della Passione. Cabernet, Merlot e altre uve hanno già spazio bastante per non dover inquinare “un” vino espressione somma di “un” territorio. Ma a chi vogliono darla a bere, espressione che qui c’azzecca, questi signori dei disciplinari? Anzi, cosa vogliono darci da bere? Vini assolutamente indistinguibili, resi facili e ammiccanti come peripatetiche senza fantasia dall’opportuno inserimento dei soliti vitigni “migliorativi”? Vogliono davvero che si perda il gusto del diverso, dell’originale, magari più difficile da capire al primo sorso ma che poi è in grado di regalarci vere emozioni e non gratificazioni standardizzate, costruite ad hoc per il gusto medio del consumatore medio, ecc. ecc. Di questi spettacoli, il rosé da improbabili miscele, il trionfo dei formaggi da latte pastorizzato, i succhi senza frutta e via discorrendo, stiamo rischiando di farne indigestione e forse, lo spero sinceramente, iniziamo a rifiutarli e contestarli con la giusta energia.