“Metodo Classico” e territorio. Slowine coglie nel segno

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Non posso che rendere atto a Fabio Giavedoni di aver espresso una delle più intelligenti osservazioni che abbia mai sentito fare in merito al metodo classico. La cosa bella è che non si è fermato come fanno tanti alla “sparata”, … Continua a leggere

English Sparkling Wines. Oltre a “Acid” mi aspettavo qualcosa in più

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Mi era capitato in un paio di occasioni di degustare alcuni spumanti inglesi e di trovarmi dinanzi non proprio a quello che ci può aspettare quando si sente parlare di suoli uguali a quelli della Champagne. Nella bella degustazione di … Continua a leggere

In Napa Valley si parla di Franciacorta

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Dello stupendo viaggio in USA che ho fatto a giugno con il mio bromance Jeremy Parzen, ne ho parlato a lungo e di ogni tappa, anche della giornata passata a Napa e di quella visita fugace nella quale abbiamo conosciuto … Continua a leggere

Clos des Goisses 1988. Oro per l’anima.

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Un amico nel 2000 acquista ben sei bottiglie di Clos des Goisses vendemmia 1988 perché è l’anno in cui è nata la sua prima figlia. Poi per puro caso, il giorno in cui è diventata maggiorenne mi trovavo nei paraggi … Continua a leggere

Il modello francese che proprio non vogliamo capire.

La mattina non sono mai di buon umore a meno che non abbia riposato con quel gruppo di Top, che tanto mi hanno fatto sognare alla fine degli anni ’80 ma non è mai successo, quindi quando mia madre mi piomba in casa alle otto del mattino e mi riporta di aver letto che l’annata è stata straordinaria e l’euforia alle stelle, mi incazzo. Certamente non con lei ma con l’informazione che, di fatto, non dice nulla di errato ma allo stesso tempo nulla di preciso, di approfondito, niente che possa contribuire a far comprendere a chi si trova al di fuori del “mondo del vino” ciò che sta realmente accadendo.

Siamo italiani, esseri abituati a farsi comandare, a delegare competenze, doveri e soprattutto responsabilità a fronte di un modo di fare le cose, spesso frettoloso, confuso e caciarone.

A nessuno viene mai in mente di chiedersi: “ma quanto vale unitariamente il mio prodotto?”. Nel paesello siamo ancora fermi a rincorrere le quantità, convinti, che una buona massa critica porti inevitabilmente alla creazione di un mercato che non aspetta altro di essere saturato, mentre l’unico risultato derivante da azioni tanto stupide altro non è che l’inflazionarsi del prodotto, con un conseguente calo nella percezione qualitativa da parte dei consumatori.

Se dovessimo fare una media del valore dell’uva in tutta Italia e raffrontassimo i dati con quelli della Francia, riusciremmo a capire il perché di tanti annosi problemi che ruotano attorno al vino e alla nostra vita.

Esempietto: chi possiede un ettaro in Champagne da trent’anni(mi riferisco a un contadino) e decide avere una sussistenza data dal commercio d’uva, quest’anno ha prodotto 125ql/ha a un prezzo medio di 5,50euro(?) al chilo per un fatturato di 68750euro. Ipotizziamo una spesa media per ettaro di 6000euro -compresa la vendemmia- e il calcolo é immediato.

Chi ne possiede uno in Franciacorta e ha avuto la fortuna di venderla (110ql/ha), ha sostenuto la medesima spesa ma fatturando 11000euro.

La differenza è lampante. Nel primo caso si vive bene, nel secondo si muore. Pensate ad avere una rendita simile… a chi verrebbe in mente di vendere la terra (guadagnando 60mila euro l’anno)o a quale inetto assessore comunale passerebbe per il cervello di rendere edificabile quell’area, per poi avere una quantità d’immobili inutili e vuoti?

Tutelare il territorio oggi, significa trovare un’economia diversa da quella ormai eccessiva e prepotente del cemento. Serve un sistema economico che parte dal basso, che nasce dalla terra. In Italia l’agricoltura non vale una cippa sia in valore sia in prestigio. I giovani non possono essere stimolati da un sistema che ogni giorno si rivela fallimentare e che quindi non può sviluppare l’indispensabile ricambio generazionale.

L’agricoltura –quella vera- sta morendo e io vorrei tanto che si cominciasse a dire le cose come stanno, invece di sbandierare stupide e fuorvianti notizie.

La Franciacorta che vorrei per il Futuro

Franciacorta, Champagne… Champagne, Franciacorta…

Spesso, leggendo i vari commenti sui forum, blog e qualche rivista, oltre al costante pettegolezzo che si sta espandendo come il Delta del Danubio Insanguinato, è ancora palese una profonda incoscienza nell’accomunare i prodotti di questi due territori.

Però, e mi sovviene un però, se continuo a pensare alla totale difformità tra i due territori, mi viene da pensare che sarebbe notevolmente meno complesso e difficoltoso, comunicare e far comprendere qualcosa a fronte di una chiarezza d’intenti che deve stare alla base delle produzioni franciacortine. A quel punto tutto diventerebbe talmente palese che gli unici a confrontare ancora Champagne e Franciacorta, sarebbero i lemuri.

In questi anni ho formulato il profondo pensiero -non solo sulla base di congetture ma con sperimentazioni mirate- che la Franciacorta, per via della profonda ineguaglianza dei suoli, sia macroscopicamente diversa dalla Champagne, oltre che come territorio anche nei vini che si producono con il medesimo metodo.

In Franciacorta esiste una zonazione che non è mai stata utilizzata, forse per incapacità e forse per l’interesse di qualcuno nello stabilire un prezzo sommario delle uve provenienti da ogni zona e questo, rappresenta di certo un danno, una “fallanza” che oggi va colmata a ogni costo.

In primo luogo, se la zonazione fosse applicata, si andrebbe ad attribuire valore al territorio tutto, oltre che ai vigneti nei quali il vino è “migliore”. Andremmo ulteriormente a tutelare una zona e ogni singolo pezzo di terra coltivabile, dall’ennesimo affondo di una speculazione edilizia che non tiene conto né del passato, né del futuro e si tornerebbe a dare dignità, valore economico e politico a chi la terra la custodisce davvero.

Ma come applicare la zonazione, rendendola di facile comprensione per il consumatore e facendo in modo che possa essere proficua per ogni singola azienda? Cambiando le regole produttive.

Se in Champagne, gli Chardonnay di Avize (premesso: vinificati nello stesso modo, a parità d’impianto, della medesima vendemmia, ecc.) sono molto simili tra loro, la stessa cosa non si può dire prendendo il Pinot Nero(per dirne una…) coltivato alla Cudola con quello di Cascina Loda entrambe nell’abitato di Gussago, o ancora lo Chardonnay di due vigneti ben distinti dei Camossi nel comune di Erbusco.

In Champagne le grosse differenze tra un prodotto e l’altro provengono da un’abilità di fare e poi assemblare “vin de reserve” nella composizione delle loro cuvée, risultato di una cultura di oltre tre secoli di totale dedizione al vino, qualcosa insito nella loro storia.

Noi bresciani abbiamo una cultura che si è sviluppata diversamente, forse proprio per la totale diversità –in termini di risultato- tra un vigneto e l’altro. Una sapienza, la nostra, che può essere applicata a un metodo di produzione diverso da quello che conosciamo da sempre, come quello “champenoise”? Io dico di si, e lo abbiamo dimostrato ampiamente. Ora serve ordine e maggior consapevolezza.

Per farla breve e per attuare al meglio la zonazione, per far accrescere il valore della materia prima e del Territorio come zona di produzione vitivinicola e per evitare che lo stesso sia distrutto, propongo una formula che alcune aziende già applicano.

Una nuova regolamentazione che di fatto, andrebbe ad allargare ulteriormente il livello identitario della Franciacorta nell’immaginario collettivo, in maniera inequivocabile.

Utilizzo di un’unica vendemmia anche nei vini non millesimati e abolizione dell’utilizzo di “vin de reserve” nella composizione delle basi, lasciando al produttore tutta la libertà che vuole (parlo degli aspetti tecnici, nulla di diverso da oggi) per poter esprimere al meglio le peculiarità delle sue terre. Si faranno cuvée di zone diverse ma della stessa vendemmia.

A questo punto, l’espressione dei suoli indissolubilmente legata alla volontà dei produttori, sarebbe priva di qual si voglia contestazione e il Territorio riuscirebbe a comunicare la sua identità senza grossi sforzi.

Non credete possa essere il naturale e logico sviluppo della Franciacorta?

Bruno Paillard sulla data di Degorgement (sboccatura)

Beh, devo dire che quando Axell mi ha scritto per propormi un inaspettato -quanto gradito- incontro con Bruno Paillard, mi sono emozionato. Così, pettinato come Moira Orfei appena alzata dal letto, giovedì ho lasciato il Palaexpo e mi sono recato da Monsieur Paillard, impeccabile nel suo doppio petto blu. 

L’oggetto dell’incontro è stato il mio post in merito alla fondamentale importanza che ricopre la data di sboccatura, nell’approccio gustativo dei vini prodotti con il “metodo classico”. Paillard, è stato precursore (o tra i precursori) nell’indicare la data di degorgement in etichetta e devo dire che la sua visione in merito è precisa e non può essere non compresa.

“Un intervento chirurgico, più precisamente un trapianto, che necessità di un periodo di degenza prima che il vino possa tornare al suo pieno stato di forma, questo rappresenta il degorgement” .

Mi parla di come oggi il degorgement sia indicato quasi come se fosse una moda, tralasciando il vero significato di tale operazione. I suoi vini escono in commercio dopo un periodo che varia dai cinque mesi ai due anni, a seconda dell’età del “degente”. Se l’intervento viene effettuato su vini mediamente giovani, il tempo di recupero sarà breve, al contrario per quelli più vecchi come il suo 1999, un Blanc de Blanc che non è ancora in commercio nonostante sia sboccato da diversi mesi e che ho potuto degustare con lui. Un concetto che si rifà facilmente ai “tempi di ripresa” dopo una medesima operazione chirurgica, tra un ragazzo di vent’anni e un uomo di settanta.

Un paragone che non lascia adito a dubbi e che può essere utilizzato per far comprendere come questo dato non debba essere –come tante altre chiacchiere che si sentono sul vino- qualcosa da strumentalizzare, ma da comprendere per migliorare uomini e vini. La storia, la cultura e l’esperienza insegnano.

Non mi voglio dilungare troppo rischiando di non trasmettere l’importanza del pensiero di Paillard, ma ci tengo a ribadire soprattutto a chi nei giorni scorsi ha dialogato con me in merito alla questione, che noi italiani sosteniamo (loro, non io)che il consumatore non capisce certe cose e quindi sarebbe meglio non indicarle, invece che mettersi d’impegno per educare e formare il consumatore. Io sono per educare. Riflettiamo…