Data di sboccatura obbligatoria per i Franciacorta? Ne parl-iamo/ate?

La butto lì in due righe, come si potrebbe buttare una pelle di daino su un vetro: e se fosse la Franciacorta, il primo territorio a rendere obbligatorio l’utilizzo della data di sboccatura in etichetta?

In fondo mi pare una cosa che in molti hanno già adottato e che altri valutano di adottare quanto prima. Apprezzata e condivisa anche da Angelo Peretti (primo sostenitore della causa per l’utilizzo del tappo Stelvin) che riprende sul suo Internet Gourmet il mio precedente post, credo sia giunto il momento di esprimere la speranza, perché nel prossimo consiglio del Consorzio Franciacorta, si possa prendere seriamente in considerazione questa proposta che potrebbe nuovamente far segnare il passo a questo territorio.

 

TerraUomoCielo a Vinitaly

Anche quest’anno saremo presenti a Vinitaly, sempre al “Palaexpo Regione Lombardia” ma in due stand differenti. Ogni azienda nel proprio territorio, quindi potrete trovare Enrico Togni allo stand D7 zona Valcamonica, mentre Arici e Camossi stand C4 area Franciacorta. 

Nelle giornate di giovedì e venerdì sarà possibile degustare e comparare vecchie sboccature e annate sia di Arici, sia di Camossi, mentre da EnricoTogni porteremo “l’Erbanno”, il vino ottenuto dall’omonimo vitigno che stiamo cercando di riportare nel suo territorio d’origine, la Valcamonica.

Le bottiglie che abbiamo a disposizione sono davvero poche(sia di Franciacorta che di Erbanno) e chi fosse interessato a degustare questi vini è pregato di comunicarmelo con una mail, così che gli possa garantire l’assaggio.

giovanniarcari@gmail.com

Wine Club “Red & White”: la Cultura del Vino che arriva dalla “Bassa”

Pontevico è terra di confine.

Un ponte sul fiume Oglio divide la provincia di Brescia da quella di Cremona. L’accento, così come il dialetto, muta sensibilmente in pochi metri. Piazza Mazzini rappresenta il simbolo del costume locale e alle sue spalle, un castello con mille anni di storia. Un gruppo di amici Pontevichesi e non, ha contribuito a diffondere una sorta di “cultura del piacere” indissolubilmente legata al vino e al cibo, rendendo il paese uno dei più virtuosi della “Bassa” per la scoperta di prodotti enogastronomici di grande spessore. 

A un certo punto, Piazza Mazzini non è più in grado di offrire quel livello -sempre crescente- che le loro papille gustative ricercano, non è più in grado di soddisfarli come vorrebbero. Decidono così di dar vita al “Wine Club Red & White”, un luogo di aggregazione, di cultura, condivisione di esperienze di vita e di ideali. Nei loro ideali la promozione e la divulgazione della cultura del vino e dei prodotti genuini e l’impegno nella tutela di prodotti gastronomici (del territorio bresciano in primis, lo aggiungo io) rari e altrettanto preziosi.

Una cantina sociale nella quale ogni affiliato possa mettere a dimora i propri tesori e anche una biblioteca enogastronomica a disposizione di tutti.

Questa la concretezza delle idee che tanto mi piace e che nell’epoca della rete, fatta d’impalpabile dinamismo, deve spiccare come la “Stella del Sud”.

Eurosio Moretti, Presidente R&W

L’associazione ha una valenza sociale di non poco conto e spera di coinvolgere il maggior numero di giovani, per trasmettere loro il patrimonio culturale che il vino rappresenta, fatto non solo di gusti ma di aggregazione di pensiero e convivialità.

Ieri sera sono stato invitato per presentare l’azienda di Andrea Arici e il suo vino più rappresentativo, il Dosaggio Zero nella versione “scritta rossa”. Il vino è stato apprezzato oltre ogni più rosea attesa, in un clima disteso e con persone competenti che non hanno lesinato domande e curiosità.

Voglio ringraziare tutti i soci per avermi concesso del tempo per raccontare la nostra etica e il nostro rapporto nell’espressione del fare vino.

Un grazie a Silvio per le sciabolate d’autore e per aver costantemente abbeverato gli assetati, grazie anche a Marco, Carlo, Roberto, Eurosio, Lino e tutti gli altri splendidi protagonisti (perdonatemi ma la mia memoria da pesce rosso non mi consente di imprimere nella mente così tanti nomi in una sola sera)di questa importante iniziativa.

 

 

E se la data di sboccatura diventasse obbligatoria?

Da oltre tredici anni dedico particolare attenzione (prima di tutto per piacere e poi per lavoro) alla degustazione dei vini prodotti con “metodo classico” provenienti da ogni dove. Una delle cose che ritengo indispensabili per capire e valutare questa tipologia di vini è la data di sboccatura, di degorgement per i francesi.

Francesco Orini

Certamente un dato fondamentale, poiché da sempre il vino è indissolubilmente legato al tempo e quest’operazione di espulsione dei lieviti dalla bottiglia, rappresenta l’elemento che un degustatore evoluto non può non tenere in considerazione.

Non credete che uno champagne o un franciacorta possa evolversi o morire, cavalcando l’inesorabile corsa del tempo? Non credete possa essere quantomeno curioso, capire come la vostra “bollicina” preferita sia in grado di mutare i propri aspetti organolettici, dopo un paio d’anni dalla sboccatura? Magari non sarebbe più la vostra preferita…

Non voglio dilungarmi con una retorica che rischierebbe di inflazionare questo importante argomento, vorrei invece che chi degusti per valutare, non possa prescindere da questa variabile, così come chi produce e vuole mettersi in discussione fino in fondo.

Non credete?

Corbon: essere Viticoltore in Champagne

Bella, interessante e profondamente didattica la degustazione che si è tenuta lo scorso mercoledì presso l’Osteria Ricerca Vini di Milano. Un incontro con un piccolo produttore di Avise che ha iniziato a mettere in bottiglia il suo vino nel ’68.

Monsieur Corbon è certamente un ottimo rappresentate di quella ruralità francese che tanto mi piace. Al tavolo me lo sono trovato di fronte e così ho potuto dare sfogo a tutta la mia curiosità, con l’indispensabile contributo di Franco Ziliani e del suo francese impeccabile.

Prima di arrivare ai vini, voglio raccontarvi qualcosa sull’azienda e conseguentemente quelle che sono le mie riflessioni in merito.

Corbon possiede sei ettari Gran Cru ad Avize. Dal 2006 è affiancato dalla figlia Agnès, la quale ha deciso di dare una scossa alla vendita delle loro 10mila bottiglie creando anche un blog aziendale. A questo punto, mentre il naso correva sui primi due vini “Absolument Brut” e “Brut d’Autrefois” ho cercato di fare i conti in tasca ai Corbon -con il loro permesso- per capire meglio in cosa si differenziano le “modalità d’azione” (e perché)tra un produttore italiano e uno d’oltralpe.

L’economia dell’azienda Corbon è fortemente orientata alla vendita dell’uva che nella vendemmia scorsa, ha raggiunto un valore di sei euro il chilo. Poniamo una resa per ettaro di 100ql(come se fossimo in Franciacorta), moltiplichiamo per 4,5ha e per il suo prezzo e il risultato è palese.

Con una parte del guadagno derivante dalla vendita dell’uva ha mantenuto la sua famiglia, mentre un’altra parte ha deciso di investirla nella sua passione di fare vino, che è ben insita nella sua cultura e che gli riesce davvero bene. Questo modello non rappresenta alla perfezione il sogno di ogni appassionato di vino? Beh, il mio di certo!

Pensiamo se dovessimo fare lo stesso in Italia, magari in Franciacorta dove ai viticoltori fortunati il 2010 gli ha visto riconosciuto la bellezza di un euro per ogni chilo d’uva, per la medesima resa per ettaro. Pensate se in Francia i prezzi delle uve dovessero deciderli chi le compra, invece di chi le produce. Credete che le multinazionali che governano alcuni dei marchi più conosciuti al mondo, continuerebbero ad acquistare uva a sei euro il chilo?

Questa enorme differenza dei prezzi –tra Francia e Italia- per quelli che ancora credono che la Champagne sia stata creata da Dio dopo Adamo, Eva e le caramelle “Morositas”, è facilmente riassumibile con: “lo champagne è più buono”, ma personalmente non credo sia l’unica riflessione possibile.

Il prezzo di un prodotto non si limita a determinare esclusivamente il valore del prodotto stesso e nel caso del vino, maggior valore della materia prima(uva) significa prezzo sostenuto del prodotto finito (vino) che riflette la sua quotazione sul valore del lavoro contadino, sulla valutazione dei suoli e sul prestigio di un territorio.

Quale pirla sarebbe disposto a vendersi un ettaro di vigneto ad Avise, perché l’immobiliare di “ ‘sta Cippa” vuole costruirci una straordinaria corte in stile simil-barocco? Quale amministrazione comunale si mostrerebbe così stupida da offrire una concessione edilizia che tolga spazio, bellezza e prestigio a quei paesaggi rurali?

Quale amministrazione sarebbe disposta a mettersi contro una classe contadina, così economicamente e politicamente forte?

Ecco come hanno fatto i francesi a costruirsi i loro territori vitivinicoli e soprattutto come continuano a salvaguardarli. Questo è il modo di agire che mi aspetto da chi produce vino in Italia e da chi non ha ancora capito che senza il Territorio, non si possono produrre grandi vini.

Tornando ai Corbon, che conoscono benissimo il valore del loro Territorio e l’importanza dell’attività contadina che svolgono, bisogna dire che producono dei vini che rappresentano tutta la loro passione.

I primi due “Absolument Brut” e “Brut d’Autrefois” sono due vini di “concetto”: cuvée di diverse annate con una composizione varietale di 60% chardonnay, 25% pinot nero e 15% pinot mounier e almeno 30 mesi sui lieviti il primo; 80% chardonnay, 20% pinot nero e settanta mesi sui lieti per il secondo. La data di sboccatura non è riportata in etichetta (e io credo sia sempre più necessaria per poter valutare il vino)ma Claude Corbon dichiara siano stati sboccati a ottobre. Perfetto in ogni sua nota l’ Absolument, anche se l’ho trovato eccessivamente maturo e troppo complesso, rispetto al mio modo d’interpretare un vino “d’ entrée”. Profondo e carnoso il “Brut d’Autrefois”, che fonde perfettamente la volontà dell’uomo con la potenzialità delle sue terre. Una maturità precisa, un naso molto aperto con note ossidative che lasciano trapelare lo spessore delle basi utilizzate per comporre la cuvèe.

A seguire un vino d’annata, uno di quelli che prediligo, Chardonnay 2002. Solo acciaio e cemento, per una scelta -quella di Corbon- di lasciare esprimere le peculiarità del suo vigneto di Avize.

Peccato per la sboccatura che contava solo quindici giorni e che non mi ha permesso di apprezzarne al meglio gli aspetti olfattivi, ma alla bocca è stato impossibile negarne la grandezza. Il mio preferito! Armonico, rotondo e pieno con 8gr/l di zucchero, annientati dal sale e da un’acidità precisa e tagliente. Asciutto e infinito, un vino che ho dovuto necessariamente trissare, perché un semplice bis sarebbe morto inutilmente di solitudine.

In chiusura una degustazione “orizzontale” di vini della vendemmia 2004 di vigneti diversi sia per zona, sia per età delle vigne. Un bel gioco privo di maschere, che ha visto sia nelle Jeune vigne di Verneuil che quelle di Avize, esprimersi in vini verticali e dalle spalle strette. Altro discorso invece per le Vieille di Avize il più estremo di tutti per pienezza, sapidità e persistenza, con una piacevole accennata nota di lemongrass.

Ah, Corbon non ha ancora messo in commercio né la vendemmia 1996, né la 2001… Come dire: “quando un mestiere ha valore si tramuta in arte, l’arte diventa cultura e la cultura territorio”. Il valore dell’agricoltura.