Il latte non vale un cazzo e non perché costa poco produrlo, semplicemente perché a stabilire il prezzo del bene in questione, è chi lo compra. Non mi riferisco al consumatore finale che prende a scaffale una mozzarella, ma alle multinazionali che conoscono solo una concorrenza fatta sul prezzo e sull’immagine di una qualità fittizia. Chi compra la materia prima e produce, specula sia sul contadino che sul consumatore.
La colpa dell’avventore da supermercato è l’ignoranza, che lo porta a credere che l’immagine della fattoria e del prato in fiore che sta sulla confezione, esista davvero. Dobbiamo dirglielo che non è così.
La stessa cosa vale per il vino e l’uva.
Il ricatto nei confronti di chi produce è semplice: se non la compriamo da te, troveremo qualcuno più disperato (stupido, disonesto e poco lungimirante)di te disposto a vendercela alla cifra che NOI COMPRATORI abbiamo stabilito. Fanno cartello, importando latte in polvere da paesi terzi che quando arriva in Italia e viene trasformato diventa “latte italiano” e gli è consentito di scrivere sulla confezione “prodotto con latte italiano”.
Il latte in polvere non costa una minchia e il ricatto è servito: compro quello, tanto posso raccontare quello che voglio.
Stessa cosa per il grano per produrre pasta. Nel nostro paese servirebbero altri 60mila ettari oltre agli esistenti, per soddisfare il fabbisogno dei produttori di pasta. Pensate, sono gli stessi ettari che sono stati espiantati, così che i pastai possano importare grano dall’Asia a prezzi bassissimi obbligando gli italiani a vendere il loro a una cifra ben al disotto del costo di produzione. Le leggi non tutelano il consumatore e nemmeno l’agricoltore, ma solo le multinazionali che ingrassano di stecche politici corrotti e stupidi come capre. Certo non sono meno stupidi di chi si dovrebbe opporre (altri politici) e non lo fa perché gli arrivano stecchette, decisamente meno pesanti. Idioti.
A questo punto la multinazionale trasforma la materia prima, ci fa pasta, formaggi, carni e vino al quanto discutibile (per usare un eufemismo) qualitativamente e cerca di produrne il più possibile, senza seguire uno schema economico che dovrebbe portare a equilibrare numeri, valore e prestigio, che tradotto, significano salvaguardia del territorio e della vita di chi lo occupa.
Produce per la sua avida fame di soldi, produce fottendosene della vita degli altri, del territorio che utilizza come specchietto per le allodole insieme a un’immagine rurale che non gli appartiene.
Per questo mi rivolgo agli amici e pure ai nemici che gestiscono un blog, una rivista, una testata. È bellissimo quello che scrivete, che voi lo facciate per passione, per denaro, per il vostro ego, per gli accessi o quant’altro, ma vi prego di prendere in considerazione il fatto che l’artigianalità, la territorialità e gli uomini che cercano quotidianamente di resistere alle storture di un mondo che conosce solo l’imbroglio legalizzato, stanno morendo lentamente e con loro l’identità di un territorio (quello italiano), di un mestiere e la vita delle persone, compreso la vostra.
Vi chiedo di riprendere e di fare vostre le cose che ho scritto se ci credete davvero e se volete continuare a scoprire, emozionandovi ed emozionando chi vi legge, i meravigliosi vini e prodotti agricoli che qualcuno, da qualche parte produce ancora. Non linkatemi, non fate riferimento al mio blog se la cosa può generare in voi disturbo, non m’importa, ma pensate a far arrivare alla gente che tutti i giorni sceglie cosa comprare questo fondamentale messaggio, questo grido d’aiuto, prima che sia troppo tardi.
Grazie.
Giovanni Arcari