La fine degli anni ’90 sono stati il terreno per una battaglia discreta tra le due super potenze italiane che producono metodo classico. Una sorta di guerra fredda giocata sul filo dei milioni di bottiglie, chi prima tre poi quattro … Continua a leggere→
È ufficiale e sta tutto in un comunicato stampa del Consorzio Franciacorta (uno di quelli che a me non inviano mai) nel quale si spiegano i contenuti dell’assemblea che si è tenuta ieri e tra questi, una novità molto interessante … Continua a leggere→
Che cos’è un territorio se non l’espressione di un popolo che si manifesta in ogni sua forma, in tutto ciò che possiamo osservare, toccare, annusare e gustare? Nei miei giorni trascorsi negli Stati Uniti, sono potuto entrare nella cultura dei … Continua a leggere→
Lorenzo Nodari è camuno puro, appassionato di vino come se ne vedono pochi e poi è un ottimo pensatore. Gli ho chiesto più volte di portare un contributo al blog scrivendo quello che gli pare, ma diviso tra lavoro e … Continua a leggere→
Cosa ci si può aspettare a questo punto? L’Italia agricola è sempre più appesa a un filo e la sopravvivenza di chi lavora la terra, è strettamente legata alla capacità del contadino di evolversi e di trasformare i frutti della terra stessa in qualcosa di commerciabile.
Nel frattempo la Coca Cola rinuncia alle arance di Rosarno, giusto per lavarsene le mani in fretta e per non rischiare di rimanere invischiata in qualcosa che potrebbe minare “la grazia dei suoi spot televisivi”.
Perché invece di abbandonare Rosarno, non ha offerto almeno il doppio del valore che ha pagato fino a ieri per il succo d’arancia? Non avrebbe fatto una figura migliore?
Nel frattempo avanza l’utilizzo sconsiderato dell’immagine rurale e naturale di certi prodotti. Immagine, appunto.
Le grandi multinazionali certamente non violano leggi (come la stessa Coca Cola ha dichiarato) ma impongono il prezzo di ciò che vogliono acquistare e spesso, è al disotto delle spese di produzione che un agricoltore deve sostenere.
Chi stabilisce i prezzi delle materie prime è chi acquista e trasforma in larga scala e non chi coltiva. In Italia la situazione è insostenibile perché le grandi aziende affossano il mercato facendo cartello, imponendo prezzi bassi per un profitto che non torna mai alla terra in alcuna forma.
A questi si aggiunge una concorrenza sleale che spesso parte del “furbo” di turno: “l’uva vale un euro al chilo ma se la compri da me te la posso dare a 0,90”. Una politica che non premia e non arricchisce nessuno, solo, impoverisce un sistema.
Il caso del franciacorta –segnalato qui da Franco Ziliani- a 3,90 euro, è l’emblema di un sistema produttivo -a livello nazionale- che vede a capo di alcune aziende persone la cui competenza è tutta da verificare, imprenditori che non hanno nemmeno la più pallida idea di quello che stanno facendo e dove lo stanno facendo (sorvolo sul “come lo stanno facendo”).
Al Consorzio Franciacorta, oltre a chiedere interventi incisivi quali l’espulsione e la necessità di prendere nettamente le distanze per questa e altre aziende che adottano politiche simili, mi permetto di ricordare una cosa:
Quando si comunicano cose che hanno a che fare solo con i successi, è necessario accertarsi di essere inattaccabili, altrimenti l’effetto boomerang può essere devastante.
P.S. Voglio aggiungere che ho già parlato personalmente con Maurizio Zanella il quale ha dichiarato che non è cosa facile intervenire in merito ai prezzi, in quanto la legge impedisce azioni in questo senso. Però, dico io, è necessario trovare una soluzione.
Oggi, troppi appassionati/sommelier/scrivani escono dal seminato del buon senso per cimentarsi in ruoli che non gli competono. La passione per il vino, che viene puntualmente sventolata, pare un insostenibile baluardo offuscato dalla frustrazione da prestazione(o sindrome da uccello piccolo) del presunto esperto: “devo dire qualcosa di complesso che stupisca, qualcosa che difficilmente il mio interlocutore può capire così da poterlo stupire, erigendomi ad enoico fenomeno”. Il problema è che a volte si può incappare in qualcuno che le cose le sa davvero e quindi cadono le maschere. Entra a piedi pari nella chimica e nella biologia, passando per la tecnica enologica, la geotermia, la climatologia… Il nuovo “espertone” è un frullato di tutto questo, è un concentrato di minchiate che cominciano prima dell’assaggio. Quando mi parlano di lieviti, porta innesti, acciaio o legno(nel caso, chiedono pure la marca del legno) smetto di essere gentile, mi infurio di fronte a queste persone e non ho più rispetto. Morale: non puoi arrivare con due metri di cresta e non sapere –di fatto- una cippa di niente.
Leggetevi come parlano di vino Ziliani, Mauro Erro, Giuliani, (solo per citarne alcuni che leggo sempre con grande piacere da anni) persone capaci e competenti che potrebbero anche osare di più, entrare nei vari tecnicismi che formano un vino o il suo concetto più ampio… Non lo fanno, perché la loro passione per il vino, la curiosità e la voglia di raccontare in maniera comprensibile ai più, il proprio punto di vista, prevale su ogni cosa, anche sul gioco di “chi ce l’ha più lungo”. Oppure la bravura di Nicola Bonera nel descrivere quello che sente in un vino: è bravissimo (ed è bresciano! ). Ecco, se il sommelier, così come l’appassionato giornalista si limitasse a esprimere il suo punto di vista, senza mascherarlo da verità assoluta e senza dover entrare in ambiti che non gli competono (e che conosce solo per sentito dire, per aver rubato qualche concetto sparso nella rete o peggio ancora, è stato colpito dall’impeto di un amico che da più tempo di lui, hai capito il meccanismo delle minchiate), il mondo del vino ne gioverebbe? Si, senza alcun dubbio.
Morale: diteci se vi piace, se dal vostro punto di vista è buono. Poi, se volete, spiegateci anche il perché ma senza dare colpe (o premi)ai porta innesto, al potassio, alla pioggia e alla merda delle galline. Vi prego.
P.S. la stessa cosa vale anche per i produttori, che dovrebbero limitarsi a raccontare ciò che sono in grado di dimostrare, lasciando i racconti e la fantascienza a fini commerciali, in cantina.
E’ ufficialmente in commercio da oggi ed è stato presentato in anteprima assoluta lo scorso lunedì, all’interno di una degustazione di soli Franciacorta organizzata dalla delegazione AIS di Modena e guidata da Franco Ziliani, che ringrazio di cuore per aver tenuto a battesimo questo -per noi- nuovo, entusiasmante risultato. Un grazie anche a Barbara Brandoli, ambasciatrice del vino in terra di Modena.
Un nuovo vino si affaccia nella lista di quelli prodotti dai fratelli Camossi in Franciacorta. Il nuovo Extra Brut è frutto della vendemmia 2008, pur non riportando il millesimo in etichetta. Venticinque mesi sui lieviti per un vino che rappresentava inizialmente un esperimento che, rivelatosi entusiasmante, ci ha fatto decidere di creare una nuova etichetta.
Una composizione varietale che vede per l’ottanta per cento lo Chardonnay proveniente dai vigneti di Erbusco e il restante venti dal Pinot Nero di una vigna a Provezze.
Il 10% dello Chardonnay fermenta in legni esausti, solo per conferire al vino una quasi impercettibile nota ossidativa.
Con questo vino andiamo a introdurre una nuova informazione per il consumatore: il numero del lotto, già identificabile chiaramente nella data di sboccatura, si arricchirà anche della data del tiraggio verificabile dai registri di cantina.
Un altro vino che per noi rappresenta un grande risultato nel percorso che abbiamo deciso di calcare e con il quale raccontare il modo con cui i fratelli Camossi, intendono esprimere il territorio in vino.
Se domenica vi trovate per caso a Torino, vi invito a venire ad ascoltare il sottoscritto -che si incespicherà e che si dimenticherà il nocciolo del discorso mentre lo sta esponendo- che insieme a Franco Ziliani, Vittorio Rusinà, Luigi Fracchia, Barbara Brandoli e altri, saremo presenti al Salone del Libro per il convegno titolato:
“Le parole per parlare di vino Oltre il gergo iniziatico dei sommelier, i blogger rivoluzionano il modo di descrivere il vino: pratica e grammatica, degustazione e parole – Tentazione e Meditazione”
Non posso che essere d’accordo con quanto scrive Angelo Peretti –e che riprende anche Franco Ziliani sul sito nazionale dell’AIS- che picchiando i pugni sul tavolo, descrive quale deve essere il ruolo primario dei Consorzi: promozione del prodotto (vino) e non del territorio. È anche vero però, che senza un territorio non si possa promuovere il vino e senza vino (inteso come prodotto intrinsecamente legato al territorio) non si possa promuovere un territorio, raccontandone la forte propensione vitivinicola.
Il ruolo dei Consorzi deve essere certamente la cultura del prodotto, ma la stessa non può prescindere da ciò che succede nel territorio. Cementificazioni che, di fatto, indeboliscono l’immagine di una zona e conseguentemente la sua credibilità… Piani urbanistici che continuano a levare aree boschive fondamentali per la riuscita di un grande vino… sono solo due dei tanti aspetti che determinano l’indispensabile ruolo del territorio nei confronti di ciò che di agricolo si decide di produrvi.
Certo non possono diventare enti turistici, i Consorzi, però dovrebbero cominciare a dialogare con le istituzioni, facendo sentire il proprio peso politico per tutelare un territorio che qualcuno -meno agricolo- dovrà promuovere anche con il loro fondamentale contributo.
Credo fermamente che i Consorzi, oltre a dire che il vino prodotto in quell’area è buono, debbano porsi a tutela del territorio, poiché lo utilizzano per promuovere il vino che loro stessi producono. Devono necessariamente dialogare e interagire con gli enti preposti alla promozione turistica al fine di migliorare la conoscenza del territorio, inteso come contenitore di prodotti figli della cultura dell’uomo, insediato da secoli in quell’area.
Promozione e Tutela sono imprescindibili per il territorio, perché non si può promuovere qualcosa che non esiste.
Personalmente penso che la tutela del territorio sia insita nella cultura rurale(quella vera) e che da sola, rappresenti il più grande strumento di promozione per qualunque territorio.
Bello, elegante, raffinato e di sicuro effetto il nuovo calice Franciacorta di Rastal, ma ecco le prime avvisaglie che qualcosa non va. Dopo che ne avevo dato notizia in questo post, non ne ho più parlato in quanto dal consorzio mi hanno “disturbato” -mentre ero a Londra- per dirmi che non avrei dovuto esprimermi perché la presentazione ufficiale sarebbe avvenuta a Vinitaly.
Presentazione che, causa il caldo, il caos e altri disservizi vari, non so nemmeno se l’abbiano fatta. Durante la manifestazione veronese ho cercato di raccogliere le impressioni di clienti e appassionati, tutti d’accordo sull’estetica di grande appeal ma altrettanto d’accordo sui limiti tecnici del bicchiere. Come sottolinea Franco Ziliani nel suo ultimo post su Le Mille Bolle Blog, oltre all’assenza quasi totale del perlage, si somma una certa perplessità nel cogliere tutte le sfumature olfattive del vino contenuto. L’esperimento che ho portato avanti (e che continuo a portare avanti) anche dopo Vinitaly è di analizzare lo stesso vino sia nel nuovo calice, sia in quello che considero un ottimo bicchiere da degustazione quale il “vecchio” rastal 53 che utilizzo per qualunque tipo di degustazione, tecnica e non. Fondamentale il camino nel liberare i profumi che nel confronto, risultano decisamente più chiusi con il nuovo calice, mentre si liberano omogeneamente nel 53. Poco profondo e molto largo in testa tende a disperdere velocemente le sfumature olfattive, quasi come se non ci fossero. Il punto perlage è di una sezione molto piccola e subito strozzata da un angolo molto stretto che impedisce una reazione del vino alla porosità del vetro, quindi niente (o poche) bolle.
Dubbi e perplessità in merito al nuovo contenitore non sono pochi. Attendo una replica da parte di chi ha ideato e deciso di farlo diventare il contenitore ufficiale dei vini Franciacorta, con la speranza che non sia un flop come il libro sulla (e sul) Franciacorta promosso alla fine dello scorso anno a fronte di un investimento di non poco conto.