English Sparkling Wines. Oltre a “Acid” mi aspettavo qualcosa in più

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Mi era capitato in un paio di occasioni di degustare alcuni spumanti inglesi e di trovarmi dinanzi non proprio a quello che ci può aspettare quando si sente parlare di suoli uguali a quelli della Champagne. Nella bella degustazione di … Continua a leggere

In Napa Valley si parla di Franciacorta

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Dello stupendo viaggio in USA che ho fatto a giugno con il mio bromance Jeremy Parzen, ne ho parlato a lungo e di ogni tappa, anche della giornata passata a Napa e di quella visita fugace nella quale abbiamo conosciuto … Continua a leggere

Clos des Goisses 1988. Oro per l’anima.

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Un amico nel 2000 acquista ben sei bottiglie di Clos des Goisses vendemmia 1988 perché è l’anno in cui è nata la sua prima figlia. Poi per puro caso, il giorno in cui è diventata maggiorenne mi trovavo nei paraggi … Continua a leggere

Il modello francese che proprio non vogliamo capire.

La mattina non sono mai di buon umore a meno che non abbia riposato con quel gruppo di Top, che tanto mi hanno fatto sognare alla fine degli anni ’80 ma non è mai successo, quindi quando mia madre mi piomba in casa alle otto del mattino e mi riporta di aver letto che l’annata è stata straordinaria e l’euforia alle stelle, mi incazzo. Certamente non con lei ma con l’informazione che, di fatto, non dice nulla di errato ma allo stesso tempo nulla di preciso, di approfondito, niente che possa contribuire a far comprendere a chi si trova al di fuori del “mondo del vino” ciò che sta realmente accadendo.

Siamo italiani, esseri abituati a farsi comandare, a delegare competenze, doveri e soprattutto responsabilità a fronte di un modo di fare le cose, spesso frettoloso, confuso e caciarone.

A nessuno viene mai in mente di chiedersi: “ma quanto vale unitariamente il mio prodotto?”. Nel paesello siamo ancora fermi a rincorrere le quantità, convinti, che una buona massa critica porti inevitabilmente alla creazione di un mercato che non aspetta altro di essere saturato, mentre l’unico risultato derivante da azioni tanto stupide altro non è che l’inflazionarsi del prodotto, con un conseguente calo nella percezione qualitativa da parte dei consumatori.

Se dovessimo fare una media del valore dell’uva in tutta Italia e raffrontassimo i dati con quelli della Francia, riusciremmo a capire il perché di tanti annosi problemi che ruotano attorno al vino e alla nostra vita.

Esempietto: chi possiede un ettaro in Champagne da trent’anni(mi riferisco a un contadino) e decide avere una sussistenza data dal commercio d’uva, quest’anno ha prodotto 125ql/ha a un prezzo medio di 5,50euro(?) al chilo per un fatturato di 68750euro. Ipotizziamo una spesa media per ettaro di 6000euro -compresa la vendemmia- e il calcolo é immediato.

Chi ne possiede uno in Franciacorta e ha avuto la fortuna di venderla (110ql/ha), ha sostenuto la medesima spesa ma fatturando 11000euro.

La differenza è lampante. Nel primo caso si vive bene, nel secondo si muore. Pensate ad avere una rendita simile… a chi verrebbe in mente di vendere la terra (guadagnando 60mila euro l’anno)o a quale inetto assessore comunale passerebbe per il cervello di rendere edificabile quell’area, per poi avere una quantità d’immobili inutili e vuoti?

Tutelare il territorio oggi, significa trovare un’economia diversa da quella ormai eccessiva e prepotente del cemento. Serve un sistema economico che parte dal basso, che nasce dalla terra. In Italia l’agricoltura non vale una cippa sia in valore sia in prestigio. I giovani non possono essere stimolati da un sistema che ogni giorno si rivela fallimentare e che quindi non può sviluppare l’indispensabile ricambio generazionale.

L’agricoltura –quella vera- sta morendo e io vorrei tanto che si cominciasse a dire le cose come stanno, invece di sbandierare stupide e fuorvianti notizie.

La Franciacorta che vorrei per il Futuro

Franciacorta, Champagne… Champagne, Franciacorta…

Spesso, leggendo i vari commenti sui forum, blog e qualche rivista, oltre al costante pettegolezzo che si sta espandendo come il Delta del Danubio Insanguinato, è ancora palese una profonda incoscienza nell’accomunare i prodotti di questi due territori.

Però, e mi sovviene un però, se continuo a pensare alla totale difformità tra i due territori, mi viene da pensare che sarebbe notevolmente meno complesso e difficoltoso, comunicare e far comprendere qualcosa a fronte di una chiarezza d’intenti che deve stare alla base delle produzioni franciacortine. A quel punto tutto diventerebbe talmente palese che gli unici a confrontare ancora Champagne e Franciacorta, sarebbero i lemuri.

In questi anni ho formulato il profondo pensiero -non solo sulla base di congetture ma con sperimentazioni mirate- che la Franciacorta, per via della profonda ineguaglianza dei suoli, sia macroscopicamente diversa dalla Champagne, oltre che come territorio anche nei vini che si producono con il medesimo metodo.

In Franciacorta esiste una zonazione che non è mai stata utilizzata, forse per incapacità e forse per l’interesse di qualcuno nello stabilire un prezzo sommario delle uve provenienti da ogni zona e questo, rappresenta di certo un danno, una “fallanza” che oggi va colmata a ogni costo.

In primo luogo, se la zonazione fosse applicata, si andrebbe ad attribuire valore al territorio tutto, oltre che ai vigneti nei quali il vino è “migliore”. Andremmo ulteriormente a tutelare una zona e ogni singolo pezzo di terra coltivabile, dall’ennesimo affondo di una speculazione edilizia che non tiene conto né del passato, né del futuro e si tornerebbe a dare dignità, valore economico e politico a chi la terra la custodisce davvero.

Ma come applicare la zonazione, rendendola di facile comprensione per il consumatore e facendo in modo che possa essere proficua per ogni singola azienda? Cambiando le regole produttive.

Se in Champagne, gli Chardonnay di Avize (premesso: vinificati nello stesso modo, a parità d’impianto, della medesima vendemmia, ecc.) sono molto simili tra loro, la stessa cosa non si può dire prendendo il Pinot Nero(per dirne una…) coltivato alla Cudola con quello di Cascina Loda entrambe nell’abitato di Gussago, o ancora lo Chardonnay di due vigneti ben distinti dei Camossi nel comune di Erbusco.

In Champagne le grosse differenze tra un prodotto e l’altro provengono da un’abilità di fare e poi assemblare “vin de reserve” nella composizione delle loro cuvée, risultato di una cultura di oltre tre secoli di totale dedizione al vino, qualcosa insito nella loro storia.

Noi bresciani abbiamo una cultura che si è sviluppata diversamente, forse proprio per la totale diversità –in termini di risultato- tra un vigneto e l’altro. Una sapienza, la nostra, che può essere applicata a un metodo di produzione diverso da quello che conosciamo da sempre, come quello “champenoise”? Io dico di si, e lo abbiamo dimostrato ampiamente. Ora serve ordine e maggior consapevolezza.

Per farla breve e per attuare al meglio la zonazione, per far accrescere il valore della materia prima e del Territorio come zona di produzione vitivinicola e per evitare che lo stesso sia distrutto, propongo una formula che alcune aziende già applicano.

Una nuova regolamentazione che di fatto, andrebbe ad allargare ulteriormente il livello identitario della Franciacorta nell’immaginario collettivo, in maniera inequivocabile.

Utilizzo di un’unica vendemmia anche nei vini non millesimati e abolizione dell’utilizzo di “vin de reserve” nella composizione delle basi, lasciando al produttore tutta la libertà che vuole (parlo degli aspetti tecnici, nulla di diverso da oggi) per poter esprimere al meglio le peculiarità delle sue terre. Si faranno cuvée di zone diverse ma della stessa vendemmia.

A questo punto, l’espressione dei suoli indissolubilmente legata alla volontà dei produttori, sarebbe priva di qual si voglia contestazione e il Territorio riuscirebbe a comunicare la sua identità senza grossi sforzi.

Non credete possa essere il naturale e logico sviluppo della Franciacorta?

Bruno Paillard sulla data di Degorgement (sboccatura)

Beh, devo dire che quando Axell mi ha scritto per propormi un inaspettato -quanto gradito- incontro con Bruno Paillard, mi sono emozionato. Così, pettinato come Moira Orfei appena alzata dal letto, giovedì ho lasciato il Palaexpo e mi sono recato da Monsieur Paillard, impeccabile nel suo doppio petto blu. 

L’oggetto dell’incontro è stato il mio post in merito alla fondamentale importanza che ricopre la data di sboccatura, nell’approccio gustativo dei vini prodotti con il “metodo classico”. Paillard, è stato precursore (o tra i precursori) nell’indicare la data di degorgement in etichetta e devo dire che la sua visione in merito è precisa e non può essere non compresa.

“Un intervento chirurgico, più precisamente un trapianto, che necessità di un periodo di degenza prima che il vino possa tornare al suo pieno stato di forma, questo rappresenta il degorgement” .

Mi parla di come oggi il degorgement sia indicato quasi come se fosse una moda, tralasciando il vero significato di tale operazione. I suoi vini escono in commercio dopo un periodo che varia dai cinque mesi ai due anni, a seconda dell’età del “degente”. Se l’intervento viene effettuato su vini mediamente giovani, il tempo di recupero sarà breve, al contrario per quelli più vecchi come il suo 1999, un Blanc de Blanc che non è ancora in commercio nonostante sia sboccato da diversi mesi e che ho potuto degustare con lui. Un concetto che si rifà facilmente ai “tempi di ripresa” dopo una medesima operazione chirurgica, tra un ragazzo di vent’anni e un uomo di settanta.

Un paragone che non lascia adito a dubbi e che può essere utilizzato per far comprendere come questo dato non debba essere –come tante altre chiacchiere che si sentono sul vino- qualcosa da strumentalizzare, ma da comprendere per migliorare uomini e vini. La storia, la cultura e l’esperienza insegnano.

Non mi voglio dilungare troppo rischiando di non trasmettere l’importanza del pensiero di Paillard, ma ci tengo a ribadire soprattutto a chi nei giorni scorsi ha dialogato con me in merito alla questione, che noi italiani sosteniamo (loro, non io)che il consumatore non capisce certe cose e quindi sarebbe meglio non indicarle, invece che mettersi d’impegno per educare e formare il consumatore. Io sono per educare. Riflettiamo…

E se la data di sboccatura diventasse obbligatoria?

Da oltre tredici anni dedico particolare attenzione (prima di tutto per piacere e poi per lavoro) alla degustazione dei vini prodotti con “metodo classico” provenienti da ogni dove. Una delle cose che ritengo indispensabili per capire e valutare questa tipologia di vini è la data di sboccatura, di degorgement per i francesi.

Francesco Orini

Certamente un dato fondamentale, poiché da sempre il vino è indissolubilmente legato al tempo e quest’operazione di espulsione dei lieviti dalla bottiglia, rappresenta l’elemento che un degustatore evoluto non può non tenere in considerazione.

Non credete che uno champagne o un franciacorta possa evolversi o morire, cavalcando l’inesorabile corsa del tempo? Non credete possa essere quantomeno curioso, capire come la vostra “bollicina” preferita sia in grado di mutare i propri aspetti organolettici, dopo un paio d’anni dalla sboccatura? Magari non sarebbe più la vostra preferita…

Non voglio dilungarmi con una retorica che rischierebbe di inflazionare questo importante argomento, vorrei invece che chi degusti per valutare, non possa prescindere da questa variabile, così come chi produce e vuole mettersi in discussione fino in fondo.

Non credete?

Corbon: essere Viticoltore in Champagne

Bella, interessante e profondamente didattica la degustazione che si è tenuta lo scorso mercoledì presso l’Osteria Ricerca Vini di Milano. Un incontro con un piccolo produttore di Avise che ha iniziato a mettere in bottiglia il suo vino nel ’68.

Monsieur Corbon è certamente un ottimo rappresentate di quella ruralità francese che tanto mi piace. Al tavolo me lo sono trovato di fronte e così ho potuto dare sfogo a tutta la mia curiosità, con l’indispensabile contributo di Franco Ziliani e del suo francese impeccabile.

Prima di arrivare ai vini, voglio raccontarvi qualcosa sull’azienda e conseguentemente quelle che sono le mie riflessioni in merito.

Corbon possiede sei ettari Gran Cru ad Avize. Dal 2006 è affiancato dalla figlia Agnès, la quale ha deciso di dare una scossa alla vendita delle loro 10mila bottiglie creando anche un blog aziendale. A questo punto, mentre il naso correva sui primi due vini “Absolument Brut” e “Brut d’Autrefois” ho cercato di fare i conti in tasca ai Corbon -con il loro permesso- per capire meglio in cosa si differenziano le “modalità d’azione” (e perché)tra un produttore italiano e uno d’oltralpe.

L’economia dell’azienda Corbon è fortemente orientata alla vendita dell’uva che nella vendemmia scorsa, ha raggiunto un valore di sei euro il chilo. Poniamo una resa per ettaro di 100ql(come se fossimo in Franciacorta), moltiplichiamo per 4,5ha e per il suo prezzo e il risultato è palese.

Con una parte del guadagno derivante dalla vendita dell’uva ha mantenuto la sua famiglia, mentre un’altra parte ha deciso di investirla nella sua passione di fare vino, che è ben insita nella sua cultura e che gli riesce davvero bene. Questo modello non rappresenta alla perfezione il sogno di ogni appassionato di vino? Beh, il mio di certo!

Pensiamo se dovessimo fare lo stesso in Italia, magari in Franciacorta dove ai viticoltori fortunati il 2010 gli ha visto riconosciuto la bellezza di un euro per ogni chilo d’uva, per la medesima resa per ettaro. Pensate se in Francia i prezzi delle uve dovessero deciderli chi le compra, invece di chi le produce. Credete che le multinazionali che governano alcuni dei marchi più conosciuti al mondo, continuerebbero ad acquistare uva a sei euro il chilo?

Questa enorme differenza dei prezzi –tra Francia e Italia- per quelli che ancora credono che la Champagne sia stata creata da Dio dopo Adamo, Eva e le caramelle “Morositas”, è facilmente riassumibile con: “lo champagne è più buono”, ma personalmente non credo sia l’unica riflessione possibile.

Il prezzo di un prodotto non si limita a determinare esclusivamente il valore del prodotto stesso e nel caso del vino, maggior valore della materia prima(uva) significa prezzo sostenuto del prodotto finito (vino) che riflette la sua quotazione sul valore del lavoro contadino, sulla valutazione dei suoli e sul prestigio di un territorio.

Quale pirla sarebbe disposto a vendersi un ettaro di vigneto ad Avise, perché l’immobiliare di “ ‘sta Cippa” vuole costruirci una straordinaria corte in stile simil-barocco? Quale amministrazione comunale si mostrerebbe così stupida da offrire una concessione edilizia che tolga spazio, bellezza e prestigio a quei paesaggi rurali?

Quale amministrazione sarebbe disposta a mettersi contro una classe contadina, così economicamente e politicamente forte?

Ecco come hanno fatto i francesi a costruirsi i loro territori vitivinicoli e soprattutto come continuano a salvaguardarli. Questo è il modo di agire che mi aspetto da chi produce vino in Italia e da chi non ha ancora capito che senza il Territorio, non si possono produrre grandi vini.

Tornando ai Corbon, che conoscono benissimo il valore del loro Territorio e l’importanza dell’attività contadina che svolgono, bisogna dire che producono dei vini che rappresentano tutta la loro passione.

I primi due “Absolument Brut” e “Brut d’Autrefois” sono due vini di “concetto”: cuvée di diverse annate con una composizione varietale di 60% chardonnay, 25% pinot nero e 15% pinot mounier e almeno 30 mesi sui lieviti il primo; 80% chardonnay, 20% pinot nero e settanta mesi sui lieti per il secondo. La data di sboccatura non è riportata in etichetta (e io credo sia sempre più necessaria per poter valutare il vino)ma Claude Corbon dichiara siano stati sboccati a ottobre. Perfetto in ogni sua nota l’ Absolument, anche se l’ho trovato eccessivamente maturo e troppo complesso, rispetto al mio modo d’interpretare un vino “d’ entrée”. Profondo e carnoso il “Brut d’Autrefois”, che fonde perfettamente la volontà dell’uomo con la potenzialità delle sue terre. Una maturità precisa, un naso molto aperto con note ossidative che lasciano trapelare lo spessore delle basi utilizzate per comporre la cuvèe.

A seguire un vino d’annata, uno di quelli che prediligo, Chardonnay 2002. Solo acciaio e cemento, per una scelta -quella di Corbon- di lasciare esprimere le peculiarità del suo vigneto di Avize.

Peccato per la sboccatura che contava solo quindici giorni e che non mi ha permesso di apprezzarne al meglio gli aspetti olfattivi, ma alla bocca è stato impossibile negarne la grandezza. Il mio preferito! Armonico, rotondo e pieno con 8gr/l di zucchero, annientati dal sale e da un’acidità precisa e tagliente. Asciutto e infinito, un vino che ho dovuto necessariamente trissare, perché un semplice bis sarebbe morto inutilmente di solitudine.

In chiusura una degustazione “orizzontale” di vini della vendemmia 2004 di vigneti diversi sia per zona, sia per età delle vigne. Un bel gioco privo di maschere, che ha visto sia nelle Jeune vigne di Verneuil che quelle di Avize, esprimersi in vini verticali e dalle spalle strette. Altro discorso invece per le Vieille di Avize il più estremo di tutti per pienezza, sapidità e persistenza, con una piacevole accennata nota di lemongrass.

Ah, Corbon non ha ancora messo in commercio né la vendemmia 1996, né la 2001… Come dire: “quando un mestiere ha valore si tramuta in arte, l’arte diventa cultura e la cultura territorio”. Il valore dell’agricoltura.

 

Metodo Classico: i soliti problemi di comunicazione

Ci risiamo. Ecco di nuovo emergere le lacune di chi si fregia di essere un comunicatore del vino, un conoscitore dello stesso e del suo mercato. Di chi in sostanza dovrebbe fare chiarezza nel consumatore. Ci risiamo con la sfida Champagne VS Spumante italiano. orini6

Leggo infatti sul numero 4 del mensile “Il mio vino” cose del tipo, parlando di “Talento”, “… quello che noi consideriamo il vero Champagne italiano…” e ancora “…un tesoro di etichette che possono battersi alla pari con molti Champagne…”. Per non dire di cose tipo “… la tecnica può portare fino ad un certo punto ma poi ci vuole l’amore e la competenza degli uomini.” Tutte parole scritte dal direttore della rivista, ovvero Gaetano Manti, nella presentazione del progetto “Talento”. Manti, il quale la scorsa settimana si è reso protagonista di un’uscita (poco felice) nella quale denuncia i wine blogger di non essere all’altezza di poter parlare di vino. Nell’indignazione “generale”, qualcuno ha giustamente ripreso la notizia, naturalmente, sul proprio blog: da Ziliani (potete leggere qui), ad Aristide (qui). Lasciando le accuse di Manti, voglio tornare su quanto scritto per rimarcare alcuni concetti fondamentali. Vogliamo ricordarci una volta per tutte che la Champagne è un territorio (una regione) che si trova in Francia e che quindi non può esistere il vero champagne italiano? E’ come se dovessimo scoprire un ottimo metodo classico in Finlandia e lo chiamassimo “il vero Franciacorta finlandese” oppure un ottimo Nebbiolo in Vietnam e lo chiamassimo “il vero Barolo del Vietnam”! Vogliamo dire al consumatore che oltre alla tecnica e all’amore dell’uomo, esiste una cosa chiamata Terra dalla quale nasce quel frutto che si chiama Uva che avrà caratteristiche diverse a seconda di dove viene coltivata? Vogliamo sottolineare l’importanza di un Territorio come fonte dell’identità di un vino? Ora, ho già detto in altre occasioni intervenendo in altri blog (qui) a proposito delle sparate di qualcuno a inizio anno, che non può e non deve esserci paragone tra Champagne, Franciacorta e Trento, in quanto stiamo parlando di tre territori macroscopicamente diversi accumunati da un metodo. Possiamo paragonare ogni vino di ogni dove all’Amarone della Valpolicella, solo perché applica la medesima tecnica dell’appassimento delle uve? Direi proprio di no. Ma allora perché questo avviene quando si parla di metodo classico? Forse perché viene fatta un’informazione abbastanza discutibile da chi non ha ancora le idee ben chiare? Smettiamola una volta per tutte di fare inutili sfide tra prodotti di territori diversi, in quanto molto spesso per questioni storiche, risultati raggiunti e quantità di bottiglie prodotte è meglio tacere per evitare figure barbine. Impariamo a valorizzare ciò che abbiamo senza necessariamente sparare a zero con grotteschi paragoni privi di inconfutabile valore. Un’ultima cosa ma non meno importante. In una nota a fondo pagina leggo “la qualità degli spumanti metodo classico nasce da una lunga e attenta lavorazione in cantina”. Sostanzialmente ci stanno dicendo che tutto il resto (il lavoro in vigna, l’attenzione nella tempistica di raccolta dell’uva… ecc.) sono fregnacce? Se questo è fare informazione…

P.S. Nella fotografia sboccatura di Franciacorta (vino prodotto con il metodo classico) “al volo” scattata da Francesco Orini.

Franciacorta: è tempo di imprimere un’impronta importante

Prendo spunto, per questo post, da un bell’articolo (leggi qui) scritto dal preciso e bravo Marco Baccaglio su “I numeri del vino” riguardante il mercato della Champagne nel 2008. Dati davvero interessanti che riguardano anche l’Italia, unica assieme a Paesi Bassi e Australia ad aumentare l’importazione del famoso vino francese.

logo franciacortaUna cosa davvero  curiosa è che a perdere siano stati le grandi Maisons, seguite dalle cooperative, mentre i vignaioli hanno segnato un più uno! Dato, l’ultimo, davvero confortante soprattutto se penso a ciò che sto facendo proprio per i contadini. Stupisce subito il dato relativo agli Stati Uniti con un ben 19% in difetto, ma a me personalmente la cosa che mi sbalordisce è che in Italia vengano consumate circa nove milioni e mezzo di bottiglie di Champagne all’interno di un mercato, quello italiano, che assorbe trenta milioni di bottiglie di metodo classico. Un terzo del consumo! Praticamente la produzione di tutta la Franciacorta! Ora, che io ritenga Champagne, Franciacorta e Trento, mondi completamente diversi, su galassie differenti, dove l’unica cosa che accumuna tutti è il metodo di spumantizzazione, è cosa ormai assorbita, spero. Però il metodo stesso fa si che questi tre differenti territori, seguano lo stesso canale d’utenza o meglio abbiano il consumatore interessato al medesimo metodo, quindi alla stessa tipologia di vini. Attenzione, non ho detto lo stesso consumatore, in quanto molto spesso chi beve champagne non beve necessariamente franciacorta piuttosto che trento. Ora, alcuni conoscono lo champagne per profonda passione, altri perché la caratteristica organolettica che accumuna i migliori vini di questo territorio, la sapidità, si confà al loro palato, altri, il maggior numero, per via dell’immagine che lo stesso porta in seno, data da una comunicazione intelligente che conta secoli di storia.  

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Bene, considerando che tra questi vi siano molti che il franciacorta non lo hanno mai assaggiato per diverse ragioni che vanno dall’identità ancora poco chiara rispetto ai francesi, alla giovane età di questo territorio al quale non si riesce ancora a dare piena fiducia, oppure più semplicemente  perché questa terra non si è ancora ricoperta di quel fascino intrigante, che regna in quel pezzo di Francia (e non solo in quel pezzo), che talvolta, ti fa sentire buone anche le peggiori cose, solo al suono del suo nome. Detto questo mi chiedo se non sia il caso di attuare una politica comunicativa maggiormente atta alla formazione del consumatore italiano nella conoscenza del prodotto e del territorio Franciacorta, in maniera che lo stesso possa avere quantomeno la consapevolezza nella scelta di cosa bere e che tale scelta non sia dettata esclusivamente dall’immagine del mito. Una formazione fatta da uomini che raccontano il territorio e non il solito muto banco d’assaggio. Una formazione fatta di dibattiti intelligenti che precedono le degustazioni e i vari festival itineranti, fatta di ospiti interessati e non unicamente dal solito quadretto politico presenzialista. Credo sia davvero necessario dare al “consumatore italiano di tipologia” quantomeno la cultura della conoscenza di quello che trova nel suo paese. Penso sia importante investire in una comunicazione diretta alle cui spalle vi sia un uomo che, itinerante come i festival creati dal Consorzio, possa portare la cultura del suo territorio, in maniera informale ma incisiva.  Mi piacerebbe sapere il parere dei consumatori, del consorzio, anche nella figura di Maurizio Zanella, di chi opera e conosce questo mondo e magari di qualche produttore a riguardo. Se non chiedo troppo, ovviamente.

P.S. La splendida fotografia di bottiglie di rosè “in punta” l’ho rubata all’amico Francesco Orini, che ormai è il mio fotografo ufficiale.