Ricevo e pubblico la riflessiva mail di un amico.
G.A.
Oggi, ancora una volta, mi sono scontrato con la stupidità umana, con l’arroganza, con lo sbeffeggiamento che maschera una profonda rozzezza e ignoranza.
Perché, ti chiederai, mi dici questo? Perché leggendo il tuo blog e in particolare l’ultimo intervento ho trovato materiale per la mia ennesima indignazione. Perché pranzando alla Cantina di Esine mi è stato raccontato dai titolari che la buona formaggella di capra che stavo assaggiando è frutto del lavoro e della passione di un ragazzo che fa il manovale per potersi “permettere” un piccolo gregge di capre. Gregge da poco dimezzato da un branco di grossi cani randagi poi abbattuti: non il consorzio di cui faceva parte, né alcuna altra realtà l’ha aiutato, nemmeno l’assicurazione che deteneva e che, suppongo, avrà trovato cavilli per escludere il suo caso da quelli risarcibili.
Poi senti di contributi comunitari che vanno ai soliti noti, di esperti mondiali che ipotizzano il prezzo del vino per i mercati emergenti a pochi euro la bottiglia e finisci per mescolare tutto, l’ingiustizia a fare da collante e catalizzatore. Poi ancora vai al Sana e in uno spazio chiamato BioQualiVino trovi personaggi che ti fanno commuovere, ai quali chiedi come fanno a “vivere” con poche migliaia di bottiglie, e ti senti rispondere con un sorriso candido e per nulla supponente che ci riescono “non spendendo”, perché sono contadini e vivono pressoché di quello che coltivano. Ti senti dire che consumano i loro prodotti anche perché l’adeguarsi alle normative vigenti per poter vendere qualche salame, del formaggio costerebbe loro cifre che non hanno disponibili. E il loro vino, non è poesia retorica o fette di cattivo salame sugli occhi e sul palato, diventa più buono, più pieno, colmo com’è d’impegno e rispetto per la terra dove nasce.
Così ti chiederei di scrivere qualcosa su un’altra Franciacorta, quella dei “piccoli” che non molti conoscono, quella dei coltivatori che chiedono il giusto prezzo per i loro vini, non di più e non di meno di quello che valgono. La Franciacorta e i Franciacorta che sono uno diverso dall’altro, che esprimono un carattere, una tipicità, un’originalità lontana anni luce dall’omologazione che vuole il gusto medio per il consumatore medio e via di mediocrità crescendo. Senza spocchia, certamente, che piccolo non vuole necessariamente dire buono od onesto, ma anche con la convinzione che queste siano le realtà difficilmente copiabili, riproducibili.
Se lo sforzo per questa lettura non ti ha definitivamente convinto della mia insana follia, rispondimi, rispondimi di sì, che dirai qualcosa, senza violenza ma con fermezza, senza impugnare l’improbabile spada della verità assoluta ma nemmeno indossando i facili panni di chi è sempre col più forte, che lo so, lo so per certo non essere i tuoi.
Ne comunico notizia postuma, poiché ho voluto accertarmi, dal gentile
Il consorzio del Garda Classico identifica come suoi i profumi del mosto facendone un’interessante manifestazione itinerante per le cantine del territorio. Così, ben 23 aziende saranno impegnate a dare ristoro a tutti gli avventori che, con un biglietto da 20 euro (acquistabile in una delle aziende aderenti) potranno muoversi sulle dolci morene gardesane visitando ogni singola azienda. “































L’uva non deriva certo dai sei ettari di proprietà dell’azienda nell’omonima frazione, ma da un vigneto affittato nel comune di Lonato, sulle colline moreniche che sovrastano il Lago di Garda. Sperimentata in passato la coltivazione del vitigno anche a Cantrina, ma poiché i risultati ottenuti non si sono mostrati soddisfacenti, si è optato per non incaponirsi e per ricercare il terreno migliore nel quale veder crescere al meglio questa difficile varietà. Infatti, il vitigno è ostico e di difficile maturazione soprattutto se coltivato in terreni non particolarmente adatti e in zone notevolmente umide. Un vitigno anche molto discusso, in quanto, è ancora difficile identificarne le peculiarità nella multiforme produzione della zona. Tre le tipologie conosciute: il Groppello Gentile, il Groppello di Mocasina e il Santo Stefano (nella fotografia l’evidente differenza fra il Groppello di Mocasina, a sinistra, e quello Gentile). Il terreno dal quale deriva l’uva è molto particolare. A ridosso di una piccola collinetta, con una terra estremamente drenante e colma di ciotoli a creare uno “scheletro” degno di nota. Varie, ed eventuali, le interpretazioni in vino date dai produttori della Valtènesi al loro vitigno autoctono. Non esiste ancora una strada ben delineata per stabilire quale possa essere il miglior modo per esprimere, nella maniera più sensata, le peculiarità del Groppello, ma la ricerca, la sperimentazione e il confronto cominciano a dare risposte chiare. A Cantrina, il Groppello s’interpreta in questo modo: le uve raccolte in cassetta la mattina, vengono portate al freddo di cantina fino alla mattina successiva, per poi essere pigiate.
Estrazione del colore e fermentazione in acciaio, come l’affinamento per sei mesi prima dell’imbottigliamento di aprile e la messa in commercio, che può variare di annata in annata, nel mese maggio. Integrità di profumi di ciliegia e pepe, freschezza ed equilibrio, a rendere evidenti i tratti “somatici” di un vino che vede nella sua giovinezza il più vivace splendore, ma che siamo certi possa “sfidare qualche anno” per offrire diverse sensazioni anche a “discapito” di una fetta di “vivacità”.
Si parla di mercati stagnanti e conseguentemente di vino invenduto, di listini che nell’arco di un anno perdono il 23% del loro valore, quindi della tendenza a ribasso dei prezzi d’origine, delle richieste di espianto per quasi 26000 ettari… Si parla quindi di crisi preoccupante e della necessità che vi sia un intervento nazionale per favorire la vendita e la commercializzazione dei vini italiani. Poi, in mezzo a tutte queste cose trovo anche questo: “Il lavoro degli agricoltori nei vigneti deve essere valorizzato con adeguate politiche di mercato, altrimenti in molti abbandoneranno il settore e con loro si perderà la nostra tradizione di eccellenza produttiva”. Staremo a vedere se, nel caso ci fossero contributi, si ricorderanno davvero dei tanti contadini che popolano “l’enoica Italia”, oppure se daranno ancora contributi ad “industrie del vino” per costruire mausolei! Oltre a perdere la nostra tradizione di eccellenza produttiva, da anni stiamo smarrendo l’origine della cultura che porta in seno chi produce vino, ad appannaggio del business che ha portato gente, al di fuori di questo mondo, a investire milioni di euro con il fine unico di poterne guadagnare almeno più del doppio nel giro di poco tempo. Ora che le cose non stanno andando bene e che i tanti investimenti non stanno facendo guadagnare quanto ci si aspettava, ecco che si ricorre ai tagli dei prezzi. Tagli sostenibili solo da aziende che hanno la funzione di essere la seconda o addirittura la terza attività del “feudatario”, che magari la penserà così: “anche se ne esco alla pari, va benissimo!”. Il problema fondamentale è che spesso, questi investimenti sono fatti in territori in forte crescita e dall’importante “blasone”. Così, piantando le proprie viti su un rinomato suolo, la vendita del prodotto non sarà difficile (questo è quello che devono aver pensato). Oggi, con l’attuale momento economico, si stanno rendendo conto che, forse, non è proprio così facile! Decidono quindi di ridurre all’osso i prezzi con mirabolanti e contorte promozioni che tolgono dignità a un territorio che si è costruito negli anni e mettono in difficoltà chi, con la propria piccola produzione di vino ci vive, in quanto il contadino non può vendere alla stesso prezzo “dell’industria”, i costi sono diversi. Ma è questo l’unico modo che conoscono gli “enoici investitori” per vendere il loro prodotto? A me pare la conferma che ognuno debba fare il proprio lavoro! Risultato: chi sa fare un grande vino, ma non ha la possibilità (spesso perché non gli è mai stata data) di gridare al mondo la propria esistenza, scomparirà e con lui la sua storia e la sua arte. Chi non lo sa fare sopravvivrà, magari chiudendo l’azienda o vendendola ai russi, ma non gli mancherà mai il pane e la Porche in nessun caso. Questo credo sia un tema che meriterebbe un poco di attenzione da parte di tutti.
Insomma, un repentino cambio di pensiero, un catapultarsi con la mente allo stupore di quel giorno, una fitta allo stomaco. La voglia di vino è cambiata, o quanto meno la rappresentazione che lo stesso avrebbe dovuto sostenere, allegria serenità, quasi spensieratezza leggera hanno lasciato spazio ad altre sensazioni di diversa natura ma di grande spessore. Così, la voglia di lasciarmi andare con una “bollicina” (parlo solo e sempre di metodo classico in quanto, vini prodotti con altri metodi di spumantizzazione ci pensa già il buon Zaia a “
Il pezzo completo potete leggerlo
Una bella serata, nella quale ho potuto abbracciare alcuni amici che non vedevo da qualche tempo, altri che credevo lo fossero (ma evidentemente mi sbagliavo), mi sono bevuto qualche bicchiere di Franciacorta, sempre ottimi, degli amici
Annata calda, che ha dato dei vini troppo opulenti, quasi “stanchi” in una bocca quella di oggi, parlando degli attuali gusti degli eno-appassionati e dei critici, impegnata nella ricerca di vini “più fini”, di maggior freschezza e maggiore impatto nella comprensibilità. Di quest’annata, s’è data una visione negativa in tutta quanta l’Italia ma, a mio modo di vedere, forse alcuni giudizi troppo affrettati o per lo meno troppo alla “famo de tutta l’erba n’fascio”. Esistono, infatti, ottimi Brunello di Montalcino 2003 così come molti altri vini rossi, di altre zone d’Italia. Ultimamente ne sto facendo incetta, in quanto in molti ristoranti è una delle annate rimaste in abbondanza nelle carte. Ci sono davvero cose interessanti. Tornando al Brunello, bisogna ricordare anche che l’annata 2003 è stata quella di “
Eppure io un pensiero lo farei, visto che mi è capitato ultimamente di bermi Brunello 2003 prodotto da piccole aziende contadine che s’impegnano per produrlo come tradizione vuole, in altre parole con il solo sangiovese, davvero ottimi. Vini ancora nervosi che si possono osservare quasi in prospettiva, dal colore ancora vivo e dalla struttura possente, spesso sostenuta da una buona acidità. Intendiamoci, non sto di certo parlando dell’annata 1996 che è stata sottovalutata ad appannaggio della 1997 più che mai sopravvalutata sempre dagli eno-critici. Sto parlando di una delle annate meno entusiasmanti del decennio, ma non di una da dimenticare! Ritengo infatti, come ho detto sopra, che si possano trovare ottimi Brunello 2003, in questo particolare momento, poi, credo sia ad un ottimo livello di maturità. Pronto per la beva ma con ancora qualche anno di interessante, o per lo meno curioso, futuro evolutivo.