Il Suolo (di tutti) minacciato.

Mentre l’Italia scopre di avere più di 120mila immobili invenduti e si continua a sovvenzionare l’edilizia, vi riporto di seguito una serie di video che illustrano, palesemente, la situazione generata da questo scellerato abuso. Migliaia di ettari di terra divorati dal cemento, per una politica sbagliata della quale possiamo vederne i risultati, quotidianamente in tivù, ogni volta che piove per più di tre giorni.

Continuiamo a riflettere soprattutto noi che ci occupiamo di vino. Senza il territorio a interagire con la vigna, produrre grande vino sarà impossibile.

Addio al Festival del Franciacorta a Erbusco: un’occasione persa.

Ho sempre considerato il Festival del Franciacorta, quello che ogni anno si svolgeva a Villa Lechi di Erbusco, un momento di grande uguaglianza per tutte le aziende che producono vino nel territorio.

Ognuna con il suo tavolo uguale, ognuna esposta alla critica e al pubblico, nello stesso modo. Un sistema corretto che poneva l’accento sulla coesione d’intenti fra produttori. Un’occasione per il consumatore, che aveva modo di confrontare in tempo reale un vino rispetto a un altro.

Un momento utile anche per i produttori che potevano comparare i propri sforzi con i colleghi nell’intento di migliorarsi, perfezionando le proprie conoscenze tecniche e territoriali.

L’ultimo Festival risale al 2009, subito dopo l’insediamento di Zanella alla guida del consorzio. Sfarzo, premi da trasmissioni televisive e una chiusa altrettanto d’effetto con una “pantera” del calibro di Ornella Vanoni, hanno segnato inevitabilmente il percorso della più importante manifestazione del teritorio franciacortino.

L’enorme esborso economico aveva fatto meditare i vertici consortili di organizzare l’evento non più annualmente ma in forma biennale. Per dare manforte a questa tesi, il consorzio, aveva chiamato in causa anche il sociologo Enrico Finzi, il quale aveva sostenuto l’importanza strategica nella continuità di questo evento.

Nel 2010, per non lasciare un buco, hanno pensato di organizzare il “Festival di Franciacorta in Cantina” dove ognuno se ne restava a casa sua e l’enoappassionato aveva l’occasione di visitare le cantine che preferiva. Possibilità, questa, che era attuabile anche l’anno precedente in concomitanza con la manifestazione di Erbusco.

Nulla da eccepire sull’idea di “cantine aperte”, ma non credete che si tolga un’opportunità davvero ghiotta per il consumatore a non radunare tutti i produttori sotto lo stesso tetto?

Non credete che sia indispensabile per una crescita del livello qualitativo del territorio tutto? Non credete che venga meno quel principio di uguaglianza tra le aziende?

Un’occasione persa, cari enoappassionati, perché il Festival anche nel 2011 abbraccerà solo la formula di “ognuno a casa propria” e se vorrete mettere a confronto i prodotti di due aziende, vi dovrete fare qualche chilometro e in due-tre giorni, difficilmente riuscirete ad avere uno spettro chiaro dell’andamento territoriale.

 

Buonissimo: un’opportunità da cogliere o qualcosa da temere?

È aperto da un paio di settimane e ieri c’è stata l’inaugurazione ufficiale, accompagnata dalle note di un’arpa e di un’orchestrina jazz.

Nel cuore di Brescia è sorto “Buonissimo”, tremila metri quadri nel cuore della città. Un luogo del gusto, concepito sullo stile “farinettiano” di Eataly, ma con un’attenzione maggiore nei confronti dei prodotti del territorio, in questo caso bresciano. Senza dubbio una cosa che apprezzo molto e che trovo molto intelligente (parlo della valorizzazione del territorio attraverso i prodotti agricoli).

Quattro piani nei quali trova spazio un ristorante, il fornaio, la macelleria, l’enoteca, la pescheria, il fioraio, il fruttivendolo…

Prima di scrivere questo post mi sono interessato di chiedere ad alcuni commercianti del centro storico quale fosse il loro pensiero a riguardo. Commercianti di piccole botteghe a conduzione famigliare, preoccupate per la concorrenza che il nuovo polo potrà generare, con la sensazione di una conseguente sconfitta del “piccolo”. Tutti si sono lamentati per l’enorme esborso di denaro da parte del Comune di Brescia nell’acquisizione dell’immobile, denaro che secondo i commercianti si poteva impiegare per una sorta di “piano straordinario” in grado di sostenere e valorizzare le botteghe esistenti.

Non voglio entrare nella polemica politica che anima il senso di disagio e di “abbandono” che i commercianti sentono, ma vorrei provare a esprimere una chiave di lettura diversa nei confronti della concorrenza.

Buonissimo, rappresenta un’identità ben chiara e qualitativamente coerente con quello che comunica e che si prefigge di fare. Certo non tutto è così esclusivo, ma lo spazio a scaffale che hanno destinato a piccole e sconosciute aziende bresciane(non solo quelle che producono vino), raffigura di certo una novità, almeno a Brescia. Non si può che fare un plauso agli ideatori, per questo.

Questa è l’identità stabilità dai titolari di Buonissimo e la concorrenza a un’identità si fa solo dando alla propria attività un’impronta unica, diversa, in linea con l’etica e la personalità di chi la gestisce.

La concorrenza, soprattutto nei momenti di crisi, porta a un’inesorabile svalutazione qualitativa del prodotto, ma questo avviene solo perché si attuano scelte sbagliate.

Se nella macelleria vicina il pollo da cortile allevato a mais, pane raffermo e lattuga costa 10 euro ed è buonissimo oltre che sano, dovrò trovarne uno migliore, ancora più buono per poter creare un antagonismo intelligente e non dovrò, invece, cercare un pollo da 5 euro del quale non so nulla. La concorrenza dei prezzi non può più permettersi di determinare la regressione del livello qualitativo del prodotto.  Tagliare il costo della farina per produrre pane che costi meno rispetto a quello del vicino, significa trovarsi con un prodotto meno buono, meno appetibile, forse meno sano e del quale nessuno avrà mai voglia di parlarne. È l’anticamera del fallimento.

La mia speranza, augurando al gruppo Buonissimo tutta la fortuna del mondo, è che i piccoli commercianti del centro prendano spunto da questa iniziativa per migliorarsi, per elevare il proprio livello qualitativo, per scegliere prodotti diversi, ancora più buoni e in grado di innalzare “l’asticella qualitativa” oltre il livello posto ora da Buonissimo.

Sono convinto che oggi sia l’unica strada percorribile, l’unica che consenta di creare un’identità qualitativa elevata, ormai obbligatoria per la sopravvivenza di simili attività.

È anche necessario formare il consumatore, certo(!), affinché capisca che il valore della carne, delle verdure, del vino non è quello stabilito da multinazionali che allevano e producono surrogati dall’immagine rurale(vedi i video nei post precedenti), ma deve rimanere quello giusto di chi la terra la coltiva davvero e la tutela. La terra è bassa e lavorarla con consapevolezza e cultura ha dei costi, tali  però da garantire la sopravvivenza di una fondamentale classe sociale. La classe contadina, fulcro della storia di questo paese ormai cementificato.

Continuiamo a riflettere.

 

Una riflessione che deve coinvolgere tutti (parte 1).

Appello alle persone lungimiranti rimaste sulla terra: condividete questo post, questo video.

G.A.

Mentre gli immigrati dell’est europeo stanno vivendo in Italia quelli che sono stati i nostri anni ’80, con automobili alettonate, ribassate, elaborate con cechi in lega, fiamme e decalcomanie di ogni foggia, oltre alle immancabili sgommate ai semafori e il consueto gomito fuori dal finestrino, mi rendo conto che l’informazione italiana del mondo del vino è al risorgimento.

Fiumi di fesserie scritte da chi fino a tre anni fa non era nemmeno registrato all’anagrafe del paesello. È agghiacciante vedere che nessuno sia in grado di pensare con una prospettiva superiore alla durata dell’odore di una scoreggia! Eppure il vino è tempo, è futuro è prospettiva.

Nei prossimi giorni pubblicherò una serie di video che dovrebbero far riflettere tutti, soprattutto chi si professa come un “educatore”, come comunicatore di qualcosa che, di fatto, non conosce se non in maniera superficiale.

La classe contadina vive una reale emergenza che risuona come un grido d’allarme che deve coinvolgere la vita di tutti!

I video mi sono stati segnalati dal mio amico Francesco Orini, sempre attento, costantemente e coerentemente attivo nel rispettare un’etica che ha radici profonde quanto la storia dell’uomo.

Cerchiamo di riflettere.