Terre di vite: belle persone, ottimi vini, stupenda location!

“Belle persone, ottimi vini, stupenda location” è una frase di Enrico Togni, al ritorno dalla due giorni in terra Modenese. Riassume anche il mio pensiero. Il castello è un ambiente pulito e fruibile, che facilita la comunicazione, sia da dietro il banco, sia come visitatore. Ristoratori, enotecari, appassionati, famiglie con bambini hanno avuto a disposizione interessanti convegni, musica dal vivo e,  naturalmente, grandi vini da conoscere attraverso i racconti, le esperienze e gli aneddoti di chi lo fa.

Ho naturalmente parlato della Val Camonica con amici e visitatori, raccontare un po’ di noi e di come possiamo riavvicinarci alla viticoltura, che insieme all’agricoltura  sono accerchiate dal cemento dilagante. Ma l’unico modo per fare, è fare sul serio  (cit.) ed Enrico ne è la prova. Bello vedere lo stupore sui volti di chi assaggiava e dichiarava apertamente di non aspettarsi vini così da un territorio di certo non conosciuto per queste produzioni. La comunicazione migliore è l’assaggio.

Per le altre aziende di TerraUomoCielo hanno parlato, oltre i vini, Giovanni e Andrea.

Un grazie ancora all’organizzazione, ai sorridenti ed efficienti ragazzi di Divino scrivere  e un abbraccio a Marco Arturi e Barbara Brandoli. ;)

Grazie ai produttori che si sono raccontati attraverso il loro lavoro. Grazie alla riserva di Brunello 2006 di Luciano , alle barbera  e al pinot nero di Fabrizio, all’aglianico di Sara, al lambrusco rifermentato di Cristina, al dolcetto di Nicoletta , al raboso di Carolina.

Baudelaire e il Vino. Le scelte di uno, il senso dell’altro. (di Flavia Gilberti)

Flavia Gilberti è giovane neo dottoressa, laureatasi lo scorso tredici maggio. Nel suo sangue la Franciacorta e nelle sue emozioni la luce e  l’intelligenza, sole di chi sa guardare oltre la banalità e le inesattezze, che la nuova comunicazione nel mondo del vino propina. Guardare nell’uomo , nelle sue debolezze e nei suoi peccati per delineare il senso e il ruolo del vino fatto di metafore profonde, vuol dire capire perfettamente l’importanza che le scelte dell’uomo hanno nel definire le peculiarità del vino stesso.

Trovo lo scritto di Flavia uno straordinario raffronto tra l’uomo e il suo rapporto con il nettare di Bacco, mai uguale, mai lineare e mai scontato. Una chiave di lettura più che attuale, emozionate, di profondissima valenza e capace di far riflettere con rara e crescente passione. 

E’ quindi per me un immenso piacere poter pubblicare l’analisi di Flavia. 

G.A. 

IL VINO DI BAUDELAIRE. Non solo ebbrezza.

Non so voi, ma ogni volta che rileggo Les fleurs du mal mi convinco di quella massima Calviniana che vede nel ‘classico’ un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire. Leggo e scopro sempre un dettaglio nuovo, una ‘briciola’ che prima stava nascosta, una sfumatura che diventa sempre più significativa. Insomma, Baudelaire non finisce mai di parlarmi.

Ho riletto l’intero testo da poco e ho fatto attenzione alle accezioni e alle immagini del vino. Ebbene signori, e se quelle lezioncine impartite a scuola e mandate a mente avessero talvolta torto? Mi spiego. Noi conosciamo il Baudelaire scolastico dei ‘paradisi artificiali’, quello dell’oppio e del vino bevuto come mezzo di evasione da una realtà dolorosa e grigia.

Si sa, l’ebbrezza talvolta è uno stato che aiuta la creazione poetica, distoglie dal brutto della realtà presente e infonde gioia; ma io non riesco a vedere nel vino di Baudelaire solo un palliativo alla realtà o un semplice aiutante alla scrittura. No. Sento che c’è qualcosa di più.

E così mi sono messa a rileggere con attenzione tutte le poesie. Ammetto che ho trovato  riscontri (Le poison) in cui il vino calma la disperazione di un cuore solitario, e per l’effetto del suo vapore rosso rende la realtà piacevole e lussuosa: Le vin … et fait surgir plus d’un portique fabuleux/ dans l’or de sa vapeur rouge; però più proseguivo la lettura delle poesie più il vino si staccava da questa funzione e diventava piuttosto un metro di paragone, una similitudine, una metafora per parlare della bellezza della donna. Essa diviene infatti una borraccia di vino da cui bere (Le Chevelure), il suo seno è un armadio pieno di cose buone: liquori, odori, vini (La beau Navire), nel vederla il poeta prova la sensazione di chi beve un amaro e vittorioso vino di Boemia (Le serpent qui danse) e l’elisir della sua bocca ha la bontà dei vini rari, anzi, è addirittura anteposto a questi (Sed non satiata). Il vino finisce poi per ingarbugliarsi con la bellezza al punto che non solo è paragonabile alla donna, ma all’essenza della bellezza in sé. In Hymne à la Beautè, certamente uno dei testi più fortunati, la bellezza, quel mostro insieme spaventoso e benevolo, trova la sua prima similitudine proprio nel vino.

Mi pare che dobbiamo fare i conti con queste immagini di vino, perché quest’ultimo si trasforma in qualcosa di raffinato, di buono ed eccelso. Non è solo il liquido a cui fare appello per alienarci dal mondo circostante e dalla noia.

Il vino trova poi un posto personale all’interno dell’opera, al punto che una sezione gli è interamente dedicata. Abbiamo il vino degli amanti, dell’assassino, del solitario e poi … l’anima del vino. Qui il vino sembra subire una personificazione, parla con l’uomo e desidera finire nel suo corpo, conscio che dalla loro unione nascerà qualcosa di buono e raro. Il legame che unisce uomo e vino si dimostra in questo testo indissolubile. Non solo perché il vino si accompagna alla nascita della poesia, ma perché per averlo come prodotto finito, all’uomo sono necessari dedizione, fatica e sudore: Je sais combien il faut, sur la colline en flamme,/De peine, de seur et de soleil cuisant/Pour engendrer ma vie et pour me donner l’àme.

 Preso atto di queste immagini mi sento di dire che Charles una forte importanza al vino la dava, eccome. Permettetemi però di affermare che non possiamo parlare solo di mere bevute di un bevitore distratto. Magari mi sbaglio, ma vedo un uomo che sa dare valore a un prodotto, sa riconoscervi il lavoro che è necessario per crearlo buono e anche ‘bello’ … il vino è fatto di troppe variabili importanti che non ci permettono di farne un gioco d’azzardo.

Come la bellezza, come la poesia.

Flavia Gilberti


Approvata l’indicazione obbligatoria della data di Sboccatura per i Franciacorta: ma basterà precisare l’anno.

Ero così entusiasta a Vinitaly, quando ho saputo che Silvano Brescianini aveva preso in esame la mia proposta in merito all’obbligatorietà della data di sboccatura, che quasi ci avevo creduto!

Per farvela breve, sarà obbligatorio indicare l’anno, mentre il resto (mese o stagione) sarà facoltativo. A che serve? Chiunque abbia coscienza di cosa sia un vino prodotto con “metodo classico”, capisce che nell’arco di dodici mesi il vino cambia eccome! Cambia anche dopo novanta giorni, figuriamoci in trecentosessantacinque. Non vi nascondo la mia delusione per l’ennesima occasione persa. Si parlava di indicare almeno la stagione che (anche se ancora molto vago come dato) sarebbe servito a dare un’indicazione meno generica, certamente meno inutile.

Se proprio dobbiamo indicare qualcosa “tanto per”, non sarebbe meglio non indicare nulla in attesa che i “cachi” siano maturi? Altrimenti avvaloriamo la tesi di Monsieur Paillard, ovvero che oggi si mette la data di sboccatura per moda, e i vini sono messi in commercio il giorno successivo alla stessa. La mia speranza è che adesso non partano una serie di “trionfalistici” comunicati stampa, a sigillo “dell’ennesimo successo” e che nessuno cerchi di farmi passare questa decisione consortile come un positivo traguardo.

Quindi avanti tutta(!), al grido di “se non lo fanno nemmeno in Sciampagn perché dobbiamo farlo noi?” come ha detto qualcuno giusto ieri!

P.S. @ Zanella: non diciamolo a nessuno, altrimenti potrebbero accorgersi che molti, non hanno ancora capito una cippa. ;-)

La Franciacorta che vorrei per il Futuro

Franciacorta, Champagne… Champagne, Franciacorta…

Spesso, leggendo i vari commenti sui forum, blog e qualche rivista, oltre al costante pettegolezzo che si sta espandendo come il Delta del Danubio Insanguinato, è ancora palese una profonda incoscienza nell’accomunare i prodotti di questi due territori.

Però, e mi sovviene un però, se continuo a pensare alla totale difformità tra i due territori, mi viene da pensare che sarebbe notevolmente meno complesso e difficoltoso, comunicare e far comprendere qualcosa a fronte di una chiarezza d’intenti che deve stare alla base delle produzioni franciacortine. A quel punto tutto diventerebbe talmente palese che gli unici a confrontare ancora Champagne e Franciacorta, sarebbero i lemuri.

In questi anni ho formulato il profondo pensiero -non solo sulla base di congetture ma con sperimentazioni mirate- che la Franciacorta, per via della profonda ineguaglianza dei suoli, sia macroscopicamente diversa dalla Champagne, oltre che come territorio anche nei vini che si producono con il medesimo metodo.

In Franciacorta esiste una zonazione che non è mai stata utilizzata, forse per incapacità e forse per l’interesse di qualcuno nello stabilire un prezzo sommario delle uve provenienti da ogni zona e questo, rappresenta di certo un danno, una “fallanza” che oggi va colmata a ogni costo.

In primo luogo, se la zonazione fosse applicata, si andrebbe ad attribuire valore al territorio tutto, oltre che ai vigneti nei quali il vino è “migliore”. Andremmo ulteriormente a tutelare una zona e ogni singolo pezzo di terra coltivabile, dall’ennesimo affondo di una speculazione edilizia che non tiene conto né del passato, né del futuro e si tornerebbe a dare dignità, valore economico e politico a chi la terra la custodisce davvero.

Ma come applicare la zonazione, rendendola di facile comprensione per il consumatore e facendo in modo che possa essere proficua per ogni singola azienda? Cambiando le regole produttive.

Se in Champagne, gli Chardonnay di Avize (premesso: vinificati nello stesso modo, a parità d’impianto, della medesima vendemmia, ecc.) sono molto simili tra loro, la stessa cosa non si può dire prendendo il Pinot Nero(per dirne una…) coltivato alla Cudola con quello di Cascina Loda entrambe nell’abitato di Gussago, o ancora lo Chardonnay di due vigneti ben distinti dei Camossi nel comune di Erbusco.

In Champagne le grosse differenze tra un prodotto e l’altro provengono da un’abilità di fare e poi assemblare “vin de reserve” nella composizione delle loro cuvée, risultato di una cultura di oltre tre secoli di totale dedizione al vino, qualcosa insito nella loro storia.

Noi bresciani abbiamo una cultura che si è sviluppata diversamente, forse proprio per la totale diversità –in termini di risultato- tra un vigneto e l’altro. Una sapienza, la nostra, che può essere applicata a un metodo di produzione diverso da quello che conosciamo da sempre, come quello “champenoise”? Io dico di si, e lo abbiamo dimostrato ampiamente. Ora serve ordine e maggior consapevolezza.

Per farla breve e per attuare al meglio la zonazione, per far accrescere il valore della materia prima e del Territorio come zona di produzione vitivinicola e per evitare che lo stesso sia distrutto, propongo una formula che alcune aziende già applicano.

Una nuova regolamentazione che di fatto, andrebbe ad allargare ulteriormente il livello identitario della Franciacorta nell’immaginario collettivo, in maniera inequivocabile.

Utilizzo di un’unica vendemmia anche nei vini non millesimati e abolizione dell’utilizzo di “vin de reserve” nella composizione delle basi, lasciando al produttore tutta la libertà che vuole (parlo degli aspetti tecnici, nulla di diverso da oggi) per poter esprimere al meglio le peculiarità delle sue terre. Si faranno cuvée di zone diverse ma della stessa vendemmia.

A questo punto, l’espressione dei suoli indissolubilmente legata alla volontà dei produttori, sarebbe priva di qual si voglia contestazione e il Territorio riuscirebbe a comunicare la sua identità senza grossi sforzi.

Non credete possa essere il naturale e logico sviluppo della Franciacorta?

Data di sboccatura obbligatoria per i Franciacorta? Ne parl-iamo/ate?

La butto lì in due righe, come si potrebbe buttare una pelle di daino su un vetro: e se fosse la Franciacorta, il primo territorio a rendere obbligatorio l’utilizzo della data di sboccatura in etichetta?

In fondo mi pare una cosa che in molti hanno già adottato e che altri valutano di adottare quanto prima. Apprezzata e condivisa anche da Angelo Peretti (primo sostenitore della causa per l’utilizzo del tappo Stelvin) che riprende sul suo Internet Gourmet il mio precedente post, credo sia giunto il momento di esprimere la speranza, perché nel prossimo consiglio del Consorzio Franciacorta, si possa prendere seriamente in considerazione questa proposta che potrebbe nuovamente far segnare il passo a questo territorio.

 

Wine Club “Red & White”: la Cultura del Vino che arriva dalla “Bassa”

Pontevico è terra di confine.

Un ponte sul fiume Oglio divide la provincia di Brescia da quella di Cremona. L’accento, così come il dialetto, muta sensibilmente in pochi metri. Piazza Mazzini rappresenta il simbolo del costume locale e alle sue spalle, un castello con mille anni di storia. Un gruppo di amici Pontevichesi e non, ha contribuito a diffondere una sorta di “cultura del piacere” indissolubilmente legata al vino e al cibo, rendendo il paese uno dei più virtuosi della “Bassa” per la scoperta di prodotti enogastronomici di grande spessore. 

A un certo punto, Piazza Mazzini non è più in grado di offrire quel livello -sempre crescente- che le loro papille gustative ricercano, non è più in grado di soddisfarli come vorrebbero. Decidono così di dar vita al “Wine Club Red & White”, un luogo di aggregazione, di cultura, condivisione di esperienze di vita e di ideali. Nei loro ideali la promozione e la divulgazione della cultura del vino e dei prodotti genuini e l’impegno nella tutela di prodotti gastronomici (del territorio bresciano in primis, lo aggiungo io) rari e altrettanto preziosi.

Una cantina sociale nella quale ogni affiliato possa mettere a dimora i propri tesori e anche una biblioteca enogastronomica a disposizione di tutti.

Questa la concretezza delle idee che tanto mi piace e che nell’epoca della rete, fatta d’impalpabile dinamismo, deve spiccare come la “Stella del Sud”.

Eurosio Moretti, Presidente R&W

L’associazione ha una valenza sociale di non poco conto e spera di coinvolgere il maggior numero di giovani, per trasmettere loro il patrimonio culturale che il vino rappresenta, fatto non solo di gusti ma di aggregazione di pensiero e convivialità.

Ieri sera sono stato invitato per presentare l’azienda di Andrea Arici e il suo vino più rappresentativo, il Dosaggio Zero nella versione “scritta rossa”. Il vino è stato apprezzato oltre ogni più rosea attesa, in un clima disteso e con persone competenti che non hanno lesinato domande e curiosità.

Voglio ringraziare tutti i soci per avermi concesso del tempo per raccontare la nostra etica e il nostro rapporto nell’espressione del fare vino.

Un grazie a Silvio per le sciabolate d’autore e per aver costantemente abbeverato gli assetati, grazie anche a Marco, Carlo, Roberto, Eurosio, Lino e tutti gli altri splendidi protagonisti (perdonatemi ma la mia memoria da pesce rosso non mi consente di imprimere nella mente così tanti nomi in una sola sera)di questa importante iniziativa.