Festival Franciacorta a Milano

L’appuntamento è per domani, 30 maggio, presso i Chiostri del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci in Via San Vittore 21 a Milano. Saranno presenti oltre cento etichette per quarantasei produttori. 

Dalle ore 16 alle 18, ingresso riservato agli operatori. Dale 18 alle 22 per il pubblico.

A domani!

Cena a 2000 metri

C’è un modo di dire diffuso dalle mie parti, riguardo al cibo e la quota: si dice che il sapore di una fetta di salame, di un pezzo di cioccolata, o di un tozzo pane, sia più intenso, e percepito dai nostri sensi in maniera amplificata, quando li si mangia in alta montagna.

La cena di ieri è stata un’esplosione di piacevolezze, e non so dirvi se la quota abbia influito. Provo a raccontarvi quello che ho mangiato al Rifugio del Passo di Croce Domini, 1895 slm, dove si incontrano la Valle Camonica, La Val Trompia e la Val Sabbia. Raggiungibile, nella bella stagione, con auto e moto.

Iniziamo con antipasti misti:

Petto d’anatra, prosciutto di cinghiale e prosciutto di cervo; lardo con miele e castagne, salame camuno, carpaccio di tacchino al pepe rosa dello scief, carne salata con cipolle, slinzega; giardiniera della casa, zucchine, punte di cicoria di montagna  e funghi gallinacci sott’olio; frittata alle erbe spontanee e torta salata. Beviamo: ii ross 2009 di Podere Panta Rei, sangiovese che non vede legno…

Viste le porzioni abbondanti, e l’assoluta voglia di arrivare ai secondi, la cara amica Renata ed io decidiamo di dividerci un primo: genzianelle al ragù d’anatra selvatica. Divorate. Pasta fatta in casa, a forma di genzianella appunto, un fiore tipico di queste altitudini, dove i boschi lasciano spazio a distese d’erba che tra pochi giorni saranno pascoli trafficatissimi.  Le genzianelle e tutti glia altri fiori finiranno nello stomaco dei ruminanti, e profumeranno il latte con il quale verrà prodotto il formaggio d’alpeggio, acquistabile presso il rifugio. Km zero, ma proprio ZERO…

Il ragù bianco d’anatra selvatica si nasconde tra le pieghe della pasta, arriva tra i denti e si scioglie, senza eccedere in spezie e in orpelli, ma lasciandoci  conoscere e apprezzare quella carne gustosa già di suo.

Beviamo: Pitoto 2009 di Podere Panta Rei, ciliegiolo in purezza, che intravede la barrique solo per farle un breve saluto.

Siamo al tanto agognato secondo: ogni volta che veniamo a cena con gli amici, prendiamo il menù degustazione. Questo comporta l’assaggio di almeno 3 primi, che si trasforma in un’abbuffata di carboidrati che non puoi lasciare nelle teglie! I risotti, i casoncelli, l’orzotto, ne soffrirebbero terribilmente, e noi ci prestiamo sempre volentieri ad impedire che ciò avvenga… ma stasera ci siamo organizzate. Su un piatto bollente arriva lo stracotto d’asina con polenta….. bocconcini che si tagliano con un grissino, morbidi, succosi, profumati di spezie, chiodi di garofano in predominanza, accompagnati da patate al forno e polenta, soda, come si fa in Camunia, con farina di mais e di segale, a brunirla un po’… rapite.

Beviamo: Marvia 2006 podere Panta Rei, sangiovese, ciliegiolo e colorino, che soggiorna in barrique di rovere per almeno 14 mesi, espressione del territorio toscano e a mio parere buon abbinamento allo stracotto, per i richiami speziati.

Dolci rigorosamente fatti in casa. E il digestivo d’obbligo, il genepì.

Andy, il re del rifugio, Piera, principessa della sala, e Michele, imperatore della cucina, vi aspettano per tutta l’estate per allietare le vostre gite. Sconfinati panorami, dove le creste si stagliano nel cielo e si confondono tra le nuvole, da guardare assolutamente dopo aver odorato e gustato i sapori del territorio.

Date un’occhiata al sito: altissima qualità dei prodotti e prezzi assolutamente per qualsiasi tasca. E naturalmente possibilità di soggiornare.

Se volete sapere di più su cosa abbiamo bevuto www.poderepantarei.com

Martina e Bertagnì sabato al Bianchi!

Sabato prossimo(ventotto maggio) presso l’Osteria al Bianchi a due passi da Piazza Loggia, presenteremo “Martina” il primo vino rosato prodotto in Valcamonica. Un aperitivo informale nel più classico degli appuntamenti cittadini del sabato, che vedrà abbinato –per chi vorrà- al mitico “Bertagnì del Bianchi”, il nuovo vino che Enrico Togni e Cinzia hanno dedicato alla loro figlia.

L’appuntamento è dalle 11e30.

Baudelaire e il Vino. Le scelte di uno, il senso dell’altro. (di Flavia Gilberti)

Flavia Gilberti è giovane neo dottoressa, laureatasi lo scorso tredici maggio. Nel suo sangue la Franciacorta e nelle sue emozioni la luce e  l’intelligenza, sole di chi sa guardare oltre la banalità e le inesattezze, che la nuova comunicazione nel mondo del vino propina. Guardare nell’uomo , nelle sue debolezze e nei suoi peccati per delineare il senso e il ruolo del vino fatto di metafore profonde, vuol dire capire perfettamente l’importanza che le scelte dell’uomo hanno nel definire le peculiarità del vino stesso.

Trovo lo scritto di Flavia uno straordinario raffronto tra l’uomo e il suo rapporto con il nettare di Bacco, mai uguale, mai lineare e mai scontato. Una chiave di lettura più che attuale, emozionate, di profondissima valenza e capace di far riflettere con rara e crescente passione. 

E’ quindi per me un immenso piacere poter pubblicare l’analisi di Flavia. 

G.A. 

IL VINO DI BAUDELAIRE. Non solo ebbrezza.

Non so voi, ma ogni volta che rileggo Les fleurs du mal mi convinco di quella massima Calviniana che vede nel ‘classico’ un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire. Leggo e scopro sempre un dettaglio nuovo, una ‘briciola’ che prima stava nascosta, una sfumatura che diventa sempre più significativa. Insomma, Baudelaire non finisce mai di parlarmi.

Ho riletto l’intero testo da poco e ho fatto attenzione alle accezioni e alle immagini del vino. Ebbene signori, e se quelle lezioncine impartite a scuola e mandate a mente avessero talvolta torto? Mi spiego. Noi conosciamo il Baudelaire scolastico dei ‘paradisi artificiali’, quello dell’oppio e del vino bevuto come mezzo di evasione da una realtà dolorosa e grigia.

Si sa, l’ebbrezza talvolta è uno stato che aiuta la creazione poetica, distoglie dal brutto della realtà presente e infonde gioia; ma io non riesco a vedere nel vino di Baudelaire solo un palliativo alla realtà o un semplice aiutante alla scrittura. No. Sento che c’è qualcosa di più.

E così mi sono messa a rileggere con attenzione tutte le poesie. Ammetto che ho trovato  riscontri (Le poison) in cui il vino calma la disperazione di un cuore solitario, e per l’effetto del suo vapore rosso rende la realtà piacevole e lussuosa: Le vin … et fait surgir plus d’un portique fabuleux/ dans l’or de sa vapeur rouge; però più proseguivo la lettura delle poesie più il vino si staccava da questa funzione e diventava piuttosto un metro di paragone, una similitudine, una metafora per parlare della bellezza della donna. Essa diviene infatti una borraccia di vino da cui bere (Le Chevelure), il suo seno è un armadio pieno di cose buone: liquori, odori, vini (La beau Navire), nel vederla il poeta prova la sensazione di chi beve un amaro e vittorioso vino di Boemia (Le serpent qui danse) e l’elisir della sua bocca ha la bontà dei vini rari, anzi, è addirittura anteposto a questi (Sed non satiata). Il vino finisce poi per ingarbugliarsi con la bellezza al punto che non solo è paragonabile alla donna, ma all’essenza della bellezza in sé. In Hymne à la Beautè, certamente uno dei testi più fortunati, la bellezza, quel mostro insieme spaventoso e benevolo, trova la sua prima similitudine proprio nel vino.

Mi pare che dobbiamo fare i conti con queste immagini di vino, perché quest’ultimo si trasforma in qualcosa di raffinato, di buono ed eccelso. Non è solo il liquido a cui fare appello per alienarci dal mondo circostante e dalla noia.

Il vino trova poi un posto personale all’interno dell’opera, al punto che una sezione gli è interamente dedicata. Abbiamo il vino degli amanti, dell’assassino, del solitario e poi … l’anima del vino. Qui il vino sembra subire una personificazione, parla con l’uomo e desidera finire nel suo corpo, conscio che dalla loro unione nascerà qualcosa di buono e raro. Il legame che unisce uomo e vino si dimostra in questo testo indissolubile. Non solo perché il vino si accompagna alla nascita della poesia, ma perché per averlo come prodotto finito, all’uomo sono necessari dedizione, fatica e sudore: Je sais combien il faut, sur la colline en flamme,/De peine, de seur et de soleil cuisant/Pour engendrer ma vie et pour me donner l’àme.

 Preso atto di queste immagini mi sento di dire che Charles una forte importanza al vino la dava, eccome. Permettetemi però di affermare che non possiamo parlare solo di mere bevute di un bevitore distratto. Magari mi sbaglio, ma vedo un uomo che sa dare valore a un prodotto, sa riconoscervi il lavoro che è necessario per crearlo buono e anche ‘bello’ … il vino è fatto di troppe variabili importanti che non ci permettono di farne un gioco d’azzardo.

Come la bellezza, come la poesia.

Flavia Gilberti


Appuntamenti culturali in Val Camonica

Carlo Magno e le tracce del suo passaggio nel territorio camuno. Si svolgerà sabato 28 maggio ’11, a Breno presso il palazzo della cultura, un interessante convegno al quale interverranno autorità, esperti e studiosi, per presentare il progetto La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi, del distretto culturale di Valle Camonica. Ecco quanto riportato in locandina:

Una leggenda tramandata da alcuni manoscritti e da successive edizioni a stampa, documentate a partire dal XIV secolo,  racconta il passaggio di Carlo Magno in Valle Camonica, da Bergamo alla Val Rendena.


Sconfitti i signori locali, forzatamente convertiti alla fede cattolica, Carlo Magno avrebbe segnalato e celebrato le tappe del vittorioso itinerario facendo erigere una serie di chiese e dotandole di consistenti indulgenze.

La leggenda di Carlo Magno nel cuore delle Alpi è uno dei progetti del Distretto Culturale di Valle Camonica che, a partire dal leggendario itinerario e dalle sue relazioni con il territorio e la sua storia, attiva iniziative di valorizzazione e promozione turistico-culturale.

Il Convegno presenta gli esiti di una vasta ricerca multidisciplinare che, avviata quale presupposto necessario alla progettazione e realizzazione di tali iniziative, ha consentito non solo di collocare la leggenda entro il contesto storico-culturale-artistico locale, ma anche di relazionarla con la  tradizione e l’immaginario condiviso dai territori vicini, nel cuore dell’arco alpino.

 

Un castello di libri è un’interessante occasione per visitare un angolo prezioso e nascosto del nostro territorio,  il castello di Gorzone (Darfo Boario Terme). Da non perdere questo week-end l’incontro tra l’associazione culturale Lontànoverde e la casa editrice torinese Ananke, durante il quale letteratura, arte e musica si fonderanno all’ interno dell’importante dimora storica, unica nel suo genere nella zona.

Le giornate dedicate ad Ananke saranno allietate da momenti di performances teatrali e musicali, aperitivi letterari con la presenza degli autori, nonché dall’occasione di visitare il castello accompagnati dagli operatori turistici del LOntànoVerde.

Tutte le informazioni, per entrambi gli eventi, si possono trovare sul sito del distretto culturale di Valle Camonica, progetto che ha come obiettivo principale fare del patrimonio culturale della Valle un’occasione di sviluppo per tutto il territorio camuno.

http://www.vallecamonicacultura.it/home.php

Battistino Bonali a 20 anni dalla scalata dell’Everest

Il CAI VALLECAMONICA organizza per questa sera un incontro per ricordare Battistino Bonali, a 20 anni esatti dalla storica vetta raggiunta dalla parete nord dell’Everest. Prima e unica spedizione da 8.000 mt organizzata interamente in Valcamonica, e l’ultima in pieno stile alpino, prima che le tecnologie modificassero le tecniche di scalata estrema.

L’appuntamento è al cinema Garden di Darfo Boario terme, e vedrà riuniti tutti i componenti della spedizione, gli appassionati e gli amici di Battistino Bonali, scomparso tragicamente durante una spedizione in Perù nel 1993 tentando la nord dell ‘Huascaran.

Vorrei ricordarlo con una sua poesia, orgogliosa di aver conosciuto un così grande Biennese.

GRAZIE MONTAGNA
per avermi dato lezioni di vita,
perché faticando ho appreso a gustare il riposo,
perché sudando ho imparato ad apprezzare
un sorso di acqua fresca,
perché, stanco, mi sono fermato
e ho potuto ammirare la bellezza di un fiore,
la libertá del volo degli uccelli,
respirare il profumo de la semplicitá,
perché solo immerso nel tuo silenzio,
mi sono visto allo specchio e spaventato ho ammesso
la mia necessitá di veritá e amore,
perché soffrendo ho gustato la gioia della vetta
percependo che le cose vere,
quelle che portano alla felicitá,
si ottengono solo con sforzo,
e chi non sa soffrire,
non potrá mai capire.

Battistino Bonali, alpinista.