Territorio e Provincia: qualcosa da Raccontare

C’è chi sostiene che la Provincia Bresciana sia un ricco contenitore d’intraprendenti persone votate al lavoro, capaci di grandi risultati. È senza dubbio così, visti i successi raggiunti negli anni passati che ancora oggi continuano a echeggiare.

Ma Brescia, è anche una provincia spesso chiusa in se stessa, con evidenti difficoltà nel sapersi esprimere, nel raccontarsi al di fuori dei suoi confini politici. Una complicazione, questa, che comporta l’impossibilità di incuriosire il turista e di conseguenza, la sua latitanza lontana da queste terre non ci si deve stupire.

Una zona molto vasta della Provincia è la Valcamonica. Spesso utilizzata come contenitore di “scatole di cemento” per uso industriale, e per questo bistrattata e ignorata da molti, oggi vuole rivendicare la sua bellezza e la sua moltitudine di cose straordinarie, in essa contenute.

Ultimamente sto dialogando molto con chi quel territorio non lo lascerebbe per niente al mondo e non vuole nemmeno starsene con le “mani in mano” ad aspettare che le cose, possano cambiare da sole. Un percorso, quello iniziato con Enrico Togni, che non vuole fermarsi “solo” al vino, ma che aspira alla valorizzazione di tutto il territorio Camuno…

Chi meglio di un Camuno può conoscere le meraviglie nascoste del suo territorio?

Le poche righe sopra riportate, vogliono essere una sorta di anteprima a ciò che presenteremo nelle settimane future in questo blog e non solo. Ovviamente non sarà solo la Valcamonica a essere raccontata, ma ogni singolo territorio che forma questa Provincia.

Beh, non sarò il solo a raccontarvi, ma come detto, non voglio anticipare oltre.

Nel frattempo godetevi il panorama…

Vini Veri, Naturali e Sinceri: filosofia di vita o “strategia commerciale”?

Spesso, mi chiedo perché il mondo del vino non abbia una Margherita Hack, non abbia qualcuno in grado di fare chiarezza, con la scienza, per lo smisurato abuso della fantasia che si mette in atto per alimentare un mercato!

Andiamo per ordine. In questi ultimi tempi imperversa il verbo dei vini naturali, veri, sinceri… Tutti ne parlano, nessuno ha ben capito di che si tratta. Qualcuno si è elevato al ruolo di “santone” della categoria e oggi, che il mercato di nicchia premia, i santoni si sono moltiplicati e le faide interne al movimento, per contendersi il potere mediatico, non mancano. Vi ricordate i primi pro-barrique in terra di Langa? Ecco.

Ma voi, avete mai visto il vino in natura? E un vigneto naturale cresciuto spontaneamente?

Questo, solo per porre l’accento di come l’uso improprio di un termine possa creare confusione nel consumatore.

I “verbi” utilizzati, qualche tempo fa erano principalmente due, biologico e biodinamico. Oggi, chi fa fermentare con lieviti indigeni e non selezionati, non utilizza solforosa e lascia che tutto avvenga in maniera casuale e spontanea, si definisce “produttore di vino naturale” e partecipa a manifestazioni dai titoli evocativi.

Ma nello specifico, agricoltura biologica, biodinamica e vini veri, naturali ecc. che cosa sono?

L’agricoltura biologica è un metodo di produzione definito e disciplinato a livello comunitario dal Regolamento CE 834/07, e dal Regolamento di applicazione CE 889/08, e a livello nazionale dal D.M. 220/95. La Comunità Europea stabilisce che cosa si può fare nel vigneto ma non quello che si può fare in cantina. È certificata e controllata la tecnica e non il prodotto.

L’agricoltura biodinamica è applicata in tutto il mondo dal 1924 da aziende di ogni estensione e tipologia, essa parte dal fondamento che l’azienda agricola è un vero e proprio organismo vivente a ciclo chiuso, inserito nel più grande organismo vivente cosmico, alle cui influenze soggiace. L’agricoltore biodinamico conosce tali influenze e conseguentemente adotta un metodo pratico che le favorisce, col risultato di avere terreni fertili e vitali e prodotti salubri.
È un apporto di conoscenze che si offre a integrazione della cultura agronomica ufficiale, determinandone il rinnovamento in uno spirito più etico ed estetico e che favorisce una nuova professionalità dell’agricoltore, cosciente e corresponsabile.
Dona un nuovo impulso cosmico plasmatore per cui la pianta, da manifestazione di sole forze naturali, sempre più diventa espressione di intervento professionale umano.

Chi certifica è una società che risponde al nome di Demeter:

Il marchio Demeter contraddistingue l’alta qualità del metodo agricolo biodinamico e ovunque uno vada nel mondo lo può trovare. Demeter è un marchio di TUTELA DELLA QUALITA’ BIODINAMICA, è un marchio collettivo internazionale registrato a Ginevra.

È quindi anche un marchio commerciale che vende ai contadini gli stessi prodotti con i quali potranno certificarsi biodinamici.

Poi esistono cose come “Viniveri” “Vinnatur” ecc. che, non sono altro che associazioni di produttori che si danno delle regole come una sorta di disciplinare(un manifesto) su basi biologiche e biodinamiche. Regole che nessuno controlla se siano applicate o meno, ma che da loro il diritto di autodefinirsi “produttori di vino naturale”. Ora c’è chi grida alla certificazione e chi invece all’autocertificazione, accusando magari il vicino di campo di pratiche “illegali” nei confronti della morale del gruppo.

Come ho già scritto il mio timore è che l’utilizzo di termini quali naturali, veri ecc. rischi prima di tutto di essere fuorviante nei confronti del consumatore e in secondo luogo di svilire una filosofia di vita che se testata, potrebbe essere davvero utile per chiunque. In questo momento ha tutta l’aria di una frenetica e ansiosa corsa alla distinzione forzata. Non pensate che troppo fracasso commerciale, possa essere inflazionante per un progetto intelligente, ma che non può ancora avere un fondamento scientifico completo? Non credete che questa forma di “controllo parziale” possa portare troppi produttori “furbi” ad approfittare del miraggio economico, sfruttando un’etica che, di fatto, non abbracciano?

Biologici, biodinamici, certificati, non certificati, autocertificati e in cerca di certificazione. Si parla e si comunica di tutto con grande frenesia e spesso senza ritegno. Lo fanno alcuni giornalisti, alcuni produttori e lo fanno molti consumatori ciclici.

Confusione, che continua a sommarsi a discorsi che spesso, sono privi di attendibilità, o quantomeno d’inconfutabilità.

Facciamo un pochino d’ordine? Ci spiegate qualcosa portando qualche dato significativo?

Franciacorta: tra prezzi al ribasso e qualità dell’industria(risposta a un quesito non esplicito).

Rispondo (prendendo la palla al balzo)con questo post alle domande e alle affermazioni di un lettore intervenuto nel post precedente, perché credo possa essere di interesse comune conoscere determinate, vinose dinamiche. Di seguito, in grassetto, l’intervento de “Il Chiaro”.

G.A.

< Di aziende franciacortine che escono a prezzi assurdi (9,20 con 1+1= 4,60 per un brut) ce ne sono state, ce ne sono e ce ne saranno sempre, ma il problema è capire perchè.
Forse che si è fatto il passo più lungo della gamba invstendo milioni di euro e poi producendo un franciacorta di valore dubbio?
Io la chiamo selezione naturale, prima o poi l’industriale bresciano la smetterà di pensare che l’azienda franciacortina fa figo e comincerà a fare i conti come i deve.

Piccola provocazione: premesso che concordo con il tuo scritto, è più scandaloso un brut a 5 euro o certe bollicine, sempre franciacortine, a 20 e più euro?>

Grazie per il tuo contributo. A 4,60 non avevo ancora visto nulla!

Il perché si può scovare in politiche commerciali nate in un momento tanto euforico, quanto confuso, del mondo del vino. Anni di grandi investimenti di chi, pur non facendo parte del mondo agricolo, ha visto nel vino la “El Dorado” dell’economia moderna.

La selezione sarebbe naturale solo se gli attori coinvolti facessero parte della stessa categoria e avessero la stessa cultura, per esempio quella della terra prima di quella del soldo. A quel punto, chi produce meglio, vince. Oggi invece si fatica “sette camice” per far capire alle persone il concetto di qualità, identità e cultura, come valori da salvaguardare. Gli unici a farne le spese, concretamente, sono i contadini che con il vino tengono in vita la loro famiglia.

Accetto la provocazione, soprattutto perché Camossi, come Arici, non vende i vini né a 5 né a 20. ;-)

Penso sia certamente più scandaloso vendere un vino che rappresenta un Territorio, a 5 euro. Quello stesso territorio che ha saputo ingolosire l’investimento di qualcuno perché rappresentava una “vettura” che funziona e che può funzionare meglio. Ma se funziona è perché qualcuno ha saputo costruirla con criterio e la sta guidando al meglio, quindi, se si decide di salire su quella vettura non si può pensare di condurla da subito, incurante e irrispettoso di chi su quel “mezzo” è passeggero da tempo.

Chi vende a 20 euro farà i conti solo con se stesso. Potrà anche mostrarsi grottesco, ma di certo non danneggerà il territorio.

Poiché nella tua provocazione il termine “bollicine franciacortine” rimbomba come un “rispondimi, che poi ti spiego cosa bevo io in Champagne con 20 euro…” e io non voglio far finta di nulla, ti rispondo prima che questo accada.

Franciacorta e Champagne: due territori, due vini che in comune hanno il metodo e per il 66%, anche le stesse varietà di vitigni.

Analizziamo i prezzi a confronto. In Champagne le grandi multinazionali hanno fatto cartello per i prezzi delle uve e hanno deciso gioco forza, lo smisurato allargamento dell’area di produzione. In Franciacorta questo gioco è nelle mani di chi fino a ieri non credeva nemmeno nel territorio. Prezzi alti nei momenti euforici e in netta flessione, ora che la richiesta viene meno. E i prezzi dei vini? Anche la Francia cala “le braghe”, con promozioni stile “fuori tutto”, dove a farne le spese, sono sempre i piccoli produttori, gli RM per intenderci, perché ne va dell’immagine del loro territorio, di quella Champagne che riportano orgogliosi in etichetta. Mal comune mezzo gaudio??

Un RM non compra uva (se non in minima quantità)e quindi non mi stupisco di bere straordinari vini a 20 euro(ne ho bevuti moltissimi e continuo a berne…), mi stupisco invece di trovare NM, che hanno pagato l’uva 5,50 con le bottiglie in vendita a 9. Mi chiedo davvero come si possa fare qualità, quando l’unico problema è non essere in perdita come in questo caso! La qualità ha sempre un costo.

Un contadino che non acquista l’uva e vuole fare qualità, in Champagne non si trova sotto gli 11 euro(parlo del prodotto base), come soglia minima per produrre un vino con quel metodo. Qualcosa si trova anche a meno, magari da produttori privi d’identità e spaventati dalla corsa al ribasso di qualche industria, ma spesso si tratta di vini dalla discutibile qualità. In Franciacorta le cose non sono diverse se non per il territorio, quindi trovare sul mercato franciacorta di livello a 4 e 60 la bottiglia, con l’uva a 1 e 30, è impresa assai ostica. D’ogni modo lascio l’ardua sentenza al consumatore evoluto. Ma quello non evoluto? Per evolversi identificherà il territorio in tale vino, che con la profonda identità della Franciacorta ha poco a che fare. Ecco un altro danno.

Poi, che si preferisca certi champagne ai franciacorta, non mi fa sobbalzare dalla sedia. Ricordo, infatti, che in Champagne i RM sono più di 4000, in Franciacorta forse 20(?). Una selezione lunga ma ricca di sorprese, quella francese, mentre qui da noi identificare qualcosa di serio non dovrebbe essere difficile. Dico dovrebbe, poiché vedo che anche operatori del settore, ancora faticano nel riconoscere un prodotto di livello in mezzo a pochi. Non discuto i gusti personali, anche se negli ultimi anni ho visto diventare scopritori e importatori di talenti francesi, un numero abnorme di persone che possono solo recare offesa al mondo del vino, per la loro assoluta pochezza di mezzi e di vini importati. Ecco un altro impietoso danno a chi produce vino.

Spero di essere stato esaustivo.

La Tutela del Territorio tra Etica e Responsabilità.

Prendo spunto da questo post dell’amico Franco Ziliani, relativo al territorio trentino, per lanciare nuovamente un sasso verso la Franciacorta.

Produrre metodo classico costa, così come produrre Franciacorta. Un anno e mezzo, a volte due, prima di poter commercializzare il vino. Le bottiglie sono prima accatastate, poi messe sulle poupitre, riprese nuovamente per la sboccatura e poi ancora per il confezionamento.  Costi commerciali e di logistica, solo per citarne un paio.

Allora, se tutto quanto ha un costo, come diavolo si fa a vendere un Trentodoc a 3,49 euro?? E allo stesso modo vorrei sapere come si possa vendere un Franciacorta a 5! Nel caso del Trentodoc la vendita è gestita da un discount che ha creato un proprio marchio, mentre per il Franciacorta il prezzo, è quello di vendita diretta da parte di qualche azienda rivolto a ristoranti, wine bar, ecc.

Ma com’è possibile, o meglio, chi può permettersi di vendere un prodotto tanto costoso a una cifra tanto bassa? Il contadino che coltiva la sua terra da sempre e quindi non ha sulla “groppa” l’onere dell’investimento dei terreni(per fare un esempio), oppure l’imprenditore poco lungimirante(è un paradosso che chi produce vino non sia lungimirante) che dopo pesanti investimenti deve solo preoccuparsi di non essere in perdita? A voi “l’ardua sentenza”.

Questo è senza dubbio il segno evidente della totale assenza di “cultura enoica”, che sfocia poi in una assoluta mancanza di rispetto per il territorio e per chi nello stesso vive grazie all’indotto generato dal mercato del vino, da parte di chi specula senza creanza. Mancanza di rispetto forse non voluta, a causa della profonda inconsapevolezza della materia, ma certamente lesiva.

Di questa politica dei prezzi, di questa concorrenza priva di sentimento che riduce il mercato del vino alla stessa stregua di quello delle pannocchie, o del tondino, chi ne fa le spese? Certamente il territorio stesso nel suo intrinseco valore, così come i produttori di vino, gli stessi che dovrebbero essere tutelati, poiché il loro compito è di tutelare un territorio che rappresenta un bene comune.

Per il bene comune esistono i consorzi, amministrati dai produttori stessi, nella cui etica risiedono la valorizzazione e la tutela del territorio, dal quale ogni consorziato attinge.

Ma non credete che tutelare un territorio non voglia dire solamente produrre un vino attenendosi ai disciplinari, che gli stessi produttori hanno stilato, ma voglia anche dire rispettare un’etica morale e comportamentale nelle questioni commerciali, per far si che le stesse non possano recare danno all’intero sistema?

A mio parere credo sia fondamentale il rispetto per certe regole non scritte. Principi che non hanno come fine quello di stabilire norme per una concorrenza commerciale equa, bensì per un “antagonismo”, che non appaia stupido agli occhi del consumatore.

Penso che alla fine, di questi atteggiamenti, ne faranno le spese tutti, chi più, chi meno. Qualcuno sta già pagando pesantemente, altri si sono già dovuti arrendere, schiacciati dalla mancanza di regole in grado di tutelare il territorio, dalla stupidità dell’uomo…

Che sia arrivato il momento di fare qualcosa prima che qualcosa si faccia noi??

p.s. ho solo lanciato un piccolo sasso.

Delirio Giapponese

Innanzi tutto sia ben chiaro: io mangio qualunque cosa commestibile, compreso la cucina Giapponese. Ciò che da italiano ho smesso di tollerare, sono le esaltazioni dettate dalle mode prive di ogni fondamento.

Negli ultimi anni si è visto crescere a dismisura il numero di ristoranti giapponesi e di fast food. Due culture, una orientale e l’altra occidental-americana. Mi soffermo solo su quella orientale, notevolmente sopravvalutata ed estremamente “soggiogatrice”, dell’italico palato. Quella occidentale è già stata etichettata come grezza, poco elegante e certamente distante dalla cultura mediterranea. Ma, soprattutto perché in quei luoghi è facile incappare in persone con gli abiti non perfettamente “stirati”.

Ieri, mi sono trovato nuovamente in uno di questi “templi” della cucina giapponese, con cascate d’acqua, laghetti artificiali, tende a creare piccoli privè, pesci rossi e un menù dai nomi che non evocano nulla, ma che però, avrebbe fatto tanto “figo” nella Milano da Bere di un tempo. Scodelle dentro le quali albergano “acqua del Gange” con piccoli cubetti bianchi insapore e alghe. Il pesce crudo con o senza riso. La salsa di soia per dare sapore.

Ora, qualcuno, soprattutto quelli che mi dicono “vai al giapponese in via Ducco che è decisamente meglio di quello in via Gasparo che però è meno trendy di quello in Viale Venezia” dove il Sushi è divino…”, chiedo: in che cosa un cuoco giapponese è meglio di un altro? In cosa trovate differenze tra il pesce crudo di uno piuttosto che l’altro, se non nella materia prima? Il mio pensiero è questo: Il frequentatore del giapponese, spesso, è chi non mangia nulla. Non mangia i piatti della cucina locale, non mangia la carne “al sangue”, non parliamo di rognone, fegato ecc. Non conosce la cucina locale. Non conosce la cucina italiana. E’ lo stesso che beve Champagne solo perché ha sentito dire che bere Champagne è sinonimo di grande “profondità d’animo” e di classe(a prescindere dall’etichetta, anche se solitamente si sceglie quella che scelgono tutti).

Io odio i piatti scialbi, soprattutto se spacciati come il nirvana della cucina mondiale.

Quindi vi prego, non portatemi mai in un ristorante, dove le cose per avere sapore devono sentire di soia e dove non posso nemmeno stappare una bottiglia di vino.

Ma, soprattutto evitate di cercare di convincermi che possa essere una cosa straordinaria.

La Gallina Ripiena: Evocatrice della mia Brescianità

La gallina ripiena, per un bresciano, non è solo un piatto ma un simbolo di una cultura locale che sta scomparendo. A me personalmente evoca le domeniche trascorse a Gambara, quando bambino, mi recavo con i miei genitori da nonna nel cuore della “bassa bresciana”.

La nonna Tina era il prototipo della donna ideale dell’immediato dopoguerra. Giunonica e irremovibile regina della casa e naturalmente del cortile, nel quale allevava ogni tipo di volatile buono da lessare e non solo. A lei spettavano l’economia e la sopravvivenza della famiglia, mentre il sostentamento economico competeva a nonno Nino. Nonno lavorava come “Capo D’aquaröl”, ossia era il responsabile di una squadra di uomini che avevano il compito di gestire l’irrigazione dei campi, al servizio di una grande azienda agricola a Pralboino, sempre nella bassa. Negli anni del “boom economico”, con lo svuotamento della campagne, i nonni per causa di forze maggiori, decidono di seguire la massa e di far crescere i figli in città, prima in via del Carmine e poi in via Milano. Non ho mai chiesto a mio padre se ha ricordi di quel viaggio, di quella migrazione… Eccessivamente dispotica con i figli (nei racconti di mio padre) quanto troppo indulgente nell’accudire il suo nipote prediletto(i nipoti eravamo solo io e mia sorella), ma Nonna è stata davvero una grande cuoca. Indimenticabili “i salamini di spinaci” con pasta fresca fatta da lei, spinaci dell’orto in besciamella, prosciutto cotto e fontina, per poi ricoprire il tutto con del Parmigiano Reggiano in scaglie che perdevano la loro forma quando inondate da burro fuso. E poi la gallina ripiena della quale sentivi l’odore a due paesi di distanza. Abbondava sempre con il ripieno, perché a me piaceva di più quello che la carne del volatile. Mi viziava sempre ed io stavo davvero bene.

Questo è ciò che mi ha evocato la domenica appena trascorsa con le stesse modalità di 25 anni fa. Questo è quello che mi ha fatto ricordare aver mangiato la gallina ripiena cucinata da Laura a casa di Giuseppe Marrelli; amico, artista, musicista e poi anche architetto di successo. Altri due amici “contemplativi” Anna e Pierpa, hanno portato i cannoncini alla crema di una pasticceria del centro e a me è toccato il vino. Una piccola graditissima “comune”. Per l’occasione un Pinot Nero 2007 “Nero Lucido” prodotto da Torre Fornello con TerraUomoCielo e un Barolo Vigna Rocche 2004 di Andrea Oberto. Tutto assolutamente perfetto.

Un piatto, un territorio, la gente e la cultura.

Quando nel tuo territorio ci nasci, cresci e lo vivi con intensità, puoi ritrovare in ogni cosa figlia della sua cultura, le emozioni dei sapori, dei profumi e delle sensazioni passate. Salvaguardare le tradizioni per creare innovazione intelligente, non solo da un punto di vista economico, significa crescita. Salvaguardare e divulgare tali tradizioni per evidenziare l’identità di un territorio e della sua cultura e non per esaltare la supremazia di una “razza”, è segno di saggezza e di consapevolezza del valore delle cose che ci circondano. È tempo che le persone che dal territorio attingono per i propri interessi commerciali (che vanno bene, ci mancherebbe..) comincino anche a dimostrare l’amore che nutrono e la riconoscenza, che devono sentire come obbligo morale, nei confronti del territorio stesso.

P.S. Per la prossima domenica, proporrei il coniglio!

Dosaggio Zero Andrea Arici: piccola variazione, ottimo risultato

Quotazioni per un uggioso sabato di gennaio.


Uno spiraglio di luce, dalla porta socchiusa del bagno, taglia in due i miei occhi gonfi di sonno.

Sono le otto. La faccia allo specchio non è nemmeno “vicina” a quella della sera prima!

Piove e fa un freddo “becco” qui in Franciacorta. Raduno le poche energie finite sotto i talloni, per trascinarmi al “Caffè degli Artisti” sotto casa. Sono già le undici.

Si vagliano le possibilità per muoversi. Pranzo dai miei, dove mio padre avrà certamente cucinato qualcosa di ricercato, oppure tappa “gastronomia e panetteria” per uno spuntino casalingo?  La pigrizia si fa padrona di me e opto per l’ipotesi meno dinamica.

Rincasato dopo un cammino di circa 300 metri con la “piva nel sacco”, mi accorgo che manca la cosa più importante, il vino. Apro lo “scrigno del nulla” ovvero il mio frigorifero, il quale “vede la luce” un paio di volte la settimana, e mi trovo una bottiglia di Dosaggio Zero sboccata il 16 ottobre, quindi la prima sboccatura della vendemmia 2007. Sto parlando del Dosaggio Zero “base”, naturalmente. Con quest’annata abbiamo deciso di inserire, in taglio, un 5% di Pinot Nero. Andrea lavora terreni nei quali negli anni scorsi abbiamo deciso di piantare questa varietà d’uva, perché in quella terra, è in grado di esprimere peculiarità interessanti, sin dalla forma del grappolo stesso. Quindi, man mano che queste vigne invecchiano, vanno ad arricchire, con la loro uva, il varietale di questo vino, la cui principale caratteristica si ritrova sempre nella sapidità che conquista il palato. Al naso la pietra focaia, caratterizzante di quei suoli calcarei, ma anche tutta la “gentilezza” di quella piccola parte di uva rossa, in grado di“addolcire” al palato questo vino, che di zuccheri ne ha solo 2 grammi per litro. Diversa rotondità rispetto alle annate precedenti, dove lo chardonnay da solo, esprimeva tutta la sua irruenza, che io continuo a trovare stupefacente, soprattutto dopo anni di sboccatura.

Ancora più complesso, ancora più goloso da bere. Due bicchieri, non di più. Poi lo degusterò nuovamente a febbraio, quando lo metteremo in commercio.

Ore 13. Magari mi dinamizzo, magari.

Da evidenziare per il 2010

Quattro gennaio

Appunti di lavoro per il nuovo anno.

Cose del 2009 da non dimenticare:

  1. La presentazione di questo progetto a New York e San Francisco.
  2. New York e San Francisco.
  3. Una bottiglia de “La Coulee de Serrant” 1984. Incredibile come dopo quindici giorni di frigo a bottiglia scolma e aperta, il vino non sia riuscito a ossidarsi di più, di quando appena aperto e versato.
  4. La bottiglia di Riserva Asili ’96 di Giacosa. Indimenticabile.
  5. La bellezza di Mantova e la perspicacia dei suoi ristoratori.
  6. Non mi devo scordare che quando un filo si spezza, si può riparare, ma non si possono riparare i segni della sua rottura.
  7. La prima intervista fatta a me e Nico.
  8. Il Dosaggio Zero millesimato 2005 di Andrea Arici. Ora posso dirlo: solforosa praticamente nulla.
  9. L’infinita stupidità mista spocchia di qualche sommellier che adesso scrive fesserie concernenti il vino. Siete davvero tanti, ma la giustizia “di vino” colpirà anche l’ultima vostra cellula.

10. Cascina Lenga e le figuracce di qualcuno.

11. Il camper e Francesco Orini.

12. Molte persone ti vogliono solo per convenienza mascherata da “sentimento”.

13. La calda vendemmia franciacortina.

14. La Vallecamonica e le sue montagne.

15. L’Erbanno.

16. L’Invernenga.

17. Il millesimato 2006 Extra Brut dei Camossi. In attesa di vederlo “vestito”.

18. L’impegno e la voglia di cambiare le cose delle persone che lavorano con me. Tutte!

19. L’importanza della fotografia e delle immagini come fonte di racconto.

20. Un mio progetto importante che si renderà concreto quest’anno.

21. Nico dimagrito.

Tutto il resto lo valuterò strada facendo; determinerò se sia utile o meno ricordare qualcosa o qualcuno in un anno lavorativo così ricco (parlo di emozioni…)com’è stato il 2009.

Pietre Colorate

Ricorderò per sempre lo scorso 16 dicembre come una delle giornate più fredde e grigie dell’anno. Ancora camper, ancora strada, ancora vino, ancora fotografia, luoghi, cibi, profumi e persone nuove da conoscere con le quali condividere idee sulla comune passione.
Ormai, sempre più spesso compagni di viaggio, Francesco Orini ed io, investiamo il tempo dello spostamento in chiacchiere d’ogni genere.
Partiti dalla Franciacorta in tarda mattinata alla volta di Parma, per toccare con mano “la prima” di Pietre Colorate. Questa volta il chiacchiericcio pareva più un lamento comune, una sorta di costante rumore di fondo, creato da tensioni professionali pre-natalizie. Nulla di grave se rapportata all’aria gelida e tagliente del centro di Parma, dal quale il camper, distante chilometri, pareva un miraggio soprattutto dopo il pranzo consumato insieme a Marco Pozzali. Indimenticabile quel “Fiocco Crudo”. Una camminata tonificante secondo Francesco, l’attraversata dell’Antartide per me. Di Marco ne avevo sentito parlare da Francesco, così come di Federico Graziani (che però non ho ancora conosciuto) tutti e tre anime dinamiche e fondanti, nella creazione di “Pietre Colorate”.
Un trimestrale formato “Repubblica”, un insieme di fogli di carta dalla struttura e dal profumo che ricordano il tempo passato, nell’estetica di quello che si può toccare; un contenitore di racconti, un Luogo per la libera espressione della quale il vino ne è sempre goliardico ambasciatore. Goliardico, non stupido(!) ed evocativo di tutto ciò che il vino rappresenta e di tutto ciò che del vino non può essere raccontato come una legge assoluta. Espressione dell’anima di chi scrive, magari inebriato da un buon bicchiere e non dal miglior vino del Mondo secondo qualcuno. Intelligente appunto, perché si parla dello spazio come contenitore di esperienze legate a una comune passione e non a un’ipotetica sostanza per farne una forma di comodo mercato.
Si racconta di viaggi, di esperienze delle quali si cerca di tracciare i confini dell’ambiente circostante(perché l’ambiente muta le cose vive, esattamente come l’uomo), così come nell’uva, nella quale si imprime l’impronta del territorio in grado di trasformare le caratteristiche del racconto, idealizzato nel vino che ne nasce.
Raccontare con la fotografia: negli splendidi scatti di Francesco l’anima delle cose che al contrario delle dicerie nelle quali sarebbe rubata con uno scatto, diventa invece luce per ogni cosa immortalata.
Emozioni e tanta voglia di leggere, sono quello che mi ha trasmesso Pietre Colorate.
Persone che raccontano se stesse nelle cose che vivono.
Davvero un bellissimo Luogo che vi consiglio di visitare presto…