La bòta dè “có dè mórt”

Sulla via che prosegue, dopo Crocedomini, verso il Maniva, c’è un luogo chiamato “có dè mòrt”. A dare il nome al luogo è il fatto che ora narrerò.

Nella cascina di “Caaler”, durante l’estate, vivevano insieme un pastore e un mandriano, che però non andavano molto d’accordo.

Un giorno il mandriano, che era il più perfido, disse al pastore: “Se riuscirai a fare cento giri del lago dentro una mahtèla io ti darò tutte le mie mucche, ma se non ce la farai, io prenderò tutte le tue pecore.”

lago di "co de mort" foto Claudio pergliamici Mondo

“ Ci sto”, rispose il pastore.

Prese la mahtèla e, aiutandosi con un legno, in tre ore fece i cento giri. Uscì dal lago, andò dal mandriano e chiese le sue mucche, come da scommessa.

“Parlonhe po’ gnak”, rispose quell’altro, e dicendo questo, alzò l’ascia e tagliò la testa al povero pastore. Dopo ciò, legò due pesanti pietre ai resti dell’uomo, e li gettò nel lago.

Il mattine seguente, quando andò al pascolo, sopra un dosso poco lontano, trovò la testa del povero pastore, e si affrettò a gettarla di nuovo nel lago. Questo fatto successe per tre mattine di fila, finché il mandriano, vinto dalla disperazione, si buttò in un burrone.

Se vi trovate a passare per questa strada, dove si incontrano la Val Camonica e la Val Trompia, sulla via carrabile più lunga d’Europa sopra i 2000 mt,  incontrerete la cappella dedicata al povero pastore, con il teschio conservato all’interno.

interno cappella. Fonte: dalla rete

La mahtèla è un antico recipiente di legno per il latte, simile d un secchio ma senza “orecchi”, alto non più di 30 cm.

Racconto popolare, liberamente preso dal libro “la bota del nóno”, stampato ne 1987, scritto dai bambini e anziani Biennesi di allora.

La Franciacorta che vorrei per il Futuro

Franciacorta, Champagne… Champagne, Franciacorta…

Spesso, leggendo i vari commenti sui forum, blog e qualche rivista, oltre al costante pettegolezzo che si sta espandendo come il Delta del Danubio Insanguinato, è ancora palese una profonda incoscienza nell’accomunare i prodotti di questi due territori.

Però, e mi sovviene un però, se continuo a pensare alla totale difformità tra i due territori, mi viene da pensare che sarebbe notevolmente meno complesso e difficoltoso, comunicare e far comprendere qualcosa a fronte di una chiarezza d’intenti che deve stare alla base delle produzioni franciacortine. A quel punto tutto diventerebbe talmente palese che gli unici a confrontare ancora Champagne e Franciacorta, sarebbero i lemuri.

In questi anni ho formulato il profondo pensiero -non solo sulla base di congetture ma con sperimentazioni mirate- che la Franciacorta, per via della profonda ineguaglianza dei suoli, sia macroscopicamente diversa dalla Champagne, oltre che come territorio anche nei vini che si producono con il medesimo metodo.

In Franciacorta esiste una zonazione che non è mai stata utilizzata, forse per incapacità e forse per l’interesse di qualcuno nello stabilire un prezzo sommario delle uve provenienti da ogni zona e questo, rappresenta di certo un danno, una “fallanza” che oggi va colmata a ogni costo.

In primo luogo, se la zonazione fosse applicata, si andrebbe ad attribuire valore al territorio tutto, oltre che ai vigneti nei quali il vino è “migliore”. Andremmo ulteriormente a tutelare una zona e ogni singolo pezzo di terra coltivabile, dall’ennesimo affondo di una speculazione edilizia che non tiene conto né del passato, né del futuro e si tornerebbe a dare dignità, valore economico e politico a chi la terra la custodisce davvero.

Ma come applicare la zonazione, rendendola di facile comprensione per il consumatore e facendo in modo che possa essere proficua per ogni singola azienda? Cambiando le regole produttive.

Se in Champagne, gli Chardonnay di Avize (premesso: vinificati nello stesso modo, a parità d’impianto, della medesima vendemmia, ecc.) sono molto simili tra loro, la stessa cosa non si può dire prendendo il Pinot Nero(per dirne una…) coltivato alla Cudola con quello di Cascina Loda entrambe nell’abitato di Gussago, o ancora lo Chardonnay di due vigneti ben distinti dei Camossi nel comune di Erbusco.

In Champagne le grosse differenze tra un prodotto e l’altro provengono da un’abilità di fare e poi assemblare “vin de reserve” nella composizione delle loro cuvée, risultato di una cultura di oltre tre secoli di totale dedizione al vino, qualcosa insito nella loro storia.

Noi bresciani abbiamo una cultura che si è sviluppata diversamente, forse proprio per la totale diversità –in termini di risultato- tra un vigneto e l’altro. Una sapienza, la nostra, che può essere applicata a un metodo di produzione diverso da quello che conosciamo da sempre, come quello “champenoise”? Io dico di si, e lo abbiamo dimostrato ampiamente. Ora serve ordine e maggior consapevolezza.

Per farla breve e per attuare al meglio la zonazione, per far accrescere il valore della materia prima e del Territorio come zona di produzione vitivinicola e per evitare che lo stesso sia distrutto, propongo una formula che alcune aziende già applicano.

Una nuova regolamentazione che di fatto, andrebbe ad allargare ulteriormente il livello identitario della Franciacorta nell’immaginario collettivo, in maniera inequivocabile.

Utilizzo di un’unica vendemmia anche nei vini non millesimati e abolizione dell’utilizzo di “vin de reserve” nella composizione delle basi, lasciando al produttore tutta la libertà che vuole (parlo degli aspetti tecnici, nulla di diverso da oggi) per poter esprimere al meglio le peculiarità delle sue terre. Si faranno cuvée di zone diverse ma della stessa vendemmia.

A questo punto, l’espressione dei suoli indissolubilmente legata alla volontà dei produttori, sarebbe priva di qual si voglia contestazione e il Territorio riuscirebbe a comunicare la sua identità senza grossi sforzi.

Non credete possa essere il naturale e logico sviluppo della Franciacorta?

Monte Maddalena a Brescia: Disboscamento privo di senso

Continuo a non capire la politica, o meglio, continuo a non capire come si possano affidare a persone incompetenti certi compiti, certe decisioni. Voglio essere chiaro senza troppi giri di parole e riprendere sinteticamente, arrivando al nocciolo del problema, il post biblico (non si poteva fare a rate?) ma bellissimo, apparso su “Muro di Cani” e ripreso anche da Giovanni Armanini.

Si sta disboscando, senza creanza, il monte Maddalena in pieno centro città. Il più grande polmone verde di Brescia. La Maddalena fa parte delle Prealpi bresciane e misura 874m s.l.m. I dettagli li potete leggere nei blog sopra citati.

Ora voglio porre direttamente una serie di domande a chi ha preso queste decisioni e lo voglio fare come se fossimo due amici in un bar del centro.

Che cazzo hai nella testa, uccelli di cemento?

Quante città conosci che possano vantare di avere una montagna nel mezzo?

Hai mai pensato di integrarla e valorizzarla nei percorsi turistici?

Lo sai che la gente viene a Brescia grazie alle mostre al museo di Santa Giulia, ma finita la mostra, il turista non viene più fino a quella successiva (forse)?

Abbiamo un’opera della natura, come se fosse una mostra permanente e tu invece di valorizzarla e di progettarci qualcosa, ci fai la legna per l’inverno?

Dai da bravo, che con tutti i problemi d’inquinamento, cementificazioni assurde che in passato hai pure appoggiato con l’entusiasmo di un Unno, non c’è bisogno di togliere continuamente del verde! Cerca di gestirlo al meglio cazzo! No?

Per una volta, visto che qualcuno non l’ha fatto quando ha deciso di metterti al mondo, pensa al futuro. Impara ad amare il tuo territorio, se vuoi farci buona politica e vedrai che penserai a fare, invece che disfare per creare grottesche cazzate che palesano la tua incompetenza. Prova a metterti in discussione e vedrai, con tuo immenso stupore, che esistono persone più competenti di te e che potrebbero aiutarti per evitare delle figuracce simili. Pensaci.

Ah, il caffè lo paghi tu.

TI AMO VALLE CAMONICA!

Non sono in preda ad un attacco di campanilismo, o forse sì… ma in senso positivo, come sinonimo di “difesa e valorizzazione del territorio”, senza denigrare le realtà vicine, “i campanili” appunto, delle altre vallate bresciane.

Sento di essere legata alla Valle Camonica ogni volta che, rientrando da un viaggio, risalendo la provincia lungo il lago d’Iseo, inizio a vedere le nostre montagne. Sembra di tornare  in un tenero abbraccio materno, dove ti senti al sicuro. Credo sia la stessa sensazione  provata da Paolo Poli, rientrando in patria con un’idea per la testa, dopo aver gestito una gelateria in Andalusia.

A Tarifa in particolare, Paolo aveva notato che, per vestire i surfisti frequentatori della zona, erano nati negozi e brand di abbigliamento che valorizzavano i componenti del territorio: oceano, sole, vento, palme…. E guardando la nostra valle, dal lago d’Iseo all’Adamello, di elementi disponibili ce n’erano anche qui… Bastava riuscire a trasformare la passione per il disegno contemporaneo di Paolo  in un’azione imprenditoriale. Le prime t-shirt regalate agli amici, giusto per vedere la loro reazione, per capire se potessero piacere…

I primi complimenti hanno spinto Paolo a credere nel progetto: una linea di abbigliamento per un target giovane, dove al posto delle tavole da surf e delle onde di Tarifa appaiono snowbord e “pagher” del Parco dell’Adamello. Disegnato il logo, scelto il nome, registrato il marchio. E si fa sul serio. L’ispirazione diventa un’idea, che si tramuta in disegno che viene poi riportato a pc; si crea il telaio, si stampano i capi, si piegano e s’imbustano, tutto in Valle Camonica.

I temi scelti hanno successo perché, oltre ad essere disegnati bene, interpretano in maniera perfetta l’intenzione alla base del progetto:  “poppizzare” (rendere pop ndr) elementi tipicamente provinciali,  legati alla storia e alla natura del luogo. Il “pà e strinù” e il pesce siluro per le t-shirt mountain folk food; la guerra bianca e  il parco dell’Adamello per la linea storica; felpe, cappellini e pantaloncini, tutti con elementi riconducibili al luogo ispiratore. Paolo e suo fratello Agostino hanno un nuovo obiettivo: avere il 50% dei prodotti MADE IN CAMONICA VALLEY. I laboratori tessili camuni sono passati dai 400 degli anni 80, ad un centinaio del 2010, serbatoio di conoscenze artigiane con 50 anni di esperienza, con cui Prestorik vuole collaborare nella ricerca della qualità. I miniabiti e i gilet da donna, che saranno in vendita tra poche settimane, sono già prodotti 100% in Valcamonica.

A rendere ancora più accattivanti i prodotti Prestorik sono le confezioni: La t-shirt “pa’ e strinù”  è venduta come si trova la carne al supermercato, compresa la scadenza; il packaging  della maglia pesce siluro è un barattolo del tutto simile a quelli per le esche da pesca, e riporta una ricetta per cucinare il pesce stesso… e da sempre nei negozi Prestorik si utilizzano sacchetti per il pane al posto delle borsine di plastica, nel rispetto dell’ambiente.

E se non ci fosse la passione per il lavoro, i luoghi, le tradizioni, e la voglia di raccontare in modo alternativo il territorio, tutto questo non sarebbe nemmeno stato disegnato.

I negozi Prestorik sono a Breno e a Boario Terme, ma c’è anche l’ è- commerce al sito http://www.prestorik.com  E vi consiglio di tenere d’occhio anche il profilo fb , con tutte le immagini e le novità https://www.facebook.com/prestorik

STYLE OF ALPS!!

TerraUomoCielo alla 20° Fiera dei fiori di Piancogno (BS)

Appuntamento fisso per i camuni, l’annuale fiera dei fiori di Piancogno sancisce l’inizio dei lavori nei giardini della nostra valle.  Per tre giorni esposizione e vendita di fiori e piante; viene proposto l’arredo per il giardino, e sono esposti  anche attrezzi per gli hobbisti e macchinari per i professionisti. Il tutto corredato da eventi culturali, mostre d’arte, concerti ( da non perdere quello dell’eclettico Boris Savoldelli domenica sera, ) animazione per i piccoli ed eventi enogastronomici.

La manifestazione attira migliaia di visitatori, dalla valle e dalle zone limitrofe, e quest’anno a disposizione dei collezionisti ci sono un annullo postale e cartoline dedicate. Grande novità della 20° edizione: la manifestazione si svolgerà lungo le vie del paese, uscendo così dal campo sportivo, location finora utilizzata, coinvolgendo tutte le attività commerciali del paese. Per agevolare i visitatori, è stato istituito un servizio di bus navetta dal parcheggio antistante Palazzo Congressi a Darfo Boario Terme, e dalla stazione ferroviaria di Cogno.

I produttori  di TerraUomoCielo e Giovanni Arcari vi aspettano nella corte dell’assaggioteca “Piccolo Lord” domenica 1° Maggio, a partire dalle ore 14.00; con un piccolo contributo, potrete immergervi nella degustazione del Brut Franciacorta dell’azienda vitivinicola Camossi, il dosaggio zero dell’azienda agricola Colline della stella di Andrea Arici, e la schiava in rosa del camuno Enrico Togni, az. Togni – Rebaioli. Una splendida occasione per assaggiare e conoscere i produttori del progetto.

Vi aspettiamo numerosi!!

Questi i link dell’ evento con il programma completo:

http://www.prolocopiancogno.it/

https://www.facebook.com/event.php?eid=213812028644641

Martina (Vecchie Vigne): la Schiava in rosa, secondo Enrico Togni

Finalmente (è proprio il caso di dirlo) da lunedì prossimo saremo in consegna con il primo rosato prodotto in Valcamonica. “Martina” è il nome che Enrico Togni ha scelto per questo vino, frutto della vendemmia 2010 e ottenuto da uve Schiava ancora allevate con il classico sistema a tendone, tipico della Valle. Questo vitigno non rappresenta di certo una novità nella provincia bresciana, poiché già presente -sin dal ’68- nella DOC Botticino e non solo.

Martina è il nome della figlia di Enrico e Cinzia nata pochi mesi fa e alla quale si è voluto dedicare questo ennesimo risultato, questo (per noi) grande risultato.

Una tannicità ridotta all’osso per un vino che grazie all’età media delle piante(almeno venticinque anni), risulta equilibrato senza fare sforzi. Mandorla e frutti rossi ne compongono il naso, così come la bocca. Lontano (ben lontano) dall’effetto “caramella” tipico di tanti rosati che richiamano alla moda della tipologia, Martina è un vino schietto, per qualcuno austero, profondo e con l’inevitabile potenza della montagna che si staglia a ogni sorso.

Proseguiamo inesorabili nella nostra marcia del “fare territorio” a modo nostro.