Basta cemento o il vino rischia!

Con una bella stretta sui tempi, spesso biblici per questioni di quest’entità, Maurizio Zanella è uscito allo scoperto come meglio non avrei potuto sperare: “Basta cemento o il vino rischia”. “Se non si cambia, se non si smette di gestire il territorio nella maniera disinvolta con cui si è fatto negli ultimi anni, la Franciacorta vitivinicola non andrà avanti. Anzi, non potremo nemmeno mantenere l’attuale posizione”.

La fonte dalla quale prendo le parole di Zanella è il Giornale di Brescia di ieri(QUI l’intero articolo), che racconta dell’incontro tenutosi sabato a Provaglio d’Iseo durante il quale si sono poste le basi per un patto che valorizzi il territorio con una crescita sensata. Attori i comuni dell’area franciacortina, Cogeme e il Consorzio per la Tutela del Franciacorta, la Provincia di Brescia e la Camera di Commercio di Brescia(che ha ribadito di voler essere della partita). Un patto ideale, per ora, ma che traccia -senza alcun dubbio- l’interesse per il comparto vitivinicolo che dipende necessariamente anche dall’aspetto e dalla salubrità (in ogni senso) del territorio. A questo punto è chiaro che a tutti il futuro del territorio interessa, ora bisogna dimostrarlo. Maurizio Zanella mi aveva più volte detto della sua ferma volontà di trovare una formula per far dialogare attorno allo stesso tavolo, tutti gli enti e i comuni dai quali dipende il futuro del territorio e ora l’ha dimostrato. Adesso tocca ai comuni che devono comprendere la necessità di una politica per un “consumo di territorio zero”, alla Provincia nel supportare con forza e senza sconti tale iniziativa, alla Camera di Commercio di sostenere con progetti mirati, essenziali -e meno dispersivi- la promozione della Franciacorta che passa soprattutto attraverso il suo prodotto simbolo, il vino. Il Franciacorta, la cui economia può fare davvero la differenza nella tutela del territorio perché, capace di creare un’alternativa intelligente e sostenibile rispetto al cemento.

Oggi c’è di che essere davvero entusiasti, perché è stata messa una pietra -in questo caso più che esclusivamente ideale- importante e come mai indispensabile. Molto bene!

Erbaluce e la favola di un vino… e di un territorio!!

Sabato 8 e domenica 9 ottobre ho lasciato la mia cara Valle Camonica per trasferirmi in Piemonte, terra di grandi e famosi vini rossi, ma che sa trasmettere forti  emozioni anche attraverso i meno  blasonati vini bianchi. Ospiti del consorzio tutela vini doc Caluso Carema canavese, una ventina di blogger e “sinonimi” ,  tutti incuriositi dall’Erbaluce, vitigno nato, secondo la leggenda, dall’amore impossibile tra il sole e l’alba, con lo zampino della luna.

Muovendoci con un bus abbiamo potuto conoscere il territorio: il ghiacciaio, scendendo dalla Val D’Aosta, ha sollevato la serra morenica d’Ivrea, così dritta che pare spianata con lo scavatore da un operaio bergamasco.

In questo spazio delimitato dalle morene, dove grazie ad un microclima particolare crescono betulle e fichi d’India, abbiamo visto castelli e piccoli borghi, ascoltato piacevolmente le parole dei produttori che  ci hanno accompagnato a visitare le loro vigne, tradizionalmente allevate a pergola. Dopo la visita ai vigneti di Orsolani, abbiamo gustato un ottimo pranzo alla residenza del lago,  ed iniziato ad approcciarci all’erbaluce, che viene declinato in 3 versioni; fermo, metodo classico e passito. Tappa ventosa al castello di Masino, da dove abbiamo potuto vedere l’intera vallata e scattare foto panoramiche. Cena all’ostello del comune di Piverone, cucinata magistralmente dalla amica twittera Sandra tocco di zenzero, che ci ha proposto i sapori tipici piemontesi, come la battuta di fassona con olio di nocciola o la bagna cauda. L’erbaluce sempre protagonista: 20 bottiglie alla cieca, con qualche incursione d’oltralpe per trarci in inganno.

Cenare con i produttori  è stato molto piacevole, abbiamo potuto ascoltare le loro storie, i loro esperimenti, il loro punto di vista sul mercato, sulla comunicazione del vino e di un territorio che è riuscito a non essere sommerso da insediamenti industriali (vedi Val Camonica).

Domenica mattina all’enoteca di Caluso ci attendevano tutti i produttori: 16 aziende e una 60ina di etichette da assaggiare. Ho dedicato le mia attenzioni ai fermi e  ai passiti. Tutti di qualità, alcuni naturalmente mi sono piaciuti di più. Per i fermi:  Erbaluce di caluso doc Le chiusure 2008 di Favaro; Erbaluce di caluso docg Cariola 2001 di Ferrando; Erbaluce di Caluso doc La rustia 2006 di Orsolani; Erbaluce di Caluso doc MIsobolo 2009 di Cieck. Per i passiti: Caluso passito doc Cariola 1997 di Ferrando ; il caluso passito doc Alladium 2004 di Cieck; caluso passito doc 2003 di Giacometto Bruno; Caluso passito doc sulè 2005 di Orsolani .

L’organizzazione è stata precisa e disponibile, l’accoglienza della residenza del lago di Candia e dello Spazio bianco di Ivrea ci ha viziato e coccolato con tante piccole attenzioni.  La mia camera allo Spazio Bianco (bellissima)  era dedicata al vitigno Erbaluce, perfetto no? ;-)

In chiusura, riporto una domanda fatta durante la cena da Simone Morosi e la relativa risposta di Camillo Favaro. Risposta che al nostro tavolo è piaciuta molto, parla di consapevolezza delle potenzialità inespresse dell’Erbaluce.

S: cosa comunicate e cosa vorreste comunicare voi come produttori di Erbaluce di Caluso, verso l’esterno. Esiste un messaggio comune che viene veicolato?

C: ad oggi l’erbaluce ha faticato a divenire un classico tra i bianchi italiani. La prima ragione risiede nel fatto che la casella del bianco autoctono piemontese è occupata dall’Arneis; la seconda è la percezione, purtroppo errata, che si è consolidata all’esterno. L’Erbaluce è considerata il vino del famolo strano.I produttori, per primi, non hanno piena consapevolezza, della grande uva coltivata e di conseguenza è difficile che nei vini si trovino espresse le piene potenzialità. Che ripeto sono eccezionali.

Non abbiamo visitato cantine, ma vigne, non abbiamo conosciuto imprenditori, ma vignaioli, incontrato il territorio e chi lo vive ogni giorno, ogni stagione.  E potuto apprezzare le declinazioni di un vitigno che esprime tutto questo.

EWBC: Thanks to all!

È stato emozionante trovarmi la città invasa da blogger provenienti da ogni parte del mondo. Il provincialismo bresciano sdoganato da oltre duecento appassionati di vino che hanno scritto in rete, ripetendole per migliaia di volte, le parole Brescia e Franciacorta. Hanno postato fotografie, pranzato nei locali del centro… hanno visitato la Franciacorta e cenato in qualche cantina… insomma, un’operazione mediatica straordinaria che ha visto protagonista il nostro territorio, come non è mai accaduto prima.

È stato davvero entusiasmante ed è fondamentale ricordare che tutto è partito dalla brillante intuizione di Lucia Barzanò, che lo scorso anno –reduce dalla partecipazione all’EWBC 2010- ha capito la potenzialità della cosa e ha presentato in Consorzio Franciacorta la possibilità di una candidatura per l’anno successivo, che ha poi preso forma grazie grazie al Consorzio stesso e all’appoggio logistico(e non solo) del Comune di Brescia.

Qualcuno ha colto la potenzialità dell’evento solo in corso d’opera(meglio tardi che mai), altri non l’hanno capita affatto e mi chiedo se la nostra informazione locale, profondamente latitante, crede di essere ancora negli anni ’80. Non pervenuti.

Personalmente ne esco arricchito nell’animo: ho rafforzato l’amicizia con una delle persone più eclettiche e profonde che abbia mai incontrato: Jeremy Parzen. Abbiamo parlato di vino, di vita, di sogni e di progetti. Non ha mai smesso di parlare di Tracie e della piccola Giorgia, che nascerà tra un paio di mesi, e anche quando non ne parlava, si leggeva sul suo viso la malinconia che solo la distanza dall’amata fa trasparire. Abbiamo anche bevuto del buon vino (molto vino)che la situazione ha reso indimenticabile. Grazie Man!

Ho conosciuto personalmente amici con i quali dialogo -da tempo- in rete e ne ho rivisti altri con grande piacere. Un grazie va certamente a Robert, Gabriella e Ryan per aver scelto Brescia e la Franciacorta e per non aver mai perso il sorriso, nonostante i piccoli difetti di carattere organizzativo che si sono presentati.

Mi auguro che tutti quanti (tutti i 215 blogger)abbiano trovato nel nostro territorio qualcosa di stimolante da raccontare con quel trasporto, che solo le cose straordinarie sanno generare. E il nostro territorio è indubbiamente straordinario. ;-)

Grazie a tutti.

Per i Blogger che verranno a Brescia e in Franciacorta… (EWBC 2011)

Torre dei Francesi vista da Ronco Capretti, il Vigneto urbano più grande del Mondo

Il lago d'Iseo e Montisola visti da nord, dalla Valcamonica

Le Torbiere viste dalla stazione ferroviaria di Provaglio d'Iseo

Ronco Capretti visto da Torre dei Francesi

Brescia e la Franciacorta con il Montorfano all'orizzonte

Brescia(il Castello) e la Franciacorta

 

il sebino visto da Sale Marasino (foto Lucia Bellini)

Montisola e l'isola di Loreto, sguardo a nord da Sale Marasino (foto Lucia Bellini)

 

Il modello francese che proprio non vogliamo capire.

La mattina non sono mai di buon umore a meno che non abbia riposato con quel gruppo di Top, che tanto mi hanno fatto sognare alla fine degli anni ’80 ma non è mai successo, quindi quando mia madre mi piomba in casa alle otto del mattino e mi riporta di aver letto che l’annata è stata straordinaria e l’euforia alle stelle, mi incazzo. Certamente non con lei ma con l’informazione che, di fatto, non dice nulla di errato ma allo stesso tempo nulla di preciso, di approfondito, niente che possa contribuire a far comprendere a chi si trova al di fuori del “mondo del vino” ciò che sta realmente accadendo.

Siamo italiani, esseri abituati a farsi comandare, a delegare competenze, doveri e soprattutto responsabilità a fronte di un modo di fare le cose, spesso frettoloso, confuso e caciarone.

A nessuno viene mai in mente di chiedersi: “ma quanto vale unitariamente il mio prodotto?”. Nel paesello siamo ancora fermi a rincorrere le quantità, convinti, che una buona massa critica porti inevitabilmente alla creazione di un mercato che non aspetta altro di essere saturato, mentre l’unico risultato derivante da azioni tanto stupide altro non è che l’inflazionarsi del prodotto, con un conseguente calo nella percezione qualitativa da parte dei consumatori.

Se dovessimo fare una media del valore dell’uva in tutta Italia e raffrontassimo i dati con quelli della Francia, riusciremmo a capire il perché di tanti annosi problemi che ruotano attorno al vino e alla nostra vita.

Esempietto: chi possiede un ettaro in Champagne da trent’anni(mi riferisco a un contadino) e decide avere una sussistenza data dal commercio d’uva, quest’anno ha prodotto 125ql/ha a un prezzo medio di 5,50euro(?) al chilo per un fatturato di 68750euro. Ipotizziamo una spesa media per ettaro di 6000euro -compresa la vendemmia- e il calcolo é immediato.

Chi ne possiede uno in Franciacorta e ha avuto la fortuna di venderla (110ql/ha), ha sostenuto la medesima spesa ma fatturando 11000euro.

La differenza è lampante. Nel primo caso si vive bene, nel secondo si muore. Pensate ad avere una rendita simile… a chi verrebbe in mente di vendere la terra (guadagnando 60mila euro l’anno)o a quale inetto assessore comunale passerebbe per il cervello di rendere edificabile quell’area, per poi avere una quantità d’immobili inutili e vuoti?

Tutelare il territorio oggi, significa trovare un’economia diversa da quella ormai eccessiva e prepotente del cemento. Serve un sistema economico che parte dal basso, che nasce dalla terra. In Italia l’agricoltura non vale una cippa sia in valore sia in prestigio. I giovani non possono essere stimolati da un sistema che ogni giorno si rivela fallimentare e che quindi non può sviluppare l’indispensabile ricambio generazionale.

L’agricoltura –quella vera- sta morendo e io vorrei tanto che si cominciasse a dire le cose come stanno, invece di sbandierare stupide e fuorvianti notizie.