Il Sindaco di Puegnago vuole i vini del Garda nel nuovo Mc Donald’s. “Strategia di Marketing territoriale”.

La Valtenesi appare oggi come un’opera incompiuta, nella quale sono evidenti i segni (i solchi)lasciati dallo scorrere del tempo, come una vittima della confusione e della cementificazione priva di buon senso, oltre che di buon di gusto.

La Valtenesi sfregiata nella sua storica bellezza e usurpata dall’ignoranza di chi passa sulle cose con la pesantezza di un bisonte. La Valtenesi del vino, quella del Groppello, quella che oggi sta cercando, con le unghie, di far percepire al pubblico la propria identità ancora troppo evanescente.

Una Valtenesi per certi versi agghiacciante, se si percorre la statale che da Salò porta a Desenzano. Una strada che pare un gigantesco centro commerciale, in grado di resettare la mente delle persone facendogli scordare che li, si produce vino e olio.

È proprio su questa strada che alla fine(le proteste e il richiamo a una coscienza territoriale, non sono serviti a nulla) è comparso anche il tanto discusso Mc Donald, ovvero il più grande ristorante di questo territorio storicamente vitivinicolo.  Olè!

Ora, tutto si potrà dire del sindaco di Puegnago, ma di certo non lo si può tacciare d’incoerenza! Infatti, aveva dichiarato: “Il Mc Donald’s farà da esca promozionale!”. Giustamente non si è fatto attendere, memore della forza con la quale ha sostenuto questa tesi, eccolo a sguainare l’asso nella manica. Leggete QUI le sue strategie di marketing per il territorio. Rasentiamo il grottesco.

È di ieri mattina la telefonata di Paolo Pasini, che ha turbato profondamente la mia “quiete natalizia”: “Giò, il sindaco di Puegnago sta contattando le aziende perché presentino e inseriscano i loro vini nel nuovo Mc!”.

Straordinario, no?? Non lo trovate un perfetto sposalizio tra culture differenti?? Non credete che il nuovo Mc possa aiutare i produttori di vino, a trovare definitivamente l’identità che stanno rincorrendo e magari a vendere più vino??

In attesa che trovino un pirla, in grado di dirci se abbinare il Groppello al Crispy McBacon sia la scelta migliore, oppure se sia più sensato un Chiaretto con il McChicken, vi chiedo di segnalare -se mai ci fossero- le aziende che aderiscono a questa iniziativa. Non voglio accusare nessuno, ci mancherebbe, ma vorrei chiedere loro quale straordinario impeto li ha spinti a fare una scelta simile.

Avanti così, Zeni, che con questa crisi c’è bisogno di idee nuove e brillanti che possano dare una scossa positiva al territorio.

“Io sono un selvaggio e non conosco altro modo di vivere”.

Nel 1854 il Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, fece un’offerta per acquistare una grande estensione di territorio sul quale vivevano i pellerossa  promettendo una riserva per il popolo indiano. Il Capo Seattle della tribù Suwamish, rispose con la lettera qui riportata: essa è stata considerata la più bella e profonda dichiarazione d’amore alla natura e all’ambiente. Facciamo qualcosa di utile questo natale, riflettiamo.

Auguri a tutti.

G.A.

“Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea ci sembra strana. 

Se noi non possediamo la freschezza dell’aria,lo scintillio dell’acqua, come potete voi acquistarli? Ogni parte di questa terra è sacra per il mio popolo.
Ogni ago lucente di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma di boschi ombrosi, ogni radura ed ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo.
La linfa che cola negli alberi porta con se il ricordo dell’uomo rosso.

I morti dell’uomo bianco dimenticano il loro paese natale quando vanno a passeggiare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai la nostra terra meravigliosa, perchè essa è la madre dell’uomo rosso.
I fìori profumati sono nostri fratelli; il cervo il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli; le coste rocciose, il verde dei prati, il calore del pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia.

Per questo, quando il grande capo bianco di Washington ci manda a dire che vuole acquistare la nostra terra, ci chiede una grossa parte di noi.
Egli dice che ci riserverà uno spazio per muoverci, affinché possiamo vivere confortevolmente tra di noi.
Prenderemo dunque in considerazione la vostra offerta, ma non sarà facile accettarla.

Questa terra per noi è sacra, quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solamente acqua; per noi è qualcosa di immensamente più significativo: è il sangue dei nostri padri.
Ogni riflesso nell’acqua chiara dei laghi parla di avvenimenti e di ricordi della vita del mio popolo.

Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre.
I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete, sostengono le nostre canoe. Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi: per lui una parte della terra è uguale all’altra, e quando l’ha conquistata va oltre.
Abbandona la tomba dei suoi avi e ciò non lo turba.
Toglie la terra ai suoi figli e ciò non lo turba.
La tomba dei suoi avi, il patrimonio dei suoi figli cadono nell’oblio.
Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere, come si fa con le pecore e con le pietre preziose.
La sua bramosia divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto.

Io non so. I nostri costumi sono diversi dai vostri.
La vista delle vostre città fa male agli occhi dell’uomo rosso.
Ma forse ciò è perché l’uomo rosso è selvaggio e non può capire!

Non esiste un posto tranquillo nella città dell’uomo. Non esiste un luogo per udire le gemme schiudersi in primavera o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse ciò avviene perché io sono un selvaggio e non posso comprendere. Sembra che il rumore offenda solo le orecchie.
E che gusto c’è a vivere se l’uomo non può ascoltare il suono dolce del vento o il fruscio delle fronde del pino profumato?
L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose respirano la stessa aria. L’uomo bianco non sembra far caso all’aria che respira.

Ma se vi vendiamo le nostre terre io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare gli animali che vivono in questa terra come se fossero suoi fratelli.
Io sono un selvaggio e non conosco altro modo di vivere. Ho visto un migliaio di bisonti imputridire sulla prateria, abbandonati dall’uomo bianco dopo che erano stati abbattuti da un treno in corsa.
Io sono selvaggio e non comprendo come il “cavallo di ferro” fumante possa essere più importante dei bisonti, quando noi li uccidiamo solo per sopravvivere. Che è l’uomo senza gli animali?
Se tutti gli animali sparissero, l’uomo morirebbe in una grande solitudine.
Poiché ciò che accade agli animali prima o poi accade all’uomo.
Tutte le cose sono connesse tra loro. Noi sappiamo almeno questo: non è la terra che appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra.
Questo noi lo sappiamo.
Tutte le cose sono connesse come i membri di una famiglia sono connessi da un medesimo sangue. Non è l’uomo che ha tessuto la trama della vita:
egli ne ha soltanto il filo. Tutto ciò le egli fa alla terra, lo fa a se stesso.
Lo stesso uomo bianco, che parla con il suo Dio come due amici insieme, non può sottrarsi al destino comune. Dopo tutto, forse, noi siamo fratelli.
Vedremo. C’è una cosa che noi sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro è il suo stesso dio.
Egli è il dio degli uomini e la pietà è uguale per tutti: tanto per l’uomo bianco tanto per quello rosso.
Questa terra per lui è preziosa, nuocere alla terra è come disprezzare il suo creatore. Anche i bianchi spariranno: forse prima di tutte le altre tribù.

Contaminate il vostro letto ed una notte vi troverete soffocati dai vostri rifiuti. Dov’è finito il bosco? E scomparso. Dov’è finita l’aquila? E’ scomparsa.

E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.


Il Partito delle Donne del Cibo, tra Passione e Competenza

Non so che dirvi, ma io adoro come le donne sanno dipingerti le cose. Adoro come riescono a divincolarsi con classe dalle situazioni più imbarazzanti, adoro la loro capacità di ignorarti quando ritengono di avere ragione, adoro la loro fantasia. L’unica cosa che non ho mai capito è la loro profonda incapacità di fare squadra, di fondare che ne so, un più che “cazzutissimo” partito delle donne! In Polonia l’hanno fatto (la foto è il loro manifesto). Se imparassero a coalizzarsi, seguendo la teoria di Darwin, tra meno di un secolo avremmo l’esemplare uomo senza più le palle che sarebbero date di diritto alle donne ma collocate in una posizione meno vistosa e certamente meno scomoda, solo per non rovinarne le forme già perfette.

A un’amica che spesso mi srotola le sue teorie con una grazia che porta all’immediata comprensione del passaggio, dico sempre di scrivere, di aprirsi un blog o di riportare su carta i suoi pensieri, quelli che determinano le sue emozioni e che poi stabiliscono lo stile del racconto.

Di seguito vi riporto alcuni Blog gestiti da donne che hanno, chi più e chi meno, nella passione del cibo il fondamento del loro splendido modo di raccontare, coinvolgere ed emozionare.

Alcuni di questi blog li seguo da tempo, altri da meno di un’ora. Dategli un’occhiata(cliccate su ogni singola immagine), ne vale la pena e se ne avete altri da segnalare, non esitate.

 

un tocco di zenzero

 

 

 

 

 

anna chef

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Groppello: l’autoctono della Valtènesi”

E’ fissata per lunedì 20 dicembre alle ore 18.00 presso l’hotel ristorante Il Monastero via Aldo Moro 1 – 25080 Soiano del Lago (BS), la presentazione del lavoro triennale che, il Centro Vitivinicolo Bresciano con il Consorzio del Garda Classico, hanno dedicato al Groppello. All’evento sono stati invitati l’Assessore Regionale e Provinciale all’Agricoltura, i Sindaci dei comuni del Garda Classico e altre autorità. I presenti verranno omaggiati di una copia della pubblicazione e una campionatura di mesovinificazioni del Groppello realizzate presso il Centro Vitivinicolo di Brescia. La partecipazione alla presentazione è aperta a tutti.

Di seguito quella che presumibilmente dovrebbe essere la prefazione del volume.

G.A.

“Groppello: l’autoctono della Valtènesi”

Questo lavoro ambisce a fornire elementi concreti e sufficientemente completi riguardo ai vitigni autoctoni della sponda bresciana del Lago di Garda, da sempre coltivati e custoditi nel fulcro della zona chiamata Valtènesi, che rispondono ai nomi di Groppello Gentile e Groppello di Mocasina.

Per la prima volta si analizzano approfonditamente le interazioni ambientali e le potenzialità enologiche dei Groppello, oltre che tracciare un esaustivo riassunto delle ampie conoscenze genetiche già in essere e puntualizzare alcuni aspetti dell’inquadramento pedologico realizzato anni fa.

Lo strumento di una conoscenza che diversamente o privatamente le Aziende non potrebbero mai conseguire, viene in questo modo messo a disposizione di chi vorrà fruirne per migliorare la propria preparazione ed operare scelte produttive in modo oculato e ragionato.

Questo lavoro non vuole essere un punto di arrivo, ma di partenza, da portare ad esempio di come, seppur con mezzi misurati, ma con buon coordinamento e molto impegno, si possano ottenere risultati apprezzabili e divulgabili, a beneficio di tutto il settore, in modo da garantirne una crescita qualitativa ed organica.

Ciò nondimeno, possiamo affermare senza tema di smentita che questo lavoro rappresenta un caposaldo mai raggiunto finora nella conoscenza del comportamento viticolo ed enologico dei Groppello, una traccia da considerare attentamente prima di ulteriori sviluppi della ricerca e della pratica operativa, nonché un buon esempio nell’approccio scientifico e statistico per la valutazione dei dati.

Non sarebbe mai stata possibile la sua realizzazione senza il coinvolgimento attivo delle Aziende del territorio, né senza l’impegno finanziario della Regione Lombardia che ha creduto nella bontà del Progetto.

La valenza geomorfologica del Laghetto del Sala (Dottor Rodolfo Minnelli)

Ho avuto la fortuna di incontrare il Dottor Minnelli ad un evento in città, qualche settimana fa. Ci siamo subito “misurati” con una certa fermezza, prima di una sigaretta distensiva che ha dato il via a uno scambio davvero interessante. Vi riporto di seguito le sue considerazioni relative il Laghetto del Sala. Minnelli è stato anche protagonista dello studio di zonazione della Franciacorta insieme al Professor Attilio Scienza, è quindi fuori discussione la sua profonda conoscenza del territorio.

Sono in ogni modo a disposizione per pubblicare anche il parere di chi la pensa diversamente.

G.A.

 

La valenza geomorfologica del Laghetto del Sala

Quella del laghetto del Sala è una forma assolutamente unica sull’arco collinare principale dell’anfiteatro morenico sebino; e, se unica non era, di certo è l’unica di cui sia rimasta traccia. Parrebbe veramente ridicolo descrivere una forma come questa, di assoluta importanza  morfopaesaggistica, e più in generale ambientale, alla stregua di un lago di cava buono semmai solo per la pesca sportiva, se in verità in tale impresa non si cimentassero “esperti” i cui titoli per dichiararsi tali risultano quantomeno misteriosi.

Il grande arco morenico che da Adro giunge sino a Provaglio è l’elemento paesaggistico più rilevante all’interno del panorama dell’anfiteatro; questo grande argine morenico e stato generato da ben tre avanzate glaciali compresse e a tratti sovrapposte una sull’altra, cosa ben documentata nell’area dagli studi condotti per il progetto CARG ed in parte dalla cartografia pedologica disponibile. Sul versante interno dell’arco si trovano i materiali deposti dall’ultima delle tre avanzate e le forme tipiche della fase di ritiro del ghiacciaio. Le più evidenti tra queste sono costituite da ripiani, in forma di lunghi e stretti terrazzi che si incontrano scendendo verso la piana di Cortefranca; il più ampiamente sviluppato è proprio quello che, partendo dalla zona del nostro laghetto, segue Via Lovera sino a Torbiato. Questi terrazzi derivano dal riempimento della effimera vallecola esistente tra il versante interno di una collina morenica e la fronte del ghiacciaio che si appoggia ad esso; fino a che il ghiacciaio mantiene la sua posizione la depressione si riempie di materiali trasportati dalle acque di fusione del ghiacciaio, ma quando il ghiacciaio si ritira uno dei versanti sparisce e quello che era il fondo pianeggiante di una piccola valle diviene una sorta di terrazzo. La distanza tra il ghiacciaio e la collina morenica è molto variabile per cui può succedere che a causa del maggior volume da riempire tra i due, o di un scarso afflusso di materiali, o anche di una maggior erosività delle acque circolanti, ad esempio per la vicinanza della porta glaciale, la superficie non venga livellata in ogni punto dai materiali e che persistano delle depressioni, in genere addossate alla morena, in grado di raccogliere le acque circolanti. Questa è la genesi più comune di questo tipo di laghetti. Il loro destino naturale è di colmarsi in parte di materiali fini per poi concludere il riempimento trasformandosi in torbiere, cioè esattamente la stessa situazione delle Torbiere di Iseo. La differenza tra il laghetto del Sala e le Torbiere è legata ovviamente all’ampiezza, ma soprattutto all’età, essendo le Torbiere comprese tra l’ultima e penultima cerchia morenica, cioè le più recenti, mentre il Laghetto del Sala è legato a cerchie ben più antiche in cui, come detto, è l’unica struttura di questo tipo identificabile. Il destino evolutivo di queste due forme nell’ultima parte della loro storia si è mantenuto tuttavia del tutto parallelo, anche le Torbiere di Iseo infatti si sono completamente interrite, per essere poi riattivate come piccoli bacini dall’escavazione dell’uomo. Val la pena ricordare che anche le Torbiere di  Iseo hanno contorni del tutto antropici ma ciò non impedisce di vederne la grande valenza ambientale, non si capisce dunque perché la valutazione nel nostro caso dovrebbe essere diversa. Inoltre se la cosa interessasse i contorni dell’antica area umida naturale del laghetto del Sala si possono cogliere facilmente nelle immagini all’infrarosso disponibili.

In ultima analisi si può dire che l’uomo con lo svuotamento delle colmature ha riportato all’indietro l’orologio geomorfologico che ha scandito l’evoluzione di questa forma, permettendoci di osservare e godere di un ambiente ben più ricco, complesso e inatteso, piuttosto che quello di un campo di grano o dell’ennesimo insediamento urbanistico.

Dott. Rodolfo Minelli

Pedologo e Geomorfologo

Laghetto del Sala. Atto secondo: il colpo di scena

L’informazione locale continua a rimanere sul pezzo. Questa volta la fonte è “Brescia Point” che pubblica interessanti informazioni sulla querele del Laghetto del Sala.

Dopo la prima sentenza emessa dal TAR che riguardava la gestione del territorio che il comune di Erbusco rivendicava nei confronti di quello di Adro, ecco un vero colpo di scena che mi piacerebbe fosse confermato dalle parole di qualche esponente di Isparo.

Secondo quanto riportato dal sito bresciano, ieri è stata convocata la conferenza dei servizi presso il comune di Adro alla quale però non ha partecipato Isparo, lasciando presagire un abbandono del progetto. 

Riporto la dichiarazione dell’esponente di Legambiente(copio e incollo) e potete leggere l’intero articolo QUI:

Silvio Parzanini, di Legambiente, ha spiegato cosa sia successo ieri in Municipio: «Il Tar ha disposto, fatto nuovo e importante, la presenza di Legambiente, ma la conferenza non si è potuta svolgere, perchè l’assenza della Cooperativa Isparo ha imposto di rinviarla a data da destinarsi». Secondo l’esponente di Legambiente l’assenza di Isparo significa la fine del progetto. «Per noi – ha affermato – l’assenza di Isparo non è stata una sorpresa: la sera dell’11 novembre scorso, nella riunione a Collebeato cui era invitata Legambiente, i responsabili della Cooperativa hanno dichiarato che il progetto del Sala non era più di loro interesse e che non avrebbero presentato ricorso contro la sentenza del Tar, perchè avevano compreso il valore ambientale e paesaggistico della zona».

Mentre rimango in attesa di una conferma o una smentita, vi annuncio che domani pubblicherò la relazione relativa il Laghetto del Sala, del Dottor Rodolfo Minnelli, pedologo e geomorfologo, nonché uno degli artefici con il professor Scienza dello studio della zonazione in Franciacorta.

 

Dom Pérignon 1999 e la data di sboccatura mancante

Capita, anche se con la stessa frequenza con la quale si vede un Panda, che durante un trasloco ti possa capitare di ritrovare cose delle quali ignoravi l’esistenza. Allo stesso tempo vorresti abbandonarne, sul selciato, alcune che dalla tua esistenza non se ne vogliono proprio andare. Ma questa è un’altra storia.

Tra le varie bottiglie che ho ritrovato durante la “bonifica” della cantina, ho voluto subito mettere il naso in una di Dom Pérignon 1999. Ora, non me ne voglia il generoso o la generosa donatrice sconosciuta dell’articolo, ma con la mia memoria da pesce rosso, altro non posso fare se non ringraziare.

Considero il Dom Pérignon il più straordinario prodotto (vino) commerciale al mondo. Produrre cinque milioni di bottiglie di questa caratura è qualcosa di veramente eccezionale. Una sola annata in bottiglia, niente “vin de reserve”. Mai.

Quello che per James Bond era “l’elisir d’amore”, per me è stato un viaggio a conferma di tutte le degustazioni che ho fatto in passato, delle diverse annate prodotte.

Questo 1999 l’ho trovato all’altezza delle aspettative. Grande apertura e freschezza per un naso che coglie immediatamente note di ananas maturo e tabacco. Nessuna sbavatura. Integro e caldo anche se meno “acceso” del 1996.

Alla bocca è pieno e salato, in armonico equilibrio tra acidità e zuccheri, che tra loro non si sospingono ma vanno a braccetto, a vantaggio di una golosità cronica.

Il pinot nero si fa sentire con maggior decisione dopo qualche minuto di bicchiere e con lui una leggera e gradevole tostatura e spezie piccanti. Ancora grassezza e volume, per sapori che spostano il pensiero altrove, al caldo, all’esotico.

Un vino difficilmente discutibile, ma concordo in pieno con Mauro Erro che sul suo “Viandante Bevitore”, in merito a una degustazione del medesimo vino ma del 1996, sottolinea l’importanza della data di sboccatura come elemento indispensabile per una degustazione più consapevole.

Sin dalla prima annata, infatti, sia con Arici sia con Camossi, teniamo in modo particolare a evidenziare questo importantissimo dato. Nel retro etichetta indichiamo il giorno, il mese e l’anno della data di sboccatura(certo non siamo gli unici). Il vino evolve nel tempo e a noi, sapere quando è stato sboccato, serve per monitorare la curva evolutiva del vino, confrontando ogni annata con le precedenti. Anche i vini per così dire “base” delle due aziende, sono sempre il risultato di un’unica annata e confrontare i dati raccolti in vigna con quelli espressi dal vino, ci fornisce ulteriori elementi per accrescere la nostra conoscenza e per poter abbozzare paragoni tra il territorio e i singoli vigneti, in relazione al vino e alla vendemmia.

Sono oltremodo convinto che, in un’Italia dove questa tipologia di vini è sempre più rappresentata e rappresentativa, fornire tale dato spiegandone chiaramente i perché, sia un modo di far accrescere la cultura del metodo classico -e in questo caso dei e della Franciacorta- nel percorso evolutivo del consumatore.