Tracce di uno sfogo

Ricevo e pubblico la riflessiva mail di un amico.

G.A.

Oggi, ancora una volta, mi sono scontrato con la stupidità umana, con l’arroganza, con lo sbeffeggiamento che maschera una profonda rozzezza e ignoranza.werther

Perché, ti chiederai, mi dici questo? Perché leggendo il tuo blog e in particolare l’ultimo intervento ho trovato materiale per la mia ennesima indignazione. Perché pranzando alla Cantina di Esine mi è stato raccontato dai titolari che la buona formaggella di capra che stavo assaggiando è frutto del lavoro e della passione di un ragazzo che fa il manovale per potersi “permettere” un piccolo gregge di capre. Gregge da poco dimezzato da un branco di grossi cani randagi poi abbattuti: non il consorzio di cui faceva parte, né alcuna altra realtà l’ha aiutato, nemmeno l’assicurazione che deteneva e che, suppongo, avrà trovato  cavilli per escludere il suo caso da quelli risarcibili.

Poi senti di contributi comunitari che vanno ai soliti noti, di esperti mondiali che ipotizzano il prezzo del vino per i mercati emergenti a pochi euro la bottiglia e finisci per mescolare tutto, l’ingiustizia a fare da collante e catalizzatore. Poi ancora vai al Sana e in uno spazio chiamato BioQualiVino trovi personaggi che ti fanno commuovere, ai quali chiedi come fanno a “vivere” con poche migliaia di bottiglie, e ti senti rispondere con un sorriso candido e per nulla supponente che ci riescono “non spendendo”, perché sono contadini e vivono pressoché di quello che coltivano. Ti senti dire che consumano i loro prodotti anche perché l’adeguarsi alle normative vigenti per poter vendere qualche salame, del formaggio costerebbe loro cifre che non hanno disponibili. E il loro vino, non è poesia retorica o fette di cattivo salame sugli occhi e sul palato, diventa più buono, più pieno, colmo com’è d’impegno e rispetto per la terra dove nasce.

Così ti chiederei di scrivere qualcosa su un’altra Franciacorta, quella dei “piccoli” che non molti conoscono, quella dei coltivatori che chiedono il giusto prezzo per i loro vini, non di più e non di meno di quello che valgono. La Franciacorta e i Franciacorta che sono uno diverso dall’altro, che esprimono un carattere, una tipicità, un’originalità lontana anni luce dall’omologazione che vuole il gusto medio per il consumatore medio e via di mediocrità crescendo. Senza spocchia, certamente, che piccolo non vuole necessariamente dire buono od onesto, ma anche con la convinzione che queste siano le realtà difficilmente copiabili, riproducibili.

Se lo sforzo per questa lettura non ti ha definitivamente convinto della mia insana follia, rispondimi, rispondimi di sì, che dirai qualcosa, senza violenza ma con fermezza, senza impugnare l’improbabile spada della verità assoluta ma nemmeno indossando i facili panni di chi è sempre col più forte, che lo so, lo so per certo non essere i tuoi.

Quintomiglio

logoNe comunico notizia postuma, poiché ho voluto accertarmi, dal gentile Max Cochetti, appassionato Blogger Enoico, se i vini delle aziende di TerraUomoCielo abbiano reso entusiasta il gusto degli abitanti di San Donato Milanese. Logicamente sto scherzando, la mia assenza è stata dovuta dalla concomitanza con il Festival Franciacorta, ma, di fatto, in quel di San Donato si è dato vita ad una associazione davvero interessante. Si chiama “Quintomiglio” fondata da un gruppo di amici che ama la propria città, che vuole salvaguardare le tradizioni e la cultura del vino e dei prodotti genuini. Così, il 20 settembre si è svolta la festa del patrono e i ragazzi del Quintomiglio erano presenti, con il loro tavolo, a far degustare una batteria di vini bresciani, dal Lago di Garda alla Franciacorta. Camossi, Cantrina e Colline della Stella, in un evento racchiuso in un titolo che più veritiero non si può: “Brescia: non solo Franciacorta”.

Tutto quello da sapere su questa bella associazione culturale potete trovarlo QUI.

Un grazie a tutti i membri del Quintomiglio per aver saputo ascoltare, prima di degustare.

Profumi di Mosto 2009: d’accordo su tutto tranne…

E’ un settembre ancora caldo, che mi permette di muovermi in vespa dalla Franciacorta alla Valtènesi attraversando la mia città. La natura in questa coda d’estate è fantastica. Il verde delle foglie di vite si “aggrappa” agli ultimi raggi di sole prima di vestirsi di rosso e oro, per poi abbandonare nude le piante. Nelle terre del vino della mia provincia si respirano i profumi della vendemmia e attraversare le colline in vespa, con il mio “caschetto” arancio, è l’apoteosi della libertà dei sensi. rootprofumi_di_mostoIl consorzio del Garda Classico identifica come suoi i profumi del mosto facendone un’interessante manifestazione itinerante per le cantine del territorio. Così, ben 23 aziende saranno impegnate a dare ristoro a tutti gli avventori che, con un biglietto da 20 euro (acquistabile in una delle aziende aderenti) potranno muoversi  sulle dolci morene gardesane visitando ogni singola azienda. “Profumi di Mosto” si svolgerà domenica 11 ottobre dalle ore 11 fino alle 18 per poi invitare tutti quanti alle 18e30 presso il municipio di Polpenazze per un brindisi conclusivo con gli spumanti prodotti in Valtènesi (??) e per la presentazione del libro “Cuore divino” ovvero una raccolta di fotografie fatte lo scorso Vinitaly utilizzando lo spazio del consorzio del Garda Classico come set e che vede ritratti diversi produttori e personaggi del mondo del vino tra i quali molti amici, come Marina Cvetic, Silvano Zamò, Franco Ziliani e Andrea Arici per citarne alcuni. Un’iniziativa davvero interessante, per conoscere da vicino il territorio gardesano e la sua produzione di vini rossi, denominati “I rossi della Valtènesi”. Sicuramente un’occasione importante per conoscere da vicino i produttori e per degustare la miglior produzione della Valtènesi. Ma c’è un “ma” forse di poco conto, ma non posso non sottolinearlo.

Ora, sono organismo non votante, ma se dovessi votare quel partito piuttosto che quell’alto e questo dovesse produrre cose poco chiare, che si mostrano confuse agli occhi di tutti, non riuscirei mai a stare zitto per qual si voglia convenienza. Così, come non approvo manifestazioni che osannino le produzioni franciacortine di vini “fermi” passati dalla denominazione “Terre di Franciacorta” rosso o bianco, alla meno romantica “Curtefranca”,  perché inconcepibili nell’identità che si è voluta costruire il territorio, non posso esimermi dal sottolineare come la stessa cosa mi infastidisca in una zona come la Valtènesi, che sta cercando, con le unghie e con i denti, di dare maggior senso alle proprie produzioni di vini rossi. Domanda: a che serve scrivere nel comunicato stampa che il brindisi finale sarà fatto con i “famosi”(famosi l’ho aggiunto io) spumanti prodotti nel territorio della Valtènesi?? Era necessario scriverlo? E’ necessario che vi siano? Che cosa vuole produrre questo splendido territorio? Bollicine, rossi, bianchi, passiti, birra?? Scusate, ma non sarebbe stato meglio continuare, e chiudere la manifestazione, magari con i rossi o, perché no, con i Chiaretto oggi come oggi anima pulsante del territorio?

Io personalmente ho una visione diversa di quello che dovrebbe essere il vino nella mia provincia. L’insieme delle identità presenti, quali il Garda Classico, la Franciacorta, il Botticino, il Capriano del Colle e la Valcamonica, quando deciderà la strada da percorrere, che si sostengono a vicenda per dare visibilità all’intero territorio. Un sistema vino in grado di dialogare con incisività con le istituzioni e i comuni della provincia, per salvaguardare il paesaggio e le sue diverse culture, per comunicare al mondo l’importanza che ha e che può avere la provincia bresciana nella produzione di vino. Un sistema vino non più individualista ma collettivo nei confronti di un interesse comune. Territori come la Franciacorta, il Garda e le altre zone, compresa la nostra città, uniti per creare un sistema turistico in grado di far conoscere, e riconoscere, l’intero territorio fatto di grandi peculiarità e forti identità. Pensate che uniti la provincia non vi ascolti? Non credete sarebbe meglio che ognuno costruisse la propria identità per poi farne una comunicazione di maggior risalto e in misura proporzionale per tutti, così da non scontentare nessuno? Credo che  muoversi insieme sarebbe utile sia per Davide che per Golia. Non credete?

Festival e dopo Festival: un mare di sorrisi!

Indubbiamente è stato un Festival Franciacorta con molte luci e poche ombre. Il livello qualitativo delle produzioni del territorio si è innalzato assai rispetto agli anni passati (a dirlo sono stati molti amici e professionisti del mondo del vino) soprattutto nelle piccole e medie aziende. Iniziato venerdì sera con il concerto che doveva essere di Mario Biondi, che poi fu della Mannoia per qualche minuto, e che infine ha visto sul palco un’ironica Vanoni capace di non far rimpiangere nessuno, si è concluso nel migliore dei modi, ovvero con una festa fuori da Villa Lechi a cancelli chiusi, della quale rivendico la paternità assieme all’amico Lorenzo Gatti, dove hanno partecipato molti produttori portando ognuno una bottiglia e offrendola agli avventori. Del resto il vino non è solo giudizio, lavoro e serietà, ma soprattutto aggregazione, ironia e spensierata leggerezza.

P.S. Spero di non offendere nessuno con la pubblicazione di queste fotografie, nel caso non dovete far altro che comunicarmelo e provvederò immediatamente a rimuoverle, lasciando solo la mia con il casco in testa! Grazie a tutti.

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Il Groppello

Difficile trovare, in rete, informazioni in grado di raccontare cosa sia nello specifico il Groppello. Dopo l’entusiasmante “sperimentazione“ della scorsa vendemmia, della quale in molti si sono accorti, quest’anno a Cantrina si raccoglie ancora il Groppello. DSCN0660L’uva non deriva certo dai sei ettari di proprietà dell’azienda nell’omonima frazione, ma da un vigneto affittato nel comune di Lonato, sulle colline moreniche che sovrastano il Lago di Garda. Sperimentata in passato la coltivazione del vitigno anche a Cantrina, ma poiché i risultati ottenuti non si sono mostrati soddisfacenti, si è optato per non incaponirsi e per ricercare il terreno migliore nel quale veder crescere al meglio questa difficile varietà. Infatti, il vitigno è ostico e di difficile maturazione soprattutto se coltivato in terreni non particolarmente adatti e in zone notevolmente umide. Un vitigno anche molto discusso, in quanto, è ancora difficile identificarne le peculiarità nella multiforme produzione della zona. Tre le tipologie conosciute: il Groppello Gentile, il Groppello di Mocasina e il Santo Stefano (nella fotografia l’evidente differenza fra il Groppello di Mocasina, a sinistra, e quello Gentile). Il terreno dal quale deriva l’uva è molto particolare. A ridosso di una piccola collinetta, con una terra estremamente drenante e colma di ciotoli a creare uno “scheletro” degno di nota. Varie, ed eventuali, le interpretazioni in vino date dai produttori della Valtènesi al loro vitigno autoctono. Non esiste ancora una strada ben delineata per stabilire quale possa essere il miglior modo per esprimere, nella maniera più sensata, le peculiarità del Groppello, ma la ricerca, la sperimentazione e il confronto cominciano a dare risposte chiare. A Cantrina, il Groppello s’interpreta in questo modo: le uve raccolte in cassetta la mattina, vengono portate al freddo di cantina fino alla mattina successiva, per poi essere pigiate. DSCN0680Estrazione del colore e fermentazione in acciaio, come l’affinamento per sei mesi prima dell’imbottigliamento di aprile e la messa in commercio, che può variare di annata in annata, nel mese maggio. Integrità di profumi di ciliegia e pepe, freschezza ed equilibrio, a rendere evidenti i tratti “somatici” di un vino che vede nella sua giovinezza il più vivace splendore, ma che siamo certi possa “sfidare qualche anno” per offrire diverse sensazioni anche a “discapito” di una fetta di “vivacità”.xca2090326092845

Crisi e Prezzi del Vino

Leggo solo oggi le interessanti affermazioni di Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura, inerenti all’attuale crisi nella quale versa il comparto vinicolo italiano(QUI l’articolo completo).  for-sale-signSi parla di mercati stagnanti e conseguentemente di vino invenduto, di listini che nell’arco di un anno perdono il 23% del loro valore, quindi della tendenza a ribasso dei prezzi d’origine, delle richieste di espianto per quasi 26000 ettari… Si parla quindi di crisi preoccupante e della necessità che vi sia un intervento nazionale per favorire la vendita e la commercializzazione dei vini italiani. Poi, in mezzo a tutte queste cose trovo anche questo: “Il lavoro degli agricoltori nei vigneti deve essere valorizzato con adeguate politiche di mercato, altrimenti in molti abbandoneranno il settore e con loro si perderà la nostra tradizione di eccellenza produttiva”. Staremo a vedere se, nel caso ci fossero contributi, si ricorderanno davvero dei tanti contadini che popolano “l’enoica Italia”, oppure se daranno ancora contributi ad “industrie del vino” per costruire mausolei! Oltre a perdere la nostra tradizione di eccellenza produttiva, da anni stiamo smarrendo l’origine della cultura che porta in seno chi produce vino, ad appannaggio del business che ha portato gente, al di fuori di questo mondo, a investire milioni di euro con il fine unico di poterne guadagnare almeno più del doppio nel giro di poco tempo. Ora che le cose non stanno andando bene e che i tanti investimenti non stanno facendo guadagnare quanto ci si aspettava, ecco che si ricorre ai tagli dei prezzi. Tagli sostenibili solo da aziende che hanno la funzione di essere la seconda o addirittura la terza attività del “feudatario”, che magari la penserà così: “anche se ne esco alla pari, va benissimo!”.  Il problema fondamentale è che spesso, questi investimenti sono fatti in territori in forte crescita e dall’importante “blasone”. Così, piantando le proprie viti su un rinomato suolo, la vendita del prodotto non sarà difficile (questo è quello che devono aver pensato). Oggi, con l’attuale momento economico, si stanno rendendo conto che, forse, non è proprio così facile! Decidono quindi di ridurre all’osso i prezzi con mirabolanti e contorte promozioni che tolgono dignità a un territorio che si è costruito negli anni e mettono in difficoltà chi, con la propria piccola produzione di vino ci vive, in quanto il contadino non può vendere alla stesso prezzo “dell’industria”, i costi sono diversi. Ma è questo l’unico modo che conoscono gli “enoici investitori” per vendere il loro prodotto? A me pare la conferma che ognuno debba fare il proprio lavoro! Risultato: chi sa fare un grande vino, ma non ha la possibilità (spesso perché non gli è mai stata data) di gridare al mondo la propria esistenza, scomparirà e con lui la sua storia e la sua arte. Chi non lo sa fare sopravvivrà, magari chiudendo l’azienda o vendendola ai russi, ma non gli mancherà mai il pane e la Porche in nessun caso. Questo credo sia un tema che meriterebbe un poco di attenzione da parte di tutti.

Voi cosa abbinereste a …?

Nel profondo e sconosciuto mondo dell’edonismo, (ne troviamo un saggio superlativo nel libro “La potenza di esistere” manifesto edonista di Michel Onfray) nel quale il vino è imprigionato da anni, sono a chiedermi se il nettare di bacco sia esclusivamente abbinabile a una pietanza o meno. Mangiando sempre fuori, la sera ordino raramente il vino al tavolo, salvo che non sia in compagnia. Quindi, mi mangio un piatto e rimando la voglia di vino al rientro nella “tana”. Accendo il computer, mi leggo qualche notizia e contemporaneamente Maria Luisa Busi mi racconta i fatti del giorno… Così, in una notte dove la tivù passa la pubblicità commemorativa di Mike Bongiorno mi viene in mente, guardando le fotografie di New York, che tra poco sarà l’ottavo anniversario del crollo delle torri. SN850549Insomma, un repentino cambio di pensiero, un catapultarsi con la mente allo stupore di quel giorno, una fitta allo stomaco. La voglia di vino è cambiata, o quanto meno la rappresentazione che lo stesso avrebbe dovuto sostenere, allegria serenità, quasi spensieratezza leggera hanno lasciato spazio ad altre sensazioni di diversa natura ma di grande spessore. Così, la voglia di lasciarmi andare con una “bollicina” (parlo solo e sempre di metodo classico in quanto, vini prodotti con altri metodi di spumantizzazione ci pensa già il buon Zaia a “sponsorizzarli”) fresca, profumata e senza troppe pretese si è trasformata nella necessità di bermi un vino più “impegnativo”, di maggior concetto, di assoluta riflessività. Una bottiglia più matura, di maggior profondità, una di quelle che non riusciresti mai a berti all’ora dell’aperitivo in piazza. In altre parole, a questo mio stato d’animo avrei abbinato un Amarone della Valpolicella, una vecchia annata di Quintarelli o il “Casa dei Bepi” di Viviani, oppure un Sagrantino, sempre “vecchio” oppure un “Villa Gemma” del 1995 di Masciarelli. Ovviamente, non possedendo in casa nessuno di questi, mi sono “buttato” su una bottiglia  di Volterrano 2007 (100% Sangiovese)di Fontemorsi. Ottimo.

Dopo aver aperto il vino e dopo la carrellata pubblicitario-televisiva, una notizia ha stravolto la mia quiete riflessiva: Noemi Letizia, alias “La Dea dell’amore” di quel cavaliere errante che risponde al nome di Silvio (almeno così riportano i giornali), è sbarcata a Venezia in occasione del Festival del Cinema e subito è stata presa di mira da cameraman e fotografi, manco fosse Nicole Kidman! guerrieroIl pezzo completo potete leggerlo QUI. Ora, il mio umore quieto e riflessivo ha ricevuto un duro attacco dalla parte più ilare e sarcastica di me, facendo anche apparire tutta quella latente tristezza che non mi appartiene. Così, il mio desiderio di vino è cambiato nuovamente. Ora ci vuole un brindisi più che beffardo, per festeggiare un’Italia alla quale viene rapita “l’intelligenza“ ad appannaggio di tale informazione (intendiamoci, non ce l’ho con chi fa una cronaca di tale episodio, in quanto tale racconto è una precisa richiesta del pubblico pagante e il giornalista non fa altro che soddisfare “l’invocazione” del popolo). Ci vuole una bollicina “rude”, con note verdi spiccate e con l’acidità quasi in eccesso rispetto a una non ben definita struttura, per riuscire a mandar giù questo ennesimo boccone amaro. Un vino senza pecche eccessive, figlio di un vitigno autoctono molto particolare che ne giustifica la complessità e al contempo la mia difficoltà nel decifrarlo fino in fondo. In ogni modo, un vino davvero molto interessante, un Durello dei Monti Lessini di un piccolo produttore, Fongaro, consigliatomi dal mio amico Nicola Chiavegato, comunicatore di TerraUomoCielo in quel di Verona. Il vino adatto per tanto unto!

Ma voi, cosa abbinereste a questa notizia, quale vino? Cosa pungola nella vostra mente, questa ennesima dimostrazione di imbarbarimento culturale?

Arti e mestieri che devono sopravvivere.

Venerdì scorso si è svolta la quarta edizione di “Erbusco in tavola”. DSCN0559Una bella serata, nella quale ho potuto abbracciare alcuni amici che non vedevo da qualche tempo, altri che credevo lo fossero (ma evidentemente mi sbagliavo), mi sono bevuto qualche bicchiere di Franciacorta, sempre ottimi, degli amici Bruno, Aldo ed Enzo e Lorenzo (oltre naturalmente all’incetta del Brut di Camossi) e mi sono poi imbattuto in un banco profumatissimo e colorato, di fronte al quale si facevano “saltare” delle mirabili salamelle su di un barbecue a gas, uno di quelli modernissimi. La signora dietro al banco mi chiede se mi va qualcosa, io gentilmente rispondo che il colore dei tagliandi a mia disposizione non è quello che mi consente di consumare da Lei. Con un sorriso ha esordito dicendomi che a quell’ora, autonomamente, ha scelto di offrire i loro prodotti a chiunque, anche se sprovvisto di tagliando. Ho trovato la cosa davvero intelligente ma insolita e in controtendenza rispetto a chi, appena finito il flusso di gente, ha sparecchiato la propria postazione in fretta e furia, forse anche per aver terminato anzitempo i viveri… Un piatto di salumi ottimi per me e per i miei amici, seguiti da un panino con una di quelle salamelle. Gusti di un tempo, dei quali è difficile  descrivere la bontà davvero superlativa.  Stupito e incuriosito moltissimo dall’atteggiamento gentile della signora, ho chiesto di poter fare una fotografia e di raccontarmi qualcosa. La “Macelleria Roberto” della famiglia Pagani è una di quelle cose straordinarie che i nostri tempi, ci stanno facendo perdere. Il signor Roberto con la moglie e i due figli gestiscono, a Erbusco, due punti vendita, hanno un macello tutto loro e acquistano solo bestie femmine allevate sempre nel comune di Erbusco o lì vicino. Un”chilometro zero” a cinque minuti da casa mia. Queste cose mi entusiasmano davvero! Mi entusiasma il modo, figlio di una cultura considerevole, derivante da lavoro, con il quale queste persone si sono espresse per offrire i frutti del loro mestiere. Mi piace che sia una famiglia intera a occuparsi dell’attività e che i figli continuino nell’opera iniziata dai genitori, anche se mi rendo conto non sia facile. A loro, infatti, vorrei ricordare che la strada che hanno intrapreso non li vede “solo” come dei macellai, bensì come custodi e divulgatori di una cultura che deve resistere anche sotto gli incessanti colpi di un mercato che non ha più rispetto di nulla se non del denaro. A loro (e alle rispettive fidanzate che non si sono volute far immortalare) va il mio più grande augurio.

A volte abbiamo bisogno che ci vengano portati all’attenzione questi mestieri che spesso dimentichiamo e che non si limitano ad essere mere attività produttive.Fanno di più. Portano dentro di sè la tradizione culturale e sociale di un territorio. Mi rivolgo ai giornalisti che si interessano di usi e costumi vari nel mondo enogastronomico variegato che abbiamo, per nostra grande fortuna, in Italia. Raccontateci più cose che hanno questo sapore. Fateci sentire il profumo delle tradizioni.

Macelleria Roberto

Via Verdi, 24

Erbusco (BS)

Tel. 0307267206-0307267500

Mail: macell.roberto@tiscalinet.it

P.S.

Purtroppo non sono solito cenare a casa, ma non appena Nico m’inviterà nuovamente per pranzare la domenica da lui, (adoro quei pranzi )saprò dove comprare qualcosa con cui stupire, da abbinare a grandi a vini.

Brunello 2003: il più brutto anatroccolo di sempre?

Difficile, molto difficile oggi vendere Brunello di Montalcino. Difficile per l’attuale crisi che sta colpendo l’intero comparto vinicolo, per il “rigetto”, in questo periodo, al consumo di vino rosso e ancor più difficile se si tratta dell’annata 2003. P1030501Annata calda, che ha dato dei vini troppo opulenti, quasi “stanchi” in una bocca quella di oggi, parlando degli attuali gusti degli eno-appassionati e dei critici, impegnata nella ricerca di vini “più fini”, di maggior freschezza e maggiore impatto nella comprensibilità. Di quest’annata, s’è data una visione negativa in tutta quanta l’Italia ma, a mio modo di vedere, forse alcuni giudizi troppo affrettati o per lo meno troppo alla “famo de tutta l’erba n’fascio”. Esistono, infatti, ottimi Brunello di Montalcino 2003 così come molti altri vini rossi, di altre zone d’Italia. Ultimamente ne sto facendo incetta, in quanto in molti ristoranti è una delle annate rimaste in abbondanza nelle carte. Ci sono davvero cose interessanti. Tornando al Brunello, bisogna ricordare anche che l’annata 2003 è stata quella di “Brunellopoli” ovvero lo scandalo del Brunello taroccato. Bisogna anche dire che, con l’attuale crisi i prezzi del Brunello, in alcuni casi, hanno subito un “leggero” ritocco dei listini verso il basso e quindi figuriamoci se qualcuno ora acquista quelle giacenze di 2003 rimaste nelle cantine. Eppure io un pensiero lo farei, visto che mi è capitato ultimamente di bermi Brunello 2003 prodotto da piccole aziende contadine che s’impegnano per produrlo come tradizione vuole, in altre parole con il solo sangiovese, davvero ottimi. Vini ancora nervosi che si possono osservare quasi in prospettiva, dal colore ancora vivo e dalla struttura possente, spesso sostenuta da una buona acidità. Intendiamoci, non sto di certo parlando dell’annata 1996 che è stata sottovalutata ad appannaggio della 1997 più che mai sopravvalutata sempre dagli eno-critici. Sto parlando di una delle annate meno entusiasmanti del decennio, ma non di una da dimenticare! Ritengo infatti, come ho detto sopra, che si possano trovare ottimi Brunello 2003, in questo particolare momento, poi, credo sia ad un ottimo livello di maturità. Pronto per la beva ma con ancora qualche anno di interessante, o per lo meno curioso, futuro evolutivo.

A proposito di Cultura del Vino

Ricevo e pubblico molto volentieri questa attenta, sentita e intelligente lettera ricevuta ieri da Patrizia Signorini. Una disamina chiara che sottolinea l’importanza della formazione dell’individuo per un cosciente consumo del prodotto vino, ma non solo…

Buona lettura

G.A.

Si parla e si discute con palese accanimento e spesso legittima preoccupazione attorno al tema del consumo di alcol e avendo dedicato la mia vita professionale al mondo del vino non posso che partecipare con pari tensione al dibattito che si è aperto un po’ ovunque.  Il dettato della legge va sempre rispettato, e questo in ogni ambito del comportamento sociale, ma una cosa è parlare di legalità un’altra è parlare di cultura. Se nel singolo mancano cultura, educazione, responsabilità, senso civico, non essendo percepito come valore etico efficace il principio della legalità è sempre a rischio di trasgressione. Il grado di civiltà di una comunità si misura infatti osservando il comportamento, valutandone le sue premesse e giudicando le conseguenze evidenti. Se il consumo dell’alcol viene genericamente assunto a disvalore tout court esattamente come secoli di civiltà hanno fatto acquisire il concetto di male insito nell’omicidio,  siamo a mio avviso di fronte ad una equazione infruttuosa perché strumentale e grossolana, che cerca un alibi a problematiche umane molto diverse, per evitare le quali si attribuiscono alla sostanza o all’evento di turno tutte le colpe della devianza personale che è invece la vera origine del danno.

Allora dobbiamo veramente parlare di cultura ed abbandonare gli anatemi ideologici;  con la parola cultura si intende la profonda e vera formazione dell’uomo, quella premessa essenziale  che attinge a valori e conoscenze fondamentali utili per strutturare un comportamento coerente con il senso del vivere in comune. E’ sulla formazione che si deve concentrare il dibattito: non esiste possibilità di successo legale se non si parte dalla educazione dei singoli. Parlando in particolare di consumo di vino, mi pare addirittura inverosimile essere costretta a ricordare che secoli di storia ci illuminano su come l’uomo abbia legato la propria evoluzione alla coltivazione della vite, alla conoscenza della trasformazione dell’uva in un’opera mirabile come il vino che si inserisce di diritto nella alimentazione umana e alla cui evoluzione sono legate tappe fondamentali nel costume, nell’economia e nella società soprattutto europea di secoli e secoli. Peraltro, proprio la mancanza di una educazione seria in famiglia e nella scuola porta i giovani e gli adulti ignoranti a non sapersi gestire e quindi oggi a infrangere una legge a mio avviso severa ma giusta, e tuttavia inutile se caricata dell’onere di risolvere un problema che è culturale e non meccanico. In 30 anni e più di lavoro non ho mai visto un professionista o un appassionato del vino eccedere o comportarsi in modo pericoloso per sé e per gli altri: se così fosse, 40 anni di Vinitaly sarebbero segnati da una ecatombe. Mi pare evidente che le sanzioni colpiscono coloro che hanno comunque disprezzo delle regole civili di comportamento e che abusano dell’alcol in sé piuttosto che del vino, anche se purtroppo la vera penalizzazione la stanno subendo coloro che si vedono costretti a rinunciare a normali abitudini alimentari che si chiamano “gusto” e non vizio. E qui sorvolo, ma segnalo l’enorme danno economico che questa crociata zoppa sta provocando in uno dei comparti produttivi più importanti del Paese.

Ritengo che le autorità debbano porsi finalmente il problema dell’educazione e debbano coinvolgere in modo serio chi ha la competenza di parlare di vino e di educazione alimentare, evitando di lanciare messaggi faziosi e ideologici che non hanno fondamento nella nostra cultura e che non hanno nessuna presa in quanto si risolvono nell’ennesimo spauracchio proibizionista piuttosto che in un percorso formativo sereno , consapevole e soprattutto rispettoso della bellezza della nostra cultura. Le migliori Enoteche Italiane, tantissimi  produttori di vino, innumerevoli operatori professionali del settore, coinvolti fortemente nell’affrontare un problema di miglioramento del comportamento sociale,   che peraltro è  connotato in grandissima parte all’abuso di superalcolici e stupefacenti piuttosto che del vino, si stanno adoperando per mettere al servizio di tutti esperienza, conoscenze e occasioni di studio per intervenire con equilibrio nella materia della formazione: la legge aiuta ma non educa e non si evita ciò che non si conosce. E chi conosce veramente il vino non ne abusa mai, e di certo ringrazia Cristo per averlo posto al centro della storia anche religiosa dell’uomo.

Patrizia Signorini – Enoteca Cremona -