UN CAMPO DI VOLO AL POSTO DI CAMPI COLTIVATI

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Ancora una volta le amministrazioni (questa volta è la provincia) hanno ben chiara la situazione: l’agricoltura non va salvata. Succede a Cividate Camuno, piccolo paese della media Valcamonica con origini romane. Si pensa bene di utilizzare quell’ultimo spazio di verde … Continua a leggere

Il consorzio Franciacorta esprime il suo parere sul trattamento dell’amianto a Gianico.

Ho inoltrato una mail al presidente Maurizio Zanella, chiedendo una presa di posizione del consorzio per la tutela del Franciacorta in merito all’impianto di vetrificazione dell’amianto in attesa di approvazione da parte di Regione Lombardia. In pochi giorni ho ricevuto una lettera dal presidente, che ringrazio per la disponibilità e per le belle parole.

Questo il testo completo della lettera.

Gentile Signora Bellini,

La ringrazio per la Sua segnalazione e per la preziosa attività d’informazione e sensibilizzazione che sta operando a difesa del suo territorio.

Quanto descrive nella sua mail e sul blog ‘terruomocielo’, è fonte di forte preoccupazione e di attenzione anche da parte del consorzio per la tutela del Franciacorta.

Attraverso questa mia, desidero esprimerLe la nostra totale contrarietà ed il nostro disaccordo in merito al progetto per la realizzazione dell’impianto di trasformazione dell’amianto in Vallecamonica di cui ci ha informato. Infatti, oltre alle incognite relative al reale impatto di tale impianto sulla salute dei vostri cittadini, ci preoccupa non poco l’eventuale circolazione di amianto anche sulle strade del lago d’Iseo e in particolare della Franciacorta.

Quanto sopra rischierebbe di compromettere l’equilibrio di un territorio splendido, sempre più visitato ed apprezzato da un turismo in continua crescita, con le drammatiche ricadute negative immaginabili sotto ogni punto di vista: sociale, economico, produttivo, ambientale.

Tuttavia è doveroso La debba informare che – a differenza di altre analoghe situazioni nell’ambito della zona da noi tutelata (anche se solo a livello vitivinicolo) siamo intervenuti nelle sedi opportune- non avendo giuridicamente e legalmente nessun tipo di competenza al di fuori del nostro territorio non potremo intervenire appoggiandoVi addivenendo alle vie legali.

A fronte di quanto detto resto a sua disposizione e Le rinnovo i più sinceri sentimenti di gratitudine per quanto sta facendo, cordialmente

Maurizio Zanella.

La fabbrica della salute, la fabbrica della morte.

Ho partecipato all’assemblea pubblica per il no amianto a Gianico.

La cosa che mi è restata più impressa è che la tecnologia su cui sarà basato questo impianto è stata testata solo in laboratorio. In merito alla tossicità, le prime otto prove hanno dato “risultati parziali”, la nona “buoni”. Puntiamo su queste probabilità per bruciare 78.000 tonnellate all’anno  di amianto (con possibilità di aumento)  per i prossimi vent’anni?

Prima di tutto i rischi per la salute. Dobbiamo informarci sulle conseguenze che potremo avere sulle nostre esistenze, quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti. Iniziare a parlare di mesotelioma. Cercare cos’è successo e cosa ancora sta succedendo a Casale Monferrato.

Tutto il resto viene dopo: il trasporto, le strade inadeguate, lo stoccaggio, gli imballaggi, la zona morfologicamente inadeguata a sopportare l’impianto, il voler cancellare gli investimenti in chiave turistica con un camino che, fino a prova contraria, può emettere fibre d’amianto.

La fabbrica della salute è lo slogan pubblicitario delle terme di Boario, che negli ultimi anni hanno goduto di investimenti da parte di un imprenditore camuno sicuramente legato al territorio, che crede nello sviluppo turistico e  così facendo ha creato posti di lavoro, che per mia personale stima superano i 30 promessi dalla fabbrica della morte. Distanza tra le terme e il sito industriale: 3 virgola 5 km.

Giovedì in regione si terrà la prima conferenza di servizio con oggetto la richiesta di valutazione di impatto ambientale di Scabi spa per la costruzione di questo impianto. Gli assessori di pd, lega e Idv si sono espressi contrari, alcuni sindaci camuni, CGIL e CISL e il comitato NO AMIANTO saranno presenti giovedì al Pirellone, per portare il dissenso del territorio anche attraverso le firme raccolte (e che si continua a raccogliere). Questa è solo la prima tappa di un lungo iter che potrebbe durare parecchi mesi. NON DEVE CALARE L’ATTENZIONE SU QUESTO ARGOMENTO, per non arrivare a lamentarci a giochi fatti senza esserci mai interessati della questione.

L’amianto va smaltito. Ma finché non avremo una tecnologia INNOCUA per farlo, preferisco venga stoccato in discarica e conservato. Non sarà la Valle Camonica, né – mi auguro –  nessun altro territorio e nessun’altra popolazione,  a fare da cavia su larga scala per tecnologie ancora chiuse in un laboratorio.

Erbaluce e la favola di un vino… e di un territorio!!

Sabato 8 e domenica 9 ottobre ho lasciato la mia cara Valle Camonica per trasferirmi in Piemonte, terra di grandi e famosi vini rossi, ma che sa trasmettere forti  emozioni anche attraverso i meno  blasonati vini bianchi. Ospiti del consorzio tutela vini doc Caluso Carema canavese, una ventina di blogger e “sinonimi” ,  tutti incuriositi dall’Erbaluce, vitigno nato, secondo la leggenda, dall’amore impossibile tra il sole e l’alba, con lo zampino della luna.

Muovendoci con un bus abbiamo potuto conoscere il territorio: il ghiacciaio, scendendo dalla Val D’Aosta, ha sollevato la serra morenica d’Ivrea, così dritta che pare spianata con lo scavatore da un operaio bergamasco.

In questo spazio delimitato dalle morene, dove grazie ad un microclima particolare crescono betulle e fichi d’India, abbiamo visto castelli e piccoli borghi, ascoltato piacevolmente le parole dei produttori che  ci hanno accompagnato a visitare le loro vigne, tradizionalmente allevate a pergola. Dopo la visita ai vigneti di Orsolani, abbiamo gustato un ottimo pranzo alla residenza del lago,  ed iniziato ad approcciarci all’erbaluce, che viene declinato in 3 versioni; fermo, metodo classico e passito. Tappa ventosa al castello di Masino, da dove abbiamo potuto vedere l’intera vallata e scattare foto panoramiche. Cena all’ostello del comune di Piverone, cucinata magistralmente dalla amica twittera Sandra tocco di zenzero, che ci ha proposto i sapori tipici piemontesi, come la battuta di fassona con olio di nocciola o la bagna cauda. L’erbaluce sempre protagonista: 20 bottiglie alla cieca, con qualche incursione d’oltralpe per trarci in inganno.

Cenare con i produttori  è stato molto piacevole, abbiamo potuto ascoltare le loro storie, i loro esperimenti, il loro punto di vista sul mercato, sulla comunicazione del vino e di un territorio che è riuscito a non essere sommerso da insediamenti industriali (vedi Val Camonica).

Domenica mattina all’enoteca di Caluso ci attendevano tutti i produttori: 16 aziende e una 60ina di etichette da assaggiare. Ho dedicato le mia attenzioni ai fermi e  ai passiti. Tutti di qualità, alcuni naturalmente mi sono piaciuti di più. Per i fermi:  Erbaluce di caluso doc Le chiusure 2008 di Favaro; Erbaluce di caluso docg Cariola 2001 di Ferrando; Erbaluce di Caluso doc La rustia 2006 di Orsolani; Erbaluce di Caluso doc MIsobolo 2009 di Cieck. Per i passiti: Caluso passito doc Cariola 1997 di Ferrando ; il caluso passito doc Alladium 2004 di Cieck; caluso passito doc 2003 di Giacometto Bruno; Caluso passito doc sulè 2005 di Orsolani .

L’organizzazione è stata precisa e disponibile, l’accoglienza della residenza del lago di Candia e dello Spazio bianco di Ivrea ci ha viziato e coccolato con tante piccole attenzioni.  La mia camera allo Spazio Bianco (bellissima)  era dedicata al vitigno Erbaluce, perfetto no? ;-)

In chiusura, riporto una domanda fatta durante la cena da Simone Morosi e la relativa risposta di Camillo Favaro. Risposta che al nostro tavolo è piaciuta molto, parla di consapevolezza delle potenzialità inespresse dell’Erbaluce.

S: cosa comunicate e cosa vorreste comunicare voi come produttori di Erbaluce di Caluso, verso l’esterno. Esiste un messaggio comune che viene veicolato?

C: ad oggi l’erbaluce ha faticato a divenire un classico tra i bianchi italiani. La prima ragione risiede nel fatto che la casella del bianco autoctono piemontese è occupata dall’Arneis; la seconda è la percezione, purtroppo errata, che si è consolidata all’esterno. L’Erbaluce è considerata il vino del famolo strano.I produttori, per primi, non hanno piena consapevolezza, della grande uva coltivata e di conseguenza è difficile che nei vini si trovino espresse le piene potenzialità. Che ripeto sono eccezionali.

Non abbiamo visitato cantine, ma vigne, non abbiamo conosciuto imprenditori, ma vignaioli, incontrato il territorio e chi lo vive ogni giorno, ogni stagione.  E potuto apprezzare le declinazioni di un vitigno che esprime tutto questo.

Il modello francese che proprio non vogliamo capire.

La mattina non sono mai di buon umore a meno che non abbia riposato con quel gruppo di Top, che tanto mi hanno fatto sognare alla fine degli anni ’80 ma non è mai successo, quindi quando mia madre mi piomba in casa alle otto del mattino e mi riporta di aver letto che l’annata è stata straordinaria e l’euforia alle stelle, mi incazzo. Certamente non con lei ma con l’informazione che, di fatto, non dice nulla di errato ma allo stesso tempo nulla di preciso, di approfondito, niente che possa contribuire a far comprendere a chi si trova al di fuori del “mondo del vino” ciò che sta realmente accadendo.

Siamo italiani, esseri abituati a farsi comandare, a delegare competenze, doveri e soprattutto responsabilità a fronte di un modo di fare le cose, spesso frettoloso, confuso e caciarone.

A nessuno viene mai in mente di chiedersi: “ma quanto vale unitariamente il mio prodotto?”. Nel paesello siamo ancora fermi a rincorrere le quantità, convinti, che una buona massa critica porti inevitabilmente alla creazione di un mercato che non aspetta altro di essere saturato, mentre l’unico risultato derivante da azioni tanto stupide altro non è che l’inflazionarsi del prodotto, con un conseguente calo nella percezione qualitativa da parte dei consumatori.

Se dovessimo fare una media del valore dell’uva in tutta Italia e raffrontassimo i dati con quelli della Francia, riusciremmo a capire il perché di tanti annosi problemi che ruotano attorno al vino e alla nostra vita.

Esempietto: chi possiede un ettaro in Champagne da trent’anni(mi riferisco a un contadino) e decide avere una sussistenza data dal commercio d’uva, quest’anno ha prodotto 125ql/ha a un prezzo medio di 5,50euro(?) al chilo per un fatturato di 68750euro. Ipotizziamo una spesa media per ettaro di 6000euro -compresa la vendemmia- e il calcolo é immediato.

Chi ne possiede uno in Franciacorta e ha avuto la fortuna di venderla (110ql/ha), ha sostenuto la medesima spesa ma fatturando 11000euro.

La differenza è lampante. Nel primo caso si vive bene, nel secondo si muore. Pensate ad avere una rendita simile… a chi verrebbe in mente di vendere la terra (guadagnando 60mila euro l’anno)o a quale inetto assessore comunale passerebbe per il cervello di rendere edificabile quell’area, per poi avere una quantità d’immobili inutili e vuoti?

Tutelare il territorio oggi, significa trovare un’economia diversa da quella ormai eccessiva e prepotente del cemento. Serve un sistema economico che parte dal basso, che nasce dalla terra. In Italia l’agricoltura non vale una cippa sia in valore sia in prestigio. I giovani non possono essere stimolati da un sistema che ogni giorno si rivela fallimentare e che quindi non può sviluppare l’indispensabile ricambio generazionale.

L’agricoltura –quella vera- sta morendo e io vorrei tanto che si cominciasse a dire le cose come stanno, invece di sbandierare stupide e fuorvianti notizie.

Gruppo Campolungo – gli amici di Charly -

E’ necessario un fuoristrada, o un buon allenamento. Io ho il primo…. ;-)

Si sale da Bienno (BS), un’oretta di marcia lenta con le ridotte inserite, attraversando boschi di castagno prima, di abeti e larici poi, fino ad arrivare ai pascoli della località Campolungo, 1500 mt sul livello del mare. Ho frequentato questi luoghi da quando sono nata, gite domenicali o passeggiate ferragostane, alla ricerca del burro e dei formaggi preparati da sapienti casari, nella malga che si trova giunti in quota, dove la strada si spiana. Qui la vista può spaziare tra alte conifere, verdi prati e uno splendido ruscello. Proseguendo oltre la malga, si avanza parallelamente al corso d’acqua, fino ad arrivare ad un altro spiazzo, con una grande baita, di proprietà dell’ente regionale delle foreste. Questa costruzione, ora denominate “silter di Campolungo”, venne edificata  per essere a disposizione dei casari della malga, e nella parte superiore come foresteria per i viandanti e i fruitori della montagna.

Una ventina d’anni fa, l’ente proprietario della struttura la mise a disposizione ad un gruppo di giovani biennesi, che sull’esempio di Campo Tres , iniziarono ad immaginare un percorso che riavvicinasse la popolazione alla bellezza di questi luoghi incontaminati, puntando sul rispetto e sull’utilizzo cosciente delle risorse.

Prima però bisognava adeguare la struttura. Iniziò una ristrutturazione alla quale parteciparono i ragazzi impegnati nel progetto ( e relative famiglie), e a lavori finiti si distinguevano tre camerate complete di servizi, ampio salone per il pranzo e per le attività didattiche, una cucina attrezzata, il tutto servito da energia elettrica e acqua calda.

L’associazione viene ufficialmente costituita nel 1992 e si iniziarono i  campi estivi,  proposti agli adolescenti o ai gruppi sportivi. Si cominciava a parlare di Rugby in quel periodo, ricordo la squadra di Calvisano fare un campo allenamento in Campolungo.

L’idea messa in pratica dai giovani volontari, amici prima di tutto, che si perpetua con il ricambio generazionale, è quella di far passare ai ragazzi un periodo a stretto contatto con la natura e i coetanei, per imparare il rispetto dell’ambiente e degli altri; scoprire con l’esperienza diretta le antiche tradizioni, le leggende locali, la mitologia…. Guardare le stelle è un lusso che abbiamo perso vivendo nell’ ambiente urbano… sotto la guida di esperti si conoscono piante e fiori, i funghi, i pesci che vengono pescati nel ruscello, l’orientamento…. Conoscere, amare e vivere il territorio.

Durante le prime esperienze, ai ragazzi veniva tolto l’orologio per tutta settimana…. Chissà se ora lo si può fare con i telefonini??

Due i campi previsti quest’estate. Uno rivolto ai ragazzi della Scuola Secondaria (che hanno frequentato la classe V della scuola primaria e I-II-III della scuola secondaria), ed uno per i piccini, della Scuola Primaria (II-III-IV).

Per tutti i dettagli, questi sono i contatti dell’associazione.

Francesco Ercoli 380 3189388

amedeo.bettoni@gmail.com

http://www.campolungo.it

https://www.facebook.com/group.php?gid=33443143317

Il ruolo dei Consorzi? Per me devono tutelare il Territorio e interagire con chi lo promuove.

Non posso che essere d’accordo con quanto scrive Angelo Peretti –e che riprende anche Franco Ziliani sul sito nazionale dell’AIS- che picchiando i pugni sul tavolo, descrive quale deve essere il ruolo primario dei Consorzi: promozione del prodotto (vino) e non del territorio. È anche vero però, che senza un territorio non si possa promuovere il vino e senza vino (inteso come prodotto intrinsecamente legato al territorio) non si possa promuovere un territorio, raccontandone la forte propensione vitivinicola.

Il ruolo dei Consorzi deve essere certamente la cultura del prodotto, ma la stessa non può prescindere da ciò che succede nel territorio. Cementificazioni che, di fatto, indeboliscono l’immagine di una zona e conseguentemente la sua credibilità… Piani urbanistici che continuano a levare aree boschive fondamentali per la riuscita di un grande vino… sono solo due dei tanti aspetti che determinano l’indispensabile ruolo del territorio nei confronti di ciò che di agricolo si decide di produrvi.

Certo non possono diventare enti turistici, i Consorzi, però dovrebbero cominciare a dialogare con le istituzioni, facendo sentire il proprio peso politico per tutelare un territorio che qualcuno -meno agricolo- dovrà promuovere anche con il loro fondamentale contributo.

Credo fermamente che i Consorzi, oltre a dire che il vino prodotto in quell’area è buono, debbano porsi a tutela del territorio, poiché lo utilizzano per promuovere il vino che loro stessi producono. Devono necessariamente dialogare e interagire con gli enti preposti alla promozione turistica al fine di migliorare la conoscenza del territorio, inteso come contenitore di prodotti figli della cultura dell’uomo, insediato da secoli in quell’area.

Promozione e Tutela sono imprescindibili per il territorio, perché non si può promuovere qualcosa che non esiste.

Personalmente penso che la tutela del territorio sia insita nella cultura rurale(quella vera) e che da sola, rappresenti il più grande strumento di promozione per qualunque territorio.