Ancora Mantova.
Mantova che si muove, che organizza, che valorizza ciò che possiede senza voli pindarici o mistificazioni della realtà. Mantova che ama se stessa, che si sostiene promuovendo la cultura e la scoperta delle tradizioni. Mantova, che pare aver capito che solo dalla storia e dalla tradizione possa nascere l’innovazione. Mantova, che vuole difendere il proprio territorio.
Una città a dinamica ingegnosa, in netta simbiosi con la storia che trasuda da ogni angolo. Così, in un autunnale mercoledì sera ci siamo trovati in cinque a bordo della “Limusin” -già carica di vino- per una consegna dell’ultimo minuto. Destinazione Piazza Sordello, per “una prima” della serie “all together”! Infatti, si è svolta all’attenzione di una cinquantina di persone, la presentazione del progetto TerraUomoCielo e delle aziende che lo formano, ossia Arici e Camossi per la Franciacorta e Cantrina per la Valtènesi. Non un evento isolato questa cena-degustazione, ma la quarta tappa di un percorso gastronomico (LEGGI QUI)iniziato il 30 settembre, che vedrà la sua conclusione il 13 gennaio.
Regista dell’opera Giuseppe Maddalena, deus ex machina (oltre ad essere un estroso pittore-artista) di tre bellissime firme della ristorazione mantovana: L’Antica Osteria ai Ranari, La Fragoletta e Osteria Piazza Sordello 26 nella quale si è svolta la serata che, ha visto la collaborazione de “Al Corsaro” di Malcesine, in un intreccio di culture gastronomiche diverse, nell’interpretazione del pesce di lago. Brut e Rosè per Camossi, Dosaggio Zero per Arici e Rinè 2007 e Sole di Dario 2005 per Cantrina.
Presente alla serata, in qualità di commensale, anche Andrea Bini del ristorante Aquila Nigra e dell’Osteria della Porta Accanto, che a fine serata ci ha spalancato le porte dei suoi locali offrendo l’ultima bottiglia di vino. Di vino appunto, in quanto l’epilogo è stata “la birretta” dal Lele, eclettico personaggio della movida mantovana con i suoi tempi rapidi, la sua super memoria e la passione per le cose buone.
Grazie a tutti per averci ospitato e a Carlo Gola, partecipe ed entusiasta protagonista di questo progetto.
Divagazione mantovana: Tra i piatti e i vini, mi si è insediata nella mente l’immagine di una scarpa di donna. Nera e con la suola in cuoio rosso…






Ne comunico notizia postuma, poiché ho voluto accertarmi, dal gentile
L’uva non deriva certo dai sei ettari di proprietà dell’azienda nell’omonima frazione, ma da un vigneto affittato nel comune di Lonato, sulle colline moreniche che sovrastano il Lago di Garda. Sperimentata in passato la coltivazione del vitigno anche a Cantrina, ma poiché i risultati ottenuti non si sono mostrati soddisfacenti, si è optato per non incaponirsi e per ricercare il terreno migliore nel quale veder crescere al meglio questa difficile varietà. Infatti, il vitigno è ostico e di difficile maturazione soprattutto se coltivato in terreni non particolarmente adatti e in zone notevolmente umide. Un vitigno anche molto discusso, in quanto, è ancora difficile identificarne le peculiarità nella multiforme produzione della zona. Tre le tipologie conosciute: il Groppello Gentile, il Groppello di Mocasina e il Santo Stefano (nella fotografia l’evidente differenza fra il Groppello di Mocasina, a sinistra, e quello Gentile). Il terreno dal quale deriva l’uva è molto particolare. A ridosso di una piccola collinetta, con una terra estremamente drenante e colma di ciotoli a creare uno “scheletro” degno di nota. Varie, ed eventuali, le interpretazioni in vino date dai produttori della Valtènesi al loro vitigno autoctono. Non esiste ancora una strada ben delineata per stabilire quale possa essere il miglior modo per esprimere, nella maniera più sensata, le peculiarità del Groppello, ma la ricerca, la sperimentazione e il confronto cominciano a dare risposte chiare. A Cantrina, il Groppello s’interpreta in questo modo: le uve raccolte in cassetta la mattina, vengono portate al freddo di cantina fino alla mattina successiva, per poi essere pigiate.
Estrazione del colore e fermentazione in acciaio, come l’affinamento per sei mesi prima dell’imbottigliamento di aprile e la messa in commercio, che può variare di annata in annata, nel mese maggio. Integrità di profumi di ciliegia e pepe, freschezza ed equilibrio, a rendere evidenti i tratti “somatici” di un vino che vede nella sua giovinezza il più vivace splendore, ma che siamo certi possa “sfidare qualche anno” per offrire diverse sensazioni anche a “discapito” di una fetta di “vivacità”.
Per chi come
Nella fotografia mentre controlla grappoli di Sauvignon prima di adagiarli in cassetta. Un modo per vivere a 360 gradi il mondo del vino, dalla raccolta alla vendita.
In attesa, nei prossimi giorni, della raccolta del Riesling e successivamente delle uve rosse, come Groppello, Marzemino, Rebo, Merlot ecc. per raccontarvi del profumo di mosto che si respira in tutta la provincia da un lago all’altro, in un territorio, quello bresciano, che merita di essere scoperto con grande attenzione.
Succede, in quest’agosto vendemmiale in un anno di vera crisi nel quale è necessario investire il doppio per ricavare la metà, che i nodi vengano al pettine e che, chi ha deciso di buttarsi nel mondo del vino più per investire dei “soldi d’avanzo” che non per continuare a fare di un’attività un modo per salvaguardare una cultura e mantenere vive le radici di una tradizione, succede appunto, che continui a rimarcare il suo interesse meramente economico danneggiando tutti. Danneggia l’immagine di un territorio, danneggia le persone che con l’attività vitivinicola campano e danneggia un sistema che si è costruito in tanti anni di duro lavoro. Così, in una fiaba d’agosto che poi tanto fiaba non è, arrivano alle mie orecchie, già infastidite dalla calura, voci di qualcuno che si permette di svendere l’uva facendosi beffa di chi lavora davvero. Qualcuno che di danni ne ha già fatti parecchi: dall’incapacità di produrre un vino di qualità perché privo di quella sapienza necessaria che poco dopo si è tramutata in una resa senza precedenti che l’ha costretto a “calare le braghe” per svendere quattro bottiglie (
Così oggi, in netta difficoltà, può tranquillamente svendere le uve, incurante del danno che sta arrecando a tutti quelli che con quest’attività portano a casa il pane per la famiglia. Applicare una logica di mercato industriale a un prodotto come il vino trovo sia di una pochezza umana davvero imbarazzante.
Il vino non è qualcosa che si stampa, non è qualcosa al quale dare forma in un maglio e non è nemmeno solo l’evento “figo” nel quale persone vestite da prima comunione fanno i brillanti destreggiandosi tra calici e musica. Il vino lo produce il contadino e fare vino significa storia, cultura e amore per una natura sempre meno tutelata della quale ci accorgeremo solo quando non ne avremo più. Certe persone credono che il denaro gli possa permettere ogni cosa. Intendiamoci, ogni attività è avviata per un guadagno ma credo che ci si possa arrivare con maggior coscienza e maggior rispetto. Il denaro deve essere la conseguenza di un’attività e non di certo lo scopo unico. A loro vorrei ricordare che signori si nasce e che, loro, non avranno mai la speranza di poterlo diventare.
E’ stato un antesignano della grande cucina cittadina e la sua cantina al Castello era davvero qualcosa da pelle d’oca. La sua passione per il vino traspirava come la sua cultura per lo stesso e così decise di creare, verso la fine degli anni ’80, quella che oggi è Cantrina, segnando per sempre la vita di Cristina. E’ stato, infatti, questo infausto destino a portare Cristina nel mondo dell’agricoltura enoica per continuare il sogno di un uomo, che poi è diventato inevitabilmente anche il suo.
Non ho nulla in contrario con chi vuole coltivare Cabernet o Merlot (per fare l’esempio più lampante) ma sono assolutamente ostico nei confronti di chi pensa possano essere migliorativi per sangiovese o nebbiolo (sempre come esempio massimo). I gusti sono assolutamente personali e se un produttore di vino scopre, degustando diversi vini, che Merlot o Cabernet sono ciò che lo soddisfa di più, che le caratteristiche di uno dei due lo entusiasmano e per questo lui voglia piantare Merlot in Langa, non ci vedo nulla di male. O meglio, non ci vedo nulla di male se poi produrrà un igt o un vino da tavola ottenuto solo con quelle uve e non di certo per tagliare il suo Nebbiolo da Barolo in maniera furbesca e poco onesta. Ho già detto che, dal mio punto di vista, un vitigno autoctono è un valore inestimabile che deve essere salvaguardato e tutelato, ma questo non significa che in un territorio un produttore qualunque non possa sperimentare, per la propria curiosità, il “comportarsi” di una qualunque altra varietà di uva. Io non lo farei se nel mio territorio ho la possibilità di muovermi con un vitigno autoctono, ma ognuno è libero di fare le scelte che crede. Quella appena descritta è la figura di un produttore consapevole e non da criminalizzare. Altro è invece, chi vuole piantare tali vitigni con lo scopo unico di produrre un vino che si avvicini il più possibile ai gusti del mercato e che abbia, a prescindere dal territorio, quelle caratteristiche che lo possano accumunare ai vini di successo. In questo caso trovo assolutamente triste e discutibile tale scelta, in quanto ogni vino deve essere espressione di un pezzo di terra, di un territorio e dell’uomo che decide come vinificarlo. Se a muovere la mano del produttore è il miraggio di un mercato e non la consapevole certezza del connubio tra la sua terra e il vitigno che ha deciso di coltivare, in questo caso penso che la partita che cercherà di giocare non durerà molto.
L’altra sera, a cena si discuteva proprio di questo con un amico che si dichiara (negli ultimi tre anni) assolutamente contrario al Merlot. Non beve Merlot, odia i Bordeaux e pare che per lui esista solo Borgogna, come nella maggior parte degli eno appassionati negli ultimi anni. Così, ho deciso di stappare una bottiglia di
A prescindere dalle polemiche che hanno anticipato e seguito l’evento, relativamente ad altre manifestazioni che si sono svolte nello stesso periodo, posso dire con certezza che nel nostro caso, sia stato un vero successo. Unendo le forze tra 
